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Di matematica ma non soltanto…

Archive for the ‘cucina’ Category

Il pesto genovose

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Ricetta del pesto (per 4-5 persone): 25 g di foglioline (piccole) di basilico (genovese, mi raccomando!) lavate e ben asciugate, 4 cucchiai di olio extravergine, 2 spicchi grossi di aglio (forte per i palati forti, dolce per quelli un po' più deboli…), 3 cucchiai di parmigiano reggiano, 2 cucchiai di pecorino (ottimo quello romano), 1 cucchiaio di pinoli, qualche grano di sale grosso.
 
Il mortaio a rigore dovrebbe essere di marmo, ma anche quello di legno va ottimamente, soprattutto se già usato in passato (non rilascia sapori sgradevoli); iniziare frantumando (raccomando di non pestare: bisogna fare dei movimenti circolari) l'aglio, poi il basilico insieme al sale; quando il basilico inizia a secernere un liquido verdastro è il momento di aggiungere i pinoli; frantumati quelli, aggiungere i formaggi. Infine, goccia a goccia, versare l'olio e continuare a girare con il pestello fino a che tutti gli ingredienti siano amalgamati.
 
Raccomandazione importantissima: tutti gli ingredienti devono essere a temperatura ambiente e la preparazione va ultimata nel più breve tempo possibile, onde evitare ossidazioni sgradite.
 
Dopodiché, far bollire l'acqua e buttarci un bel mezzo chilo di trenette (o bavette o  linguine, ma – udite udite! – io ho provato anche i bucatini e sono una sciccheria…) e tirarle fuori al dente non buttando l'acqua di cottura.
 
Preparare i piatti avendo cura di mettere in ogni piatto, insieme alla pasta e a un cucchiaio (uno e mezzo-due nel caso dei bucatini, che assorbono di più) di pesto, un cucchiaio di acqua di cottura, che serve ad amalgamare meglio.
 
Per il vino da accompagnarci, la cosa migliore sarebbe sentire Flavio (il nostro sommelier ufficiale), ma se volete il mio parere, io andrei su un rosato (Lacrimarosa Mastroberardino), un rosso leggero (Ciliegiolo delle Cinque terre) o un bianco corposo (e mettiamoci un Donnafugata, così è rappresentato anche il sud estremo).
 
Infine: del pesto potrebbe avanzare, càpita. Non buttatelo e conditeci gli gnocchi (quelli nostri, romaneschi, di patate e farina… una goduria!)

Buon appetito a tutti!

Written by matemauro

25-04-2010 at 22:33

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Metti, una sera a cena (cit.)

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Nel raffinato ambiente da gourmet di amici splinderiani, ieri sera si è svolto un avvenimento eno-gastronomico di notevole rilievo e spessore.

Dopo qualche facezia scambiata nell’attesa che arrivassero tutti i commensali, ci siamo seduti a tavola ed è arrivato l’antipasto:

foto1"Chiodini caramellati e tacchinella al marsala in cialda di parmigiano", accompagnati da

foto2"60" della tenuta Casteani. È seguito il primo piatto

foto3"Tagliolini all’uovo con crema di carote e taleggio su gelée di peperone", accompagnati da

foto4"Terre di Casteani". Una breve attesa necessaria anche a far riposare le nostre papille gustative, e poi il secondo piatto

foto5"Filetto all’Armagnac su salsa bernese e chips con patè di olive", accompagnato a sua volta da
foto6"Brunello di Montalcino – Fattoria Allegrini", debitamente scaraffato e messo a respirare in decanter qualche ora prima. Infine, è seguito il dolce

foto7"Zuccotto semifreddo alla ricotta", accompagnato da

foto8"Passito liquoroso di Pantelleria".

Un doveroso, sentito omaggio al nostro ospite, nonché chef sopraffino Marco, davvero come dissi in un sonetto tempo fa, esperto nella difficilissima arte culinaria. A Marco i complimenti per l’inventiva e l’accostamento dei sapori, la qualità dei cibi e la perfetta tempistica della messa in tavola!

foto9Un doveroso e caloroso ringraziamento anche a Flavio, espertissimo autore di una scelta dei vini che davvero più precisa non avrebbe potuto essere.

foto10La serata si è chiusa con il vostro umile scrivano che ha recitato alcuni dei suoi sonetti romaneschi, con gli altri che ripescavano ricordi di luoghi e situazioni attinenti all’argomento.

foto11Qui sopra Gianfranco segue attentamente la mia lettura, così come

foto12
Nico e
foto13
Paolo.

Grazie a tutti gli intervenuti per la splendida serata!

Written by matemauro

14-02-2010 at 17:35

Pubblicato su amici, cucina, cultura, splinder

Poesia in dialetto

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 La fava co’ ’r pecorino

Vojo fa’ la pace co’ l’amica Flo’[1],
che a Pasqua se l’è legata a ’r dito
pe’ l’abbacchio che nun ho diggerito
dopo avello ripassato su ’r falò.

La vojo avverti’ che a ’r mercatino
ho chiesto a Gerardo, er fruttarolo,
e a Romoletto, er pizzicarolo[2],
un quintale de fave e pecorino!

A Roma da tant’anni è tradizzione
che pe’ ’a festa de ’a Libberazzione
e soprattutto, poi, pe’ ’r Primo Maggio

se magneno le fave co’ ’r formaggio
portannoseli a spasso pe’ li prati[3]
e bbevenno er rosso de Frascati!

[1] Per l’amichevole litigio cui faccio qui riferimento, si veda questo post.
[2] Pizzicagnolo.
[3] È tradizione romana, per la festa del 1° Maggio (dopo aver partecipato a quello che una volta era il comizio del sindacato a San Giovanni, oggi sostituito dalla kermesse musicale), fare la "gita fuori porta" con fave e pecorino (e, per la verità, anche altre tante bontà, ma non vorrei riaprire la diatriba con Flo’…)

 


 

E…

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Buon 25 aprile a tutti!!!

Written by matemauro

25-04-2009 at 00:10

Pubblicato su 25 aprile, cucina, poesia, roma

Poesia in dialetto

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Er doppo Pasqua

Cho l’abbacchio che me sartella n panza,
manco fusse a li prati de r Vivaro[1],
o n quarche artra precisa circostanza;
sto stravizzio lo sto paganno caro!

Sarà letà che certamente avanza,
ma diggerì diventa n caso raro:
Pasquetta fori[2] ormai nun è bbastanza,
pe fatte diggeri vvie lo stagnaro[3]!
   
Si cce metti in più, ppoi, la primmavera,
t’ariva na gran botta de cecagna[4]
che speri darivacce, fino a ssera!

E si stagnello fusse ndemognato[5]?
Lo sento che ogni tanto bbela e se lagna…
si mme toccasse dèsse esorcizzato?

[1] Famosi prati non lontani da Roma.
[2] La famosa gita fuori porta di Pasquetta.
[3] Per farti digerire viene lidraulico.
[4] Stanchezza post-prandiale, il cui sintomo è il calare delle palpebre, da cui la radice del vocabolo.
[5] Indemoniato.

Vi ricordo sempre che è disponibile il mio volume delle poesie in dialetto; cliccarci sopra per accedere alla vetrina…

a roma front_r

E anche il volume dei racconti gialli con il commissario Valcorvina… 

copertina valcorvina

Written by matemauro

14-04-2009 at 22:30

Pubblicato su cucina, libri di mauro, poesia, roma

Ancora fagioli!

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A ’r ristorante
“Desidera, signore? ’N ber[1] brasato,
le coste co’ la sarza
[2], l’invortini,
’n ber fritto de pesce prelibbato,
oppuro du’ beccacce e li crostini?
Preferisce ’n ber pollo arrosolato[3]
co’ li tartufi bianchi sopraffini?
Vo’ la vitella o ’n ber fritto dorato?
Vo’ er gallinaccio, vo’ li piccioncini?
C’ho l’aragoste fresche, quasi vive,
funghi porcini, cicorietta all’agro,
e l’anitra ’nzeppata
[4] co’ l’olive.
Ce so’ l’inzalatine, li cetrioli,
verdure miste, un presciuttino
[5] magro…”
“No, porteme
[6] ’n ber piatto de facioli!”
Note
[1] Un bel.
[2] Coste di bietola in salsa; a Roma si chiamano “puntarelle”: vengono condite con un sughetto fatto con alici sott’olio schiacciate, aglio tagliato sottile, olio, sale e un pizzico d’aceto, la regola vuole che macerino per almeno dodici ore, mescolando ogni tanto.
[3] Rosolato.
[4] Farcita.
[5] Prosciuttino.
[6] Portami.

Written by matemauro

09-03-2009 at 19:11

Pubblicato su cucina, poesia, roma, umorismo

Poèsia

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frittata_cipolle

Er matrimogno e ‘a frittata de cipolle

Da quanno Ernestina s’è sposata
co’ Franco, er fratello de zi’ prete,
nun riesce più a fa’ una frittata
de quelle che, cazzo! si nun piagnete!

Fatto sta che Franchino le cipolle
nun le digerisce propio pe’ gnente,
je fanno veni’ ‘na specie de bolle,
‘n zommovimento a ‘r tubo digerente.

Ernestina oramai a quer brigante
ha rinunciato a offrije la frittata:
la fa’ pe’ sé e puro pe’ l’amante

che nun è Franchino, ma er fratello;
a ‘sto punto, porella, è rassegnata
e se rivorge a ‘n unico fringuello!

Il matrimonio e la frittata di cipolle

Da quando Ernestina si è sposata
con Franco, il fratello di zio prete*,
non riesce più a realizzare una frittata
di quelle che, accidenti! se non piangete!

Il fatto è che Franchino le cipolle
non le digerisce affatto,
gli viene una sorta di esantema,
uno stravolgimento dell’apparato digerente.

Ernestina, ormai, a quel brigante
ha rinunciato a offrire la frittata:
la cucina per sé e per l’amante

che non è Franchino, bensì il fratello;
a questo punto, poverina, è rassegnata:
si rivolge a un unico fringuello!

*zi’ prete viene detto in genere per riferirsi
al parroco della parrocchia ove si abita

Nella poesia dialettale romanesca è frequentissima la metafora culinaria… e, quanto al prendere in giro il clero per le sue attività niente affatto corrispondenti al voto di castità, Belli e Pascarella non erano certo secondi a nessuno! Ah, ovviamente la poesia è mia…

Written by matemauro

02-05-2008 at 21:45

Pubblicato su cucina, poesia

Poèsia (in vernacolo)

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minestrone

Er minestrone a la romana e le mi’ nonne

Diceva mi’ nonna, che de nome era Pierina,
che ppe’ ffa’ er minestrone a la romana
ce metteva du’ carote e ‘na zucchina,
poi tajava in due ‘na melanzana,

faceva sarta’ ‘na cipolla co’ ‘n po’ d’ojo
(me riccomanno, quello de frantojo!),
quarche faciolo e quarche pisellino
(quelli li faceva capa’ a mi’ cuggino);

drento la pila, poi, ‘n po’ de facioletti,
quarche costa de sedano e ‘n cavolo,
er tutto tajato a piccoli pezzetti
che sinno’ s’arabbiava er bisavolo.

Pijava poi tre quattro pommidori
li pelava bene bene e li buttava
drento la pila co’ n’ ber po’ d’odori
e si j’annava pure quarche fava!

Apparte faceva coce le patate,
perché quelle le sfragneva fine
pe’ mettele ner brodo, ma passate
ar modo de le vecchie contadine.

Pe’ daje ppiù sapore ar minestrone
ce grattava puro ‘na coccia de limone
così je dava ‘n profumo celestiale
e ‘n sapore gnent’affatto male.

Pe’ cocelo, poi, se riccomannava
er coccio, er metallo lei lo condannava;
a foco basso, nun ze doveva senti’ er zono,
più a lungo stava e ppiù veniva bbono!

E quanno ch’era pronto ne li piatti
‘na bbella sporverata de formaggio
e ‘n filo d’ojo; e noi tutti soddisfatti
ce se buttavamo quasi all’arembaggio!

Così lo faceva nonna Pierina
e l’inzegnò puro all’artra nonna
che ‘nvece de nome era Bettina
e de lei era ‘n po’ più rotonna.

Io je volevo bbene alle mi’ nonne
erano davero du’ grandi donne:
ognuna a modo suo, che sia ben chiaro.
M’hanno ‘nzegnato a nun esse avaro

né de moneta, né de sentimenti;
erano du’ donne bbelle e ‘ntelliggenti;
nun aveveno studiato, ma er monno
lo sapeveno bbene ch’era tonno!

Written by matemauro

22-02-2008 at 00:40

Pubblicato su cucina, poesia