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Shakespeare – Sonetto 66

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shakespeare1Un sonetto un po’ particolare, questo che ho tradotto per voi stavolta: in esso ci si ritrova molto del celeberrimo monologo dell’Amleto "Essere o non essere", ma anche tanto di Leopardi, direi.

Come tutti i sonetti di Shakespeare, è un sonetto d’amore, ma stavolta l’amore c’entra di striscio, alla fine. Più che altro è un’invettiva contro "le percosse e gli strali di una sorte oltraggiosa" e un atto d’amore verso gli aspetti migliori dell’essere umano.

E poi, tanto per confermare ancora una volta che ciò che Shakespeare ha scritto non soffre di limiti di tempo né di spazio, come non leggerci tanto, ma proprio tanto, dell’attuale situazione italiota?

Come al solito, la traduzione è mia, e mi scusino i "maggior di me"… Ho cercato di mantenere lo spirito originale; spero che il sommo Bardo apprezzi… 

Sonnet LXVI

Tired with all these, for restful death I cry,
As, to behold desert a beggar born,
And needy nothing trimm’d in jollity,
And purest faith unhappily forsworn,

And guilded honour shamefully misplaced,
And maiden virtue rudely strumpeted,
And right perfection wrongfully disgraced,
And strength by limping sway disabled,

And art made tongue-tied by authority,
And folly doctor-like controlling skill,
And simple truth miscall’d simplicity,

And captive good attending captain ill:
Tired with all these, from these would I be gone,
Save that, to die, I leave my love alone.

Sonetto 66

Disgustato di tutto, a morte quieta anelo,
vedendo il merito campar mendico,
e il nulla estremo agghindato in fronzoli,
e la purezza infaustamente tradita,

e onor dorato elargito indegnamente,
e casta virtù strombazzata qual puttana,
e la perfezione fatta cadere in disgrazia,
e la forza piegata dall’influente debole,

e la scienza con la lingua legata dal potere,
e dotta follia metter freno al genio,
e pura onestà scambiata per dabbenaggine,

e il Bene incatenato dal capitano Male:
stanco di tutto ciò, vorrei inver sparire,
se non lasciassi solo, così, il mio amore.

Written by matemauro

10-02-2010 at 19:10

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Poesia (traduzione)

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sguardiSonet XXIII

As an unperfect actor on the stage,
Who with his fear is put beside his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength’s abundance weakens his own heart;

So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love’s rite,
And in mine own love’s strength seem to decay,
O’ercharged with burthen of mine own love’s might.

O! let my looks be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love, and look for recompense,

More than that tongue that more hath more express’d.
O! learn to read what silent love hath writ:
To hear with eyes belongs to love’s fine wit.

Sonetto 23

Come un attore impreparato sulla scena
cui la paura fa dimenticar la parte,
o come una belva stracarica di rabbia
cui per ferocia s’indebolisce il cuore,

anch’io, mancando di fiducia, non trovo le parole
per la giusta apoteosi del ritual d’amore;
e nel colmo del mio amor mi par ch’io manchi,
schiacciato sotto il peso della sua potenza.

Recitino dunque gli occhi miei, unica eloquenza,
muti messaggeri del mio cuor parlante
a supplicare amore e attender ricompensa,

più ancor di quella lingua che più e più parlò.
Impara a legger ciò che amor muto scrisse:
ascoltar con gli occhi è il sottile ingegno dell’amore.

(William Shakespeare, Sonetti, XXIII)

Written by matemauro

23-05-2009 at 14:55

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Poèsia

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passione

Sospeso sull’orlo d’un dirupo
pensosa coltre mi ricopriva:
non più, temevo, amerò una donna,
mai più, ahimé, troverò chi m’ama.

Per caso, complice il mio sorriso,
m’avvenne a conoscer una fata;
dirò qui chi fu mia "galeotta";
un libro no, un bel film neppure:

in rete la conobbi, tra onde
di mare calmo, non procelloso.
Scintilla scoccò tra noi ratta,

non s’è assopita ancor la fiamma
che brucia e tra noi divampa,
Donna… felici siamo, nevvero?

[È un esperimento, questa poèsia; per rendere ancora una volta onore al Bardo, ho voluto adottare il metro scespiriano, il pentametro giambico – verso classico della poesia inglese, così come l’endecasillabo lo è di quella italiana – e scriverla in forma di sonetto, due quartine e due terzine.]

Written by matemauro

27-04-2008 at 00:01

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William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 26 aprile 1564 – Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) è stato un drammaturgo e poeta inglese.

È considerato uno dei più importanti drammaturghi di sempre. Delle sue opere ci sono pervenuti 38 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi. Benché fosse già molto popolare in vita, divenne incredibilmente famoso dopo la sua morte e i suoi lavori furono esaltati e celebrati da numerosi e importanti personaggi dei secoli seguenti; è spesso considerato il poeta rappresentativo del popolo inglese, soprannominato il Bardo oppure il Cigno dell’Avon.

Studiosi ortodossi sostengono che scrisse la maggior parte dei suoi lavori tra il 1586 e il 1612, benché la cronologia esatta delle sue opere sia ancora al centro di numerosi dibattiti, così come la paternità di alcune di esse. È considerato uno dei pochi scrittori capaci di eccellere sia nelle tragedie che nelle commedie, oltre a essere uno dei pochi autori capaci di combinare il gusto popolare con la complessa caratterizzazione dei personaggi, la poetica e la profondità filosofica.

Le sue opere sono state tradotte nelle maggiori lingue e inscenate in tutto il mondo. Inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella lingua quotidiana inglese. Negli anni, molti studiosi si sono interessati alla vita di Shakespeare, portando alla luce questioni riguardo alla sua sessualità e religiosità.

Visse nel periodo in cui si realizzava il passaggio dalla società medievale al mondo moderno. Le notizie sulla sua vita sono poche e frammentarie; ciò ha provocato una notevole discussione sulla sua persona ed alcuni hanno messo addirittura in dubbio la sua stessa esistenza. Un William Shakespeare è citato tra gli attori della compagnia teatrale The Lord Chamberlain’s Men; la gran parte degli storici concorda che l’attore e lo scrittore siano la stessa persona.

Esistono alcuni indizi che entrambi i rami della famiglia avessero simpatie per la Chiesa Cattolica Romana. Probabilmente frequentò la scuola locale. Non ricevette un’educazione molto estesa ma conosceva la logica, la grammatica, la retorica e soprattutto il latino. Non si può affermare con certezza che frequentò l’università. Quando la famiglia ebbe dei problemi economici, William non solo aiutò il padre nei suoi affari ma si fece assumere anche come assistant master nella scuola locale.

La maggior parte degli accademici ritiene che lo Shakespeare nato a Stratford on Avon sia l’autore materiale delle opere che gli furono attribuite. Tuttavia, a causa della scarsità di notizie sulla sua vita e la sua istruzione, sono stati avanzati diversi dubbi sulla vera identità di William Shakespeare. A partire dal XVIII secolo questi temi sono stati ampiamente e accanitamente dibattuti dagli studiosi. Persino i dipinti che appaiono con il nome "William Shakespeare" nella National Gallery di Londra potrebbero non rappresentarlo veramente.

In particolare come autori delle opere sono state avanzate le candidature di:

– Edward de Vere, 17° conte di Oxford, colto nobiluomo della corte elisabettiana che avrebbe potuto continuare la propria giovanile attività poetica sotto uno pseudonimo per motivi di decoro;
– Francis Bacon, celebre filosofo e scrittore, che avrebbe scritto le opere teatrali sotto uno pseudonimo;
– Christopher Marlowe, altro autore teatrale che non sarebbe morto nel 1593 come si ritiene, ma avrebbe svolto attività di spionaggio per la corona e avrebbe continuato la propria attività letteraria con un falso nome;
– un immigrato siciliano di nome Michelangelo Florio: questa ipotesi è stata avanzata recentemente da un professore liceale siciliano in pensione, Martino Iuvara. Linguista e nato a Messina nello stesso anno di Shakespeare, figlio di Giovanni Florio e Guglielma Crollalanza (dal cognome della madre avrebbe tradotto Shakespeare), Michelangelo Florio sarebbe stato costretto a fuggire presso un parente in Inghilterra a causa della sua fede calvinista. Questa tesi ha avuto un certo rilievo giornalistico (nell’aprile del 2000 anche The Times si è dedicato all’argomento), ma poco in campo accademico.

Sono stati fatti, tra gli altri, anche i nomi di William Stanley, conte di Derby, Ben Jonson, Thomas Middleton, sir Walter Raleigh, in collaborazione con Bacon, Mary Sidney contessa di Pembroke, e persino della stessa regina Elisabetta I.

Fatta eccezione per due poemetti giovanili (Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia), Shakespeare non si è mai curato di dare alle stampe le proprie opere; d’altra parte a quel tempo non vi era interesse a farlo: le opere teatrali erano di proprietà della compagnia e pubblicarle avrebbe significato mettere nelle mani di compagnie rivali i propri copioni. Le opere di Shakespeare oggi in nostro possesso si basano quindi su copie illegali (e spesso malandate) dell’epoca e soprattutto sulle edizioni in-folio pubblicate dopo la sua morte. La prima e più importante è quella stampata nel 1623 dai suoi amici John Heminge e Henry Condell (Mr. William Shakespeare’s Comedies, Histories & Tragedies). L’in-folio comprende trentasei opere teatrali suddivise per categoria: commedie, drammi storici, tragedie.

Nel 1609 l’editore Thomas Thorpe stampò, senza il consenso dell’autore, Sonnets, una raccolta di 154 sonetti. Scritti presumibilmente tra il 1593 e il 1595, essi sono di una validità artistica tale che da soli basterebbero per assicurare all’autore un posto rilevante nella storia della letteratura inglese e mondiale in genere. I sonetti, trasfigurando nel mezzo letterario gli stati d’animo dell’autore, rappresentano l’unica opera autobiografica di Shakespeare; d’altra parte, come sottolineato da diversi critici, l’intera raccolta è da considerarsi anche come libro filosofico, colmo di implicazioni meditative.

Sonetto 99

The forward violet thus did I chide:
Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,
If not from my love’s breath? The purple pride
Which on thy soft cheek for complexion dwells
In my love’s veins thou hast too grossly dyed.
The lily I condemned for thy hand,
And buds of marjoram had stol’n thy hair:
The roses fearfully on thorns did stand,
One blushing shame, another white despair;
A third, nor red nor white, had stol’n of both
And to his robbery had annex’d thy breath;
But, for his theft, in pride of all his growth
A vengeful canker eat him up to death.
More flowers I noted, yet I none could see
But sweet or colour it had stol’n from thee.

Così ho rimproverato la violetta audace:
ladra soave, da dove hai sottratto quel dolce tuo profumo
se non dal respiro del mio amore? Il rosso orgoglio
che per il suo colore dimora sulla tua soffice gota
certamente l’hai preso dalle vene del mio amore.
Ho accusato il giglio di aver rubato la tua mano,
e i fiori di maggiorana, i tuoi capelli;
le rose timorose si ergevan sulle spine,
una rossa di vergogna, l’altra bianca di paura;
una terza, né rossa o bianca, entrambe aveva rubato
e al frutto della rapina aveva aggiunto il tuo respiro;
ma per quel furto, nel vigore della sua crescita,
vindice un verme la divorò a morte.
Altri fiori ho notato, ma non ne vidi uno
che non ti avesse rubato il colore o il profumo.

[la traduzione è mia, come al solito…]

Written by matemauro

26-04-2008 at 00:27

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William Shakespeare – Giulietta e Romeo

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balcone

Atto II, scena II

ROMEO: Ride delle ferite, chi non ne ha mai sofferto… (Giulietta appare a una finestra in alto) Ma, calma! Che luce spunta da quella finestra in alto? Quello è l’oriente e Giulietta è il suo sole! Sorgi, o astro, e spengi la pallida luna, che giace pallida e addolorata, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua livrea di vestale è pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. È la mia signora; oh! È l’amor mio! Oh! Se sapesse di esserlo! Ella parla, eppur non dice nulla: comè possibile? È l’occhio suo che parla; e io a lui risponderò. Ma troppo ardito son io, lei non parla con me: due fra le più belle stelle di tutto il cielo, essendo occupate altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nel cielo, finché esse ritornino. E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero sul viso di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di una lampada; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l’etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte. Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! s’io fossi un guanto sopra la sua mano, e poter toccare quella guancia!
GIULIETTA: Ohimé!
ROMEO: E parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! Poiché tu sei tanto luminosa in questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo, come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell’alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell’aria.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiutane il nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all’amor mio, e io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o risponderò a ciò che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome è il solo mio nemico: tu sei sempre tu, anche senz’essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, un piede, un braccio, la faccia, né un’altra qualunque parte del corpo d’un uomo. Oh, prendi un altro nome! Cosa c’è in un nome? Quella che chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinuncia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti prendo in parola: chiamami soltanto amore, e prenderò quel nome; d’ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, protetto così dalla notte, t’imbatti in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.
GIULIETTA: L’orecchio mio non ha ancora udito cento parole di quella voce, e io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?
ROMEO: Né l’uno né l’altro, bella fanciulla, se l’uno e l’altro a te dispiacciono.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare; e per te, considerando chi sei, questo sarebbe un luogo di morte, se alcuno dei miei congiunti ti trovasse qui.
ROMEO: Con leggere ali d’amore ho superato questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possan vietare il passo all’amore: e ciò che amor può fare, amor osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.
GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.
ROMEO: Ahimé! C’è più pericolo nei tuoi occhi, che in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò protetto contro la loro inimicizia.
GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.
ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; a meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio che la mia vita sia terminata per odio loro, che la mia morte sia ritardata senza l’amor tuo.
GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?
ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglio, e io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un timoniere, ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.
GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti un rossore virginale colorirebbe le mie gote per ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma oramai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai "sì", e io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. È vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che conoscono più di me l’arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se tu, prima che io me n’accorgessi, non avessi sorpreso l’ardente confessione del mio amore: perdonami dunque, e non imputare la mia facile resa alla leggerezza di quest’amore che l’oscurità della notte ti ha così svelato.
ROMEO: Fanciulla, su quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro…
GIULIETTA: Oh, non giurare sulla luna, l’incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, temo che anche l’amor tuo riesca incostante a quel modo.
ROMEO: Su cosa devo allor giurare?
GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, e io ti crederò.
ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore…
GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna gioia provo di questo contratto d’amore concluso stanotte: è troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire "lampeggia". Amor mio, buona notte! Questo bocciolo d’amore, aprendosi sotto il soffio dell’estate, quando un’altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel tuo cuore, come quelle che sono nel mio petto.
ROMEO: Oh! Mi lascerai dunque così poco soddisfatto?
GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?
ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.
GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.
ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?
GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il mare, e l’amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l’amor mio sono entrambi infiniti. (La Nutrice chiama di dentro) Sento qualche rumore in casa; addio, caro amor mio! Subito, mia buona nutrire! Diletto Montecchi, sii fedele. Aspetta un solo istante, tornerò. (Esce)
ROMEO: O beata, beata notte! Stando così in mezzo al buio, io ho paura che tutto ciò non sia che un sogno, troppo deliziosamente lusinghiero per essere realtà.
(Giulietta torna alla finestra)
GIULIETTA: Due parole, caro Romeo, e buona notte davvero. Se l’intenzione dell’amore tuo è onesta e il tuo proposito è il matrimonio, mandami a dire, domani, per una persona che farò venir da te, dove e quando tu vuoi compiere la cerimonia e io deporrò ai tuoi piedi il mio destino e ti seguirò, come signore mio, per tutto il mondo.
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Vengo subito. Ma se le tue intenzioni non sono oneste, io ti scongiuro…
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Ora vengo! Cessa le tue proteste e lasciami al mio dolore: domani manderò.
ROMEO: Così l’anima mia sia salva…
GIULIETTA: Mille volte buona notte! (Si ritira dalla finestra)
ROMEO: Mille volte cattiva notte, invece, poiché mi manca la tua luce. Amore corre verso amore, con la gioia con cui gli scolari lasciano i loro libri, ma al contrario amore lascia amore con quella mestizia nel volto, con la quale gli scolari vanno alla scuola. (Si ritira lentamente)
(Riappare GIULIETTA alla finestra)
GIULIETTA: Pst! Romeo, pst! Oh, avessi io la voce di un falconiere, per richiamare a me questo gentile falco! La voce della schiavitù è fioca, e non può farsi sentire: altrimenti saprei squarciare la caverna ove si cela l’eco e far diventare l’aerea sua voce più fioca della mia, a forza di ripetere il nome del mio Romeo.
ROMEO (tornando indietro): È l’anima mia che pronunzia il mio nome; che dolce tintinnio d’argento ha nella notte la voce degli amanti! È come una musica dolcissima, per un orecchio che ascolta avidamente.
GIULIETTA: Romeo!
ROMEO: Cara!
GIULIETTA: A che ora, domani, devo mandare da te?
ROMEO: Alle nove.
GIULIETTA: Non mancherò; ci son vent’anni da qui ad allora. Non mi ricordo più perché ti ho richiamato.
ROMEO: Lasciami restar qui finché te ne ricordi.
GIULIETTA: Allora io non me ne ricorderò apposta, affinché tu resti qui ancora, rammentandomi solamente quanto mi è cara la tua compagnia.
ROMEO: E io resterò qui, affinché tu non te ne ricordi, dimenticando ogni altra mia abitazione fuori di questa.
GIULIETTA: È quasi giorno, io vorrei che tu fossi già partito, ma senza allontanarti più dell’uccellino che un monello lascia saltellare un po’ fuori della sua mano, povero prigioniero avvinto nelle sue contorte catene, e subito per mezzo d’un filo di seta lo riconduce a sé con uno strattone, amante troppo geloso della sua libertà.
ROMEO: Io vorrei essere il tuo augellino.
GIULIETTA: Anch’io vorrei che tu lo fossi, o caro: ma avrei paura d’ucciderti per il troppo bene. Buona notte, buona notte! L’addio che ci separa è un dolore così dolce, che ti direi "buona notte" fino a domattina. (Si ritira)
ROMEO: Il sonno scenda sugli occhi tuoi, la pace nel tuo petto! Oh, foss’io il sonno e la pace per riposare così dolcemente! E ora andrò alla cella del mio padre spirituale per implorare il suo aiuto e a raccontargli la mia buona ventura.
(Esce)

Written by matemauro

20-04-2008 at 22:56

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William Shakespeare – Sonetto 18

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shakespeare3

Shall I compare thee to a summer’s day?
Thou art more lovely and more temperate:
Rough winds do shake the darling buds of May,
And summer’s lease hath all too short a date:
Sometime too hot the eye of heaven shines,
And often is his gold complexion dimmed,
And every fair from fair sometime declines,
By chance, or nature’s changing course untrimmed:
But thy eternal summer shall not fade,
Nor lose possession of that fair thou ow’st,
Nor shall death brag thou wander’st in his shade,
When in eternal lines to time thou grow’st,
So long as men can breathe, or eyes can see,
So long lives this, and this gives life to thee.

Potrei paragonarti a una giornata estiva?
Tu ben più amabile sei, e ben più dolce:
irosi venti scuoton le dilette gemme di maggio,
fin troppo breve è la vita dell’estate.

Spesso del cielo l’occhio risplende cocente
e il suo volto dorato s’offusca
e la beltà talor da sé si distacca,
per caso, o per disordinato corso naturale.

Ma certo non sfiorirà la tua eterna estate
né perderà possesso del bello che in te è;
né morte si vanterà che vaghi nell’ombra sua,

perché in eterno al tempo contrasterai;
finché uomo respirerà e avrà occhi per vedere,
questi versi vivranno e ti daranno vita.

[Vale la solita considerazione che la traduzione è mia… e me ne assumo in toto la responsabilità… Scusami, Guglielmo…]

Written by matemauro

18-04-2008 at 15:44

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William Shakespeare – Sonetto 24

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shakespeare2

Mine eye hath play’d the painter and hath stell’d
Thy beauty’s form in table of my heart;
My body is the frame wherein ‘tis held,
And perspective it is the painter’s art.
For through the painter must you see his skill,
To find where your true image pictured lies;
Which in my bosom’s shop is hanging still,
That hath his windows glazed with thine eyes.
Now see what good turns eyes for eyes have done:
Mine eyes have drawn thy shape, and thine for me
Are windows to my breast, where-through the sun
Delights to peep, to gaze therein on thee;
Yet eyes this cunning want to grace their art;
They draw but what they see, know not the heart.

L’occhio s’è fatto pittore e ha rubato la tua bellezza,
fissandola nella tavolozza del mio cuore;
il mio corpo è la cornice in cui è racchiusa;
la prospettiva è l’arte del pittore.

Perché attraverso il pittore devi vedere la sua bravura,
per invenire ove giace la tua vera immagine dipinta,
sospesa nel laboratorio del mio cuore
la cui finestra è illuminata dai tuoi occhi.

Ora vedi che bel mutamento han dato gli occhi agli occhi:
i miei han disegnato la tua figura, e i tuoi per me
sono finestre sul petto; attrraverso quelle il sole

si delizia a sbirciare per ammirare i tuoi;
eppur gli occhi, furbi, voglion dar grazia all’arte:
ritraggono soltanto ciò che vedono, ignari del cuore.

[Anche di questo la traduzione è mia, sempre chiedendo scusa a color di me maggiori…]

Written by matemauro

17-04-2008 at 22:14

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