matemauro

Di matematica ma non soltanto…

Archive for the ‘cinema’ Category

I soliti…

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Complimenti all’incognito genio che da questo fotogramma – in realtà non proprio da questo, ma suvvia… – del film I soliti ignoti (regia del geniale Monicelli, con attori del calibro di Totò, Gassmann, Mastroianni, Salvadori, Cardinale e comparse – che orrendo termine – quali Ferribotte e Capannelle)

è riuscito a tirare fuori questa splendida immagine de I soliti Scilipoti

Peccato soltanto che nel fotomontaggio si perda l’imperdibile Capannelle…

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Written by matemauro

21-11-2011 at 21:40

“Agora”, Ipazia e le religioni

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agora_ssmanifestoCome avevo promesso all’amica Tittidiruolo, sono andato a vedere Agora, il film sulla vita e la morte della matematica, astronoma e filosofa Ipazia. A lei avevo dedicato, molto prima che si parlasse del film, questo post, poi gentilmente ripubblicato anche dalla stessa Titti.Cominciamo con i giudizi positivi: il film è bello e sono stato pienamente soddisfatto: la figura di Ipazia ne risalta nettamente, e Rachel Weisz, oltre a essere una splendida donna, è anche una bravissima attrice, mai un filo sopra le righe (a parte qualche forzatura, dovuta probabilmente alla sceneggiatura imposta dalla produzione, di cui dirò oltre). Ma tutto il cast è nettamente all’altezza della situazione, con l’unica possibile eccezione dell’attore (Sami Samir) che impersona il vescovo Cirillo, dalla gesticolazione un po’ troppo “americaneggiante” (certi gesti erano tipici di Arthur Fonzarelli – Fonzie – in Happy Days degli anni settanta, per dire…), decisamente fuori luogo in un film ambientato nell’Egitto del IV-V secolo (sottoposto all’epoca, lo ricordo, all’Impero romano d’Oriente). Amenábar si dimostra regista eccellente, forse un po’ eccessivo nell’utilizzo delle inquadrature dal basso, ma anche lui ha purtroppo dovuto concedere qualcosa alla produzione (chi facesse un confronto con il suo precedente Mare dentro, potrebbe pensare addirittura che si tratti di due registi diversi…).

Un filo rosso mi pare percorra l’intera trama, un concetto che chi mi segue sa che mi pertiene completamente: qualunque religione “codificata”, e in special modo quelle monoteistiche (nel fim, ovviamente, sono presenti per motivi naturalmente storici soltanto l’ebraica e la cristiana, ma non è che quella maomettana – o islamica che dir si voglia – abbia caratteristiche assai diverse) costituisce nulla più che il substrato (anche se il buon Karl Marx qui forse avrebbe usato il termine di “sovrastruttura”) di un sistema di potere che tende a perpetuare se stesso, a scapito della ragione e della libertà personale. E dirò di più: che qualunque religione monoteistica, proprio per quel prefisso mono-, tende a divenire, forzatamente, fondamentalista.

Passiamo ora alle note negative: la produzione è abbastanza hollywoodiana ma d’altronde, per fare un film che attraesse spettatori, hanno dovuto fare così: un film più “asciutto” forse non sarebbe stato altrettanto appetibile per larga parte degli spettatori di oggi, abituati (purtroppo) a sventramenti e macellamenti a gogò, a scene di massa tutto sommato abbastanza confuse e a storie sentimentali, intrecciate con le vicende storiche, che di storico hanno abbastanza poco (che ci fosse un rapporto stretto – non si sa di che genere – tra Ipazia e il prefetto Oreste, che era stato suo discepolo, è cosa storicamente certa; per nulla storica, invece, l’adorazione per la matematica dell’ex schiavo Davo). Inoltre, ho notato qualche inesattezza: Teone (Teotecno), il padre di Ipazia era rettore del Museo di Alessandria e non della Biblioteca, che probabilmente all’epoca dei fatti era stata quasi completamente distrutta, prima da Cesare (nel I secolo p.e.v.) e poi nel conflitto tra Aureliano e Zenobia nel III secolo; Ipazia venne scorticata viva, secondo tutte le fonti, e non lapidata come nella narrazione filmica; Sinesio, il vescovo di Cirene che nel film cerca di “salvare capra e cavoli”, cioè sia Ipazia e Oreste che la propria appartenenza alla religione cristiana, in realtà morì qualche anno prima della filosofa; e così via.

Queste inesattezze, però non ledono affatto il valore del film, che è un film che consiglio di vedere a tutti coloro che passeranno di qui, primariamente perché è un film che restituisce giustizia a una delle moltissime figure femminili della scienza, della storia e dell’arte cadute ingiustamente nel dimenticatoio; tanto per citarne qualcuna di quelle che ogni tanto mi capita di ricordare: Eleonora d’Arborea, Frida Kahlo, Artemisia Gentileschi, Dolores Ibárruri, Tina Modotti e così via.

Written by matemauro

01-05-2010 at 15:37

Pubblicato su cinema, ipazia, religione, scienza

Jiří Trnka – Lo Shakespeare dal tocco boemo

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Jiří Trnka (Plzeň, 24 febbraio 1912 – Praga, 30 dicembre 1969) è stato un illustratore, animatore e regista cecoslovacco. È famoso soprattutto per le sue animazioni di pupazzi in passo uno.

Questo post avrebbe anche potuto sottotitolarsi “il Walt Disney dell’Est”, viste le somiglianze tra i due grandi artisti. Con due grosse differenze, però: Disney lavorava soprattutto per un pubblico infantile o al massimo familiare, Trnka lo faceva principalmente per un pubblico adulto; la seconda è che mentre Disney lavorava con i disegni, Trnka realizzava i suoi film con i pupazzi, “in passo uno”: cioè dopo ogni scatto della cinepresa, i pupazzi e gli oggetti scenici venivano mossi di un nonnulla, poi un altro scatto, altro movimento e così via.

Trnka è stato l’esponente più prestigioso e ufficiale di quella cinematografia di pupazzi animati che ha reso la produzione cecoslovacca riconoscibile in tutto il mondo. Anche la Rai a due canali d’allora trasmetteva i suoi film in bianco e nero nella “Tv dei ragazzi” e probabilmente non solo perché c’era un robusto Pci all’opposizione. Semplicemente, i suoi pupazzi animati avevano un proprio fascino poetico e di presa immediata.

Del valore del maestro se ne accorsero subito anche i giurati del Festival di Cannes del 1946, che assegnarono il Grand Prix della giuria a uno dei suoi primi cortometraggi: Zvířátka a petrovští (Gli animali e i briganti), un balletto fiabesco in cui tre animali domestici, assieme alla vegetazione e agli abitanti della foresta, cacciano via i briganti usurpatori. Realizzato diversamente dal modello disneyano, esso raccolse le sue precedenti esperienze di illustratore per l’infanzia e di disegnatore satirico.

Nonostante l’affermazione nella tecnica di animazione di disegni dominante ai suoi tempi, Trnka individuò nel pupazzo animato, prosecutore della tradizione boema dei pupazzi risalente al XVII secolo, il mezzo espressivo più consono alla sua arte filmica. Così fondò a Praga nello stesso 1946 il proprio studio di produzione. Nel 1959 realizzò Sogno di una notte di mezz’estate e catturò di nuovo l’attenzione di Cannes, espressa con il massimo premio conferito dal comitato tecnico e, sempre nel 1959, anche Venezia gli consegnò una medaglia d’onore. In effetti, nel suo Sogno Trnka si situa all’apice di una maestria tecnica che si fonde con le atmosfere oniriche e soprannaturali immaginate da Shakespeare. Nella messinscena animata a tre livelli, alle parole si sostituiscono mimica e musica e le figure – nobili, mitiche, popolari – fondono la propria corporeità con quella materia di cui sono fatti i sogni. E come il mestierante Bottom s’incontra per magia con la regina delle fate Titania, così il raffinato artigianato di Trnka, in cinque anni di lavoro, rende materialmente percepibile la dimensione fantastica ideata da Shakespeare.

L’ultimo suo film, Ruka (Mano) suddiviso nelle due parti che vi presento qui sotto, costituì una rottura sorprendente e inaspettata nel suo lavoro. È un’allegoria politica con un momento catartico finale, senza quegli slanci di lirismo ai quali Trnka aveva abituato i suoi spettatori. Unici protagonisti: un ordinario pupazzo-artista e una mano (nuda o guantata) quale suo dispotico antagonista. Il film venne realizzato nel 1968, pochi mesi dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Forse Trnka presagiva già la cupezza dell’atmosfera che sarebbe seguita al profumo di novità e libertà incarnato dalla Primavera di Praga. Come ultima beffa va ricordato che l’artista (il regista e realizzatore del filmato, voglio dire, non il protagonista, e capirete cosa voglio dire dopo aver visto il filmato…) morì pochi mesi dopo e gli vennero tributati funerali di stato.

Guardatelo e godetevelo, ne vale davvero la pena. (Attenzione: il sonoro è volutamente asincrono rispetto all’azione; era una tecnica usata dai registi cecoslovacchi, anche nei film non animati, per non distrarre lo spettatore dagli avvenimenti sulla scena.)

Written by matemauro

23-02-2010 at 19:48

Pubblicato su cecoslovacchia, cinema, praga, trnka

Burt Lancaster

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lancaster


Burton Stephen Lancaster (New York, 2 novembre 1913 – Century City, 20 ottobre 1994), è stato un attore e regista statunitense.

Poco è noto della sua infanzia, della quale non amava parlare; di certo si sa che vide la luce in uno dei quartieri più poveri di New York, Harlem, che era figlio di un postino e aveva quattro fratelli.

Lasciò presto gli studi e con l’amico d’infanzia Nick Cravat fondò un duo acrobatico. I soldi scarseggiavano, comunque, ma Burt non si perse d’animo. Fece dapprima il commesso viaggiatore, poi si arruolò volontario nell’esercito e combatté in Nord Africa e in Italia.

Nel 1945 sbarcò ad Hollywood, dove venne subito notato da alcuni talent scout di Broadway. E così la passata povertà divenne soltanto un triste ricordo. Il suo primo film, I gangster, tratto da un’opera di Ernest Hemingway, lo impose all’attenzione del pubblico e della critica. L’attore, grande, grosso e muscoloso, si fece subito amare per quel sorriso coinvolgente, che tanto contrastava con l’aspetto fisico, ma che rappresentò la sua fortuna.

Gli sceneggiatori per anni gli scrissero soggetti molto simili: il suo personaggio era un uomo perseguitato dalla sorte avversa, come in Forza bruta e in La corda di sabbia.

La sua recitazione, all’inizio, non era perfetta, ma col passare del tempo affinò le sue doti. E cambiò personaggio, dall’estroverso eroe atletico al maniaco psicopatico. Burt Lancaster era ormai un attore poliedrico e completo.

Eccolo, drammatico, nei panni di un generale nazista in Sette giorni a maggio, straordinario in Sfida all’OK Corral, indimenticabile in L’uomo di Alcatraz, solenne e aristocratico nel 1963 quando, diretto da Luchino Visconti, interpretò il Principe Fabrizio Salina nel capolavoro Il Gattopardo. La critica ironizzò su questa scelta, ma l’attore conferì al personaggio un humour immortale e un distacco patrizio.

Con Bernardo Bertolucci fu un proprietario terriero, durante gli anni del Fascismo, in Novecento. La sua ultima apparizione risale al 1989, a fianco di Kevin Costner, in L’uomo dei sogni.

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02-11-2009 at 22:07

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Stanley Kubrick

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Kubrick

Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – Harpenden, 7 marzo 1999) è stato un regista, fotografo e sceneggiatore statunitense naturalizzato britannico, considerato tra i maggiori cineasti del XX secolo.

La stampa e la rete lo ricordano sempre: lui, regista per eccellenza, oggetto infinito di studio, di dibattito, di letture, interpretazioni e opinioni. Un regista freddo, un regista da amare ad ogni costo, un regista senza eredi: le definizioni si sprecano.

Non c’è corso di cinema, libro sugli audiovisivi, sulla regia, sulla sceneggiatura che non analizzi abbondantemente qualche suo film, qualche sequenza, qualche momento. Kubrick è il modello da studiare, un metro di paragone inarrivabile e alieno. Ma, senza voler essere provocatori, Kubrick è anche regista di emozioni. Un paradosso, un’assurdità: basti pensare alla perfezione maniacale della tecnica dei suoi film e alla (presunta) glacialità che le sue immagini regalano allo spettatore.

Ore e ore spese a studiare la fotografia di un’inquadratura, la prospettiva, le posizioni degli attori. E una documentazione impressionante, come si vede facilmente in Barry Lyndon. Ma sotto l’inattaccabile e affascinante cura tecnica, sotto l’estetica più perfetta del perfetto, si nasconde sempre e comunque un’etica che, colta anche solo per un attimo e in minima parte, distrugge tutto e re-inventa il pensiero. C’è chi la chiama filosofia.

Ogni film un capolavoro, e tutti in generi diversissimi:

1956 – Rapina a mano armata (giallo)
1957 – Orizzonti di gloria (antimilitarista)
1960 – Spartacus (storico)
1962 – Lolita (critica sociale)
1964 – Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (antimilitarista)
1968 – 2001: Odissea nella spazio (fantascienza)
1971 – Arancia meccanica (critica sociale)
1975 – Barry Lyndon (storico)
1980 – Shining (thriller/horror psicanalitico)
1987 – Full Metal Jacket (antimilitarista)
1999 – Eyes Wide Shut (psicanalitico)

Ed è per questo che la grandezza di Kubrick non sta in una singola opera, ma nella coerenza del suo cinema, fatto di prototipi d’autore, di reinvenzioni di materiali letterari (partendo da testi, spesso “di rango”, da Nabokov a Burgess, da Arthur Clarke a Stephen King ad Arthur Schnitzler), di opere che hanno riconfigurato e detto spesso l’ultima parola su un genere: il polpettone storico romano non è più stato lo stesso dopo Spartacus, la scansione temporale degli eventi di Rapina a mano armata rimane un punto di riferimento per il poliziesco, l’horror/thriller ha acquistato dignità (e profondità psicanalitica) con Shining, la rarefazione della morbosa sensualità di Lolita ha retto splendidamente il confronto letterario, la raffigurazione pittorica della società settecentesca ha trovato la sua perfezione in luci e ombre sulla tela cinematografica di Barry Lindon. E che dire delle prese di posizione contro la guerra, dalla carneficina dei fanti di Barry Lindon all’assurdo processo di Orizzonti di gloria, dal grottesco pamphlet di Il dottor Stranamore, alla violenza lacerante di Full Metal Jacket?

L’ultimo film, Eyes Wide Shut, trasposizione del romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler è la storia di un medico (Tom Cruise) che va in crisi quando la moglie (Nicole Kidman) gli confessa i suoi sogni erotici. E vaga una notte intera per New York (tutta ricostruita negli studi inglesi di Pinewood) finché non torna a casa. E alla domanda che rivolge alla moglie nella scena finale: “Qual è la cosa che va fatta il prima possibile?”, lei risponde: “Scopare”. Questo è il sigillo d’autore, l’ultimo atto.

Written by matemauro

27-07-2009 at 22:02

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Le fontane di Roma – 7 – Fontan de’ Trevi

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Fontan de’ Trevi

Racchiusa in mezz’ettaro de spazzio
tra palazzi che fanno monumento
s’apre davanti l’occhi ’n gran portento
che d’umanità nun te fa mai sazzio.

Lì trovi tanta ggente che s’affolla[1]:
er principe ch’ammolla ’na patacca[2],
quarcuno che rimorchia ’na polacca[3],
chi de straforo[4] ’na canna se rolla,

chi pe’ ’r futuro butta ’na moneta[5],
e chi se tuffa pe’ tiralla su[6],
er cinese che vénne suvenìr[7],

quarcuno che ce prova a fa’ l’atleta…[8]
Fontan de’ Trevi mia, sei sempre tu,
la vita è dorce e tu nun poj spari’![9]

[1] Oggi piazza di Trevi è il tipico caso di “turismo insostenibile”: la piazza è minuscola, occupata per metà dalla monumentale fontana e per l’altra metà affollata a ogni ora del giorno e della notte da centinaia, se non migliaia, di turisti, ambulanti, borseggiatori e cacciatori di occasioni; è possibile goderne la bellezza, soprattutto d’estate e nei periodi di alta stagione turistica, praticamente soltanto fra le 4 di notte e le 7 di mattina…
[2] Il principe che rifila una patacca. Come dimenticare il film Totò truffa 62, nel quale rifulge la splendida invenzione della truffa ideata dal principe De Curtis e Nino Taranto per vendere a un americano la fontana di Trevi? Lo sventurato viene raggirato alla grande con il miraggio del possibile prelievo di tutte le monetine gettate dai turisti nella fontana. Totò è, come sempre, irresistibile, e Nino Taranto è una spalla di grande levatura.
Off topic. Andrebbe scritto l’elogio delle “spalle” dei comici giganteschi qual era Totò: per andargli appresso, a quella furia scatenata, visto che spesso se non sempre recitava “a braccio”, dovevano avere una dose non inferiore di follia e genialità. Nello stesso film (che spero tutti abbiano visto…) c’è anche un mirabile travestimento in panni femminili di Totò che sforna una serie di giochi di parole e di doppi sensi che travolge lo spettatore.
[3] L’arte del “rimorchio”, resa celebre da innumerevoli film della commedia all’italiana, si estrinseca(va) soprattutto nei pressi del Colosseo, a piazza Navona e, a appunto a piazza di Trevi.
[4] Di nascosto.
[5] Il lancio della monetina è la tradizione più conosciuta al mondo (citata anche nella canzone Arrivederci Roma): lanciando di spalle una moneta dentro la fontana ci si propizia un futuro ritorno nella città. Ignote le origini della tradizione, che scaturisce probabilmente dall’usanza di gettare nelle fonti sacre oboli o piccoli doni per propiziarsi la divinità locali.
[6] Il comune di Roma ha deciso da molti anni (sindaco Veltroni) che tutte le monetine recuperate vengano devolute alla Caritas romana; questo non impedisce, comunque, a qualche “dilettante” di fare recuperi personali, se non ci sono vigili (pizzardoni…) a guardare.
[7] Il cinese che vende souvenir. La vendita ambulante, una volta appannaggio pressoché esclusivo degli immigrati meridionali (a parte i gelatai, che, chissà perché, erano quasi tutti veneti), è oggi in mano a cinesi, bengalesi e asiatici in genere.
[8] Qualcuno che prova a fare l’atleta. Non è raro il caso di qualche vandalo che si diverte a scalare il monumento.
[9] La vita è dolce e tu non puoi sparire. Il riferimento, palese, è al film di Federico Fellini La dolce vita, ovviamente, con la celebre scena del bagno notturno di Anita Ekberg (Anitona, per i romani) nella fontana. Il bianco/nero della pellicola esalta il nitore del monumento (fontana o attrice?); a sua volta la Ekberg è fasciata in un abito scuro che stimola fantasia e immaginazione. Anni dopo, il regista affermerà, in una intervista:
“Se mi chiedete della Dolce vita come nel test delle associazioni, rispondo subito: Anita Ekberg! A distanza di trent’anni il film, il suo titolo, la sua immagine, anche per me, sono inseparabili da Anita. Era di una bellezza sovrumana. La prima volta che l’avevo vista in una fotografia a piena pagina su una rivista americana pensai: «Dio mio, non fatemela incontrare mai!» Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab lo riprovai anni dopo quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare verso di me preceduta, seguita, affiancata da tre o quattro ometti, il marito, gli agenti, che sparivano come ombre attorno all’alone di una sorgente luminosa. Sostengo che la Ekberg, oltretutto, è fosforescente."

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[Piccola nota autobiografica: Anitona festeggia il compleanno lo stesso giorno del sottoscritto!]

Written by matemauro

04-07-2009 at 14:50

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Billy Wilder

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wilder

Billy, nato Samuel, Wilder (Sucha Beskidzka, 22 giugno 1906 – Los Angeles, 27 marzo 2002) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense di origine galiziana (attualmente Sucha Beskidzka è in Polonia, ma all’epoca faceva parte dell’impero austro-ungarico).

È considerato uno dei registi e sceneggiatori più prolifici ed eclettici nella storia del cinema ed è passato alla storia come il padre della commedia americana, ma è anche da annoverare fra i fondatori del genere noir. In circa cinquant’anni di carriera ha diretto oltre 30 film e scritto 75 sceneggiature.

Se si volesse disquisire sulla filmografia americana, non si potrebbe non opporre Billy Wilder e Frank Capra, i due poli del genere: Capra dipinge gli uomini come dovrebbero essere; Wilder, non bugiardo e più selvaggio, li dipinge come sono. Wilder, lo hanno detto tutti i critici, è un cinico: misantropo fino al partito preso, misogino fino alla villania, “terra terra” fino alla volgarità, e per finire pessimista come nessuno. Tuttavia la differenza è forse meno grande di quel che appaia. Prima di tutto perché Wilder possiede una tecnica, una scienza della costruzione comica che hanno fatto di lui l’ultimo classico in un’epoca di commedie informi e confuse in cui la risata muore soffocata dall’eccessiva noncuranza. Poi perché le storie che racconta finiscono sempre, nonostante le apparenze, per soddisfare la morale, come ai bei tempi. Solo che Wilder è più sottile, più ambiguo, e non si sa mai se questa morale soddisfatta è quella vera (che si fa un baffo della morale) o l’altra (quella dei suoi censori), di modo che egli è sempre mal compreso.

D’altra parte il sesso, da cui gli si rimprovera di essere ossessionato, ha nei suoi film un posto molto minore rispetto al suo vero tema prediletto: l’ambizione, l’ossessione del successo (o, più volgarmente, il desiderio del lucro), tratto comune di molti suoi personaggi. Il suo cinismo consiste nel dire che la maggior parte della gente farebbe qualsiasi cosa pur di arrivare; il che è l’esatta verità, anche se non è una buona cosa da dire.

In un’ipotetica scala di valori, è sempre impresa ardua poter stabilire chi sia stato il migliore tra i registi hollywoodiani della Golden Age. Sicuramente Billy Wilder è tra le massime figure espresse dalla cinematografia mondiale d’ogni tempo: un regista che nell’arco della carriera ha ricevuto più riconoscimenti artistici di chiunque altro, con ben 6 Oscar vinti. Sceneggiatore e regista, ha scritto e diretto opere spesso accompagnate da venature sarcastiche o, ancora, da vero e proprio cinismo, che riflettono alla perfezione i mali comuni radicati nella società.

Nel suo stile emerge il senso pratico del racconto; non si affida semplicemente al filo narrativo della storia e, soprattutto, non ripete mai ciò che il pubblico ha già visto. L’esposizione è sempre in funzione del realismo e la visuale è allargata alla suggestione delle scene, al loro intreccio, all’adattamento del dialogo, al travestitismo o sdoppiamento dei personaggi (tema ricorrente in molti suoi film), a simboli espressi o sottointesi, a invenzioni registiche non create ad arte ma dettate dal momento. Nel corso della carriera ha stretto ottimi sodalizi con Ray Milland, Fred MacMurray, Erich von Stroheim, William Holden, Audrey Hepburn, Marlene Dietrich, Marilyn Monroe, Jack Lemmon, Tony Curtis e Walter Matthau.

Un elenco dei suoi film (come sceneggiatore e come regista) comprende quasi tutti quelli che sono considerati i classici del cinema americano: Ninotchka (che gli valse la prima nomination all’Oscar), La fiamma del peccato (noir collocato nell’epoca attraversata dal secondo conflitto mondiale, quindi dalla crisi e dalla rincorsa al denaro facile), Viale del tramonto (altro capolavoro del cinema nero), Asso nella manica (inquietante denuncia al sistema giornalistico che non bada a mezze misure pur di raggiungere lo scoop), Sabrina (il film che consacra definitivamente Audrey Hepburn come star indiscussa), Quando la moglie è in vacanza (interpretato da Marilyn Monroe, Wilder vi descrive satiricamente l’invasamento erotico dell’americano comune e la corsa al consumismo degli anni 50), A qualcuno piace caldo (numero uno della commedia cinematografica americana, dove, in una girandola di sketch, situazioni vertiginose e parodistiche, che viaggiano di pari passo tra sesso, travestitismi, omosessualità e morte, emerge la migliore interpretazione della Monroe e la frase finale pronunciata nel finale da Jack Lemmon “Nessuno è perfetto!” ha fatto epoca), L’appartamento (film che vinse 5 Oscar; commedia amara ricca di gag, costruita sul tema della solitudine), Irma la dolce (ancora sul tema del travestitismo), Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? (con breve apparizione esilarante di Pippo Franco, quando ancora faceva il comico e non il buffone), Prima pagina (con gli stessi temi di Asso nella manica), La vita privata di Sherlock Holmes (dove identifica il celebre investigatore in una sorta di cocainomane). Chiude ogni attività nel 1981 con il burlesco e opaco Buddy, Buddy.

Written by matemauro

29-06-2009 at 23:06

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