matemauro

Di matematica ma non soltanto…

Archive for the ‘patafisica’ Category

A grande (!) richiesta, il seguito…

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Ina

Stavo a ’r mare, entranno ne ’a cabbina,
quanno sentii de dietro ’na vocina:
pareva pari pari mi’ zzia Dina;
io l’ascortai, moggio moggio, fin’a

 

che nun arivò ar “Zarvereggina”:
nun era zzia, ma ’na coinquilina
che ’n chiesa le candele illumìna!
’Na bbaciapile che se chiama Nina

oppurossia, nun me ricordo, Pina…
Naso da ggiudìa, faccia cinerina,
du’ mano longhe longhe d’assassina…

Ma tutti sanno ch’è ’na libbertina,
che la boccuccia sua è assai divina…
sarvognuno, è finita la terzina!

Ina

Ero al mare, stavo entrando nella cabina,
quando sentii dietro di me una vocina;
sembrava proprio mia zia Dina;
l’ascoltai, mogio mogio, fino a

che non arrivò al Salve Regina:
non era mia zia, ma una coinquilina
che accende le candele in chiesa!
Una bacchettona che si chiama Nina

oppure, non ricordo bene, Pina…
Naso aquilino, faccia grigiastra,
due mani lunghe lunghe da assassina…

Ma tutti sanno che è una libertina,
che la sua bocca è divina…
per fortuna che è finita la terzina!

[L’immagine in testa rappresenta un percorso alpinistico in Val d’Uina (Svizzera)]

Written by matemauro

15-10-2009 at 22:47

Pubblicato su patafisica, poesia, roma

Un piccolo “divertissement”…

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Ieri sera, in chat con l’amica Tamango, si parlava del mio post precedente, e del commento di h2no3, da lei quotato. Una frase da lei scritta, “Mi piacciono le frasi con la rima in -allo” ha risvegliato la mia intuizione patafisica, e in men che non si dica, ho buttato giù questo sonetto in dialetto, con tutte le rime in -allo, appunto (e in rigoroso ordine alfabetico!).
Spero che vi divertiate a leggerlo, almeno quanto mi sono divertito io a scriverlo!
Siccome stavolta il dialetto è abbastanza stretto, segue la traduzione in italiano…

Allo

M’hanno ’nvitato, l’artra sera, a ’n ballo,
risposi “No, ché me fa male ’n callo”.
Preferivo resta’ da solo; dallo
scrittoio tirai fori ’n fojo: fallo

a piegoline pe’ creacce ’n gallo
fu ’n attimo. Me chiamò ppoi Lallo:
da le noci aveva torto er mallo,
se preparava poi a macinallo

ma mme chiese: “Lo devo ammalloppallo?”
Risposi: “Fórze, ma pe’ preparallo
si nun zai come se fa, allora sallo!”

Preso un libbro, feci pe’ vortallo
(parlava de Adriano e de ’r zuo vallo),
ma co’ ’r diddittì me misi a spruzzallo…

Allo

M’hanno invitato, l’altra sera, a un ballo,
risposi “No, perché mi fa male un callo”.
Preferivo restare da solo; dallo
scrittoio tirai fuori un foglio: farlo

a piegoline per crearci un gallo
fu un attimo. Mi chiamò poi Lallo:
dalle noci aveva tolto il mallo,
si preparava poi a macinarlo

ma mi chiese: “Devo ridurlo a una palla?”
Risposi: “Forse, ma per prepararlo
se non sai come si fa, allora sappilo!”

Preso un libro, feci per voltarlo
(parlava di Adriano e del suo vallo),
ma con il Ddt mi misi a spruzzarlo…

Written by matemauro

14-10-2009 at 00:04

Pubblicato su patafisica, poesia, roma

Un importante ritrovamento letterario

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giacomo-leopardi

Dopo accurate ricerche nella casa avita di Recanati, è stato scoperto un manoscritto inedito del poeta Giacomo Leopardi. Frotte di critici e studiosi si sono accinti all’arduo compito di interpretarne il significato. Sembra che quest’ode sia stata scritta subito dopo il celeberrimo canto A Silvia, ma sull’interpretazione i critici sono discordi: taluno arguisce che il poeta si sia voluto divertire a scrivere questo brano in forma ironica, sulla falsariga dei Paralipomeni della Batracomiomachia, con personaggi completamente inventati; altri reputa, invece, che il recanatese abbia avuto un sogno, una sera che aveva mangiato peperoni arrostiti non molto cotti. Un’infima minoranza, infine, sostiene che quest’ode è un falso, abilmente prodotto in epoca recentissima, ma non dice da chi e a quale scopo.
Noi, che per vie fortunose siamo potuti entrare in possesso del manoscritto, crediamo di fare opera meritoria pubblicandolo, sicché ogni lettore si possa formare la propria opinione leggendone il testo originale. Buona lettura.

A Silvio

Silvio, rimembri ancora
quel lettone di tua magion romana,
quando collier e gioielli
con mano lesta mi porgevi,
e io, lieta e pensosa, il grilletto
del mio telefonin premevo?

Suonavan le ricche
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allorché con Apicella intento
cantavi, assai contento
delle ragazze che intorno avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
sollazzarti ogni giorno.

Io la Puglia leggiadra
talor lasciando e le sudate terre,
ove ricchi politicanti
di me compravan la miglior parte,
sperando sempre procurar ostello,
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che pesanti buste allungava.
Mirava io banconote,
violette e gialle,
e quinci il tuo pipin, e rabbrividiva.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che nottate fiammanti,
che cantate, che cori, o Silvio mio!
Quale allor mi apparia
il mio futuro opimo!
Quando sovviemmi del tuo scalpo asfaltato,
una risata squassa
il seno mio rifatto,
e tornami a doler di mia sventura.
O Silvio, o Silvio,
perché non mi rendi più
quel che giurasti allor? dove son i denari
ch’allor mi promettesti?

Silvio, pria che l’erbe inaridisca il verno,
da dileggio mondial combattuto e vinto,
scomparirai, qui lo giuro! E non avrai
dell’europarlamento il capo;
non ti molcerà più il core
la dolce lode or del poeta Biondi,
or di color ch’al minister chiamasti;
né teco le scolte in villa
ragioneran d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: all’ostello mio,
che pur bramavo,
rinunciar dovrò. Ahi come,
come infingardo sei,
quante frottole ognor mi raccontasti,
sol perché io te lo menassi!
Questo è il mondo? questi
i posti di lavor, i ponti, l’opre, gli eventi,
onde di voti qui hai fatto il pieno?
questa la sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadrai: e con la mano
la villa sarda ed un vulcano spento
mostrerai di lontano.

Written by matemauro

25-06-2009 at 12:34

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Poesia á la Carducci

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fattoria (1)

Era tempo che non mi dedicavo alla mia materia preferita, dopo la matematica: la poesia patafisica

Ed ecco cosa è sortito fuori dalla mia mente perversa, sulla metrica e la ritmica di una poesia famosissima, che non potrete certo fare a meno di riconoscere… vero?!?!?!.

Per chi, dopo la lettura di questa, avesse voglia di leggere altre cose mie simili, basta che segua il tag «patafisica», qui a destra.

Amori… rustici

Sull’aia il tacchino
gloglotta a più non posso,
la cagna un bell’osso
addenta con furor.

C’è poi un gattone bianco
che morde la gattina:
la tien così vicina
soffiando a lei ognor.

L’indomito stallone
non lo trattiene il morso:
ecco che sale a dorso
della giumenta, ohibò!

Un bianco bianconiglio
con movimenti ratti:
di coniglietti esatti
saranno un milion!

Perfin l’opimo verro,
non scevro da pulsioni,
cercando va tastoni
la scrofa per l’amor.

Or la contadinotta
nel talamo nuziale
denuda il pettorale
e attende il suo signor.

Il maschio suo marito,
lasso di pigiar mosto,
lì la raggiunge tosto
mostrandole il suo onor.

Lamenti melodiosi
riecheggian nel casale,
mentr’ogni animale
si fa sempre valor.

E questo, per chi non l’avesse indovinato, era l’originale:

San Martino

La nebbia a gl’irti colli
piovigginando sale,
e sotto il maestrale
urla e biancheggia il mar;

ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.

Gira su’ ceppi accesi
lo spiedo scoppiettando:
sta il cacciator fischiando
su l’uscio a rimirar

tra le rossastre nubi
stormi d’uccelli neri,
com’esuli pensieri,
nel vespero migrar.

Written by matemauro

01-06-2009 at 22:11

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Ode al fagiuolo 2 – La vendetta

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Dopo la mia poesia patafisica sul fagiuolo, ho ricevuto pronta risposta dall’amica Tamango (cliccare sui link per leggere gli antefatti…), che mi rimprovera bonariamente per aver preso in giro poeti a lei molto cari, nonché il fagiuolo stesso.

La sua amichevole provocazione non poteva certo restare senza risposta, e dunque eccomi qui a osannare, anch’io, le doti del succitato legume…

Viva il fagiuolo!

Or Tamango m’ha sfidato!
Sul fagiolo ha sentenziato:
“Questo cibo è ricco e sano,
lo sa bene l’ortolano;

e infatti egli lo cuoce
in maniera che non nuoce.”
Ne son certo, mia Tamango,
pur per me è cibo di rango.

Quel che io mi son permesso,
sì, ahimé, qui lo confesso,
è di far come Jarry:
di poeti un
pot-pourri!

Non contesto il fagiolo
né il nocciolo, né il cetriolo:
so ben essere tutti quelli
un’antidoto ai flagelli

di color, poveri ignari
(per non dir che son somari),
che col cibo hanno un rapporto
come dire… un po’ distorto;

preferiscono assai più
rifiutar un buon ragù
e mangiare in un fast food
con gli amici di tribù.

Non è lì la mia famiglia:
preferisco una bottiglia
di quel forte nero d’Avola
(quel che macchia, sai, la tavola),

un bel piatto di cotenne,
che non sia però di renne
ma di quel prode animale…
m’hai capito: è il maiale!

Su, allor, ti faccio fretta!
Mi vuoi dar la tua ricetta
per la pasta coi fagioli?
Me la dai oppur t’involi?

Faccio a cambio, molto lesto,
con un piatto assai modesto
che fa far tanta pipì:
i fasoi in potacìn!

Dunque vedi, cara amica,
possiam metter su rubrica
o magari un ristorante,
con soltanto, affascinante,

una base di cucina;
ma una base contadina,
ch’abbia un suo preciso ruolo:
sto parlando del fagiolo!

Tu l’osanni e io pure;
non ci sono spaccature
ma soltanto, più banali,
due visuali culturali.

Dunque, orsù, leviamo inni,
gaudeamur e cachinni;
del fagiolo le virtù
non dimentichiamo più!

Written by matemauro

06-03-2009 at 13:24

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Ode al fagiuolo

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fagioli

Ringraziando per il contributo i sempre amati Ugo Foscolo, Giacomo Leopardi e Alessandro Manzoni…

Ode al fagiuolo

Forse perché del vital rene
tu sei l’imago, o fagiuolo,
sempre caro mi fosti con la pasta
o con il riso, che da’ tuoi difetti
lo stomaco protegge.
Che fai tu, cipolla in padellino,
dimmi, che fai, olente cipollina?
T’appresti a ornar, come suoli,
il piatto di fagiuoli apparecchiato?
Tu stufi e io questa cena,
che sì benigna appare a vista,
a consumar m’appresto.
Vergine il forte olio
e indomito l’aceto,
verso nel piatto limpido
insieme a un po’ di sedano.
Dall’Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
in ogni guisa i popoli
consumano il fagiuolo;
la mangian da Scilla al Tanai,
dall’uno all’altro mar…
Non son chi fui, perì di noi gran parte:
questo che avanza è di stomaco languor.
Tu sol m’ascolti, o frigo solitario,
ove ogni notte Fame seco mi mena,
qui affido il pianto e i miei danni descrivo,
qui tutta verso del dolor la piena.
A egregie cose il forte animo
accendono i sapori forti,
ma dentro l’urne colme di tonni
e delle cose buone che già dissi,
è forse il sonno dell’intestin men duro?
Un canto s’udia per la mia casa,
lontanando morire a poco a poco,
già similmente mi stringeva il naso…
e tutti l’ultimo sospiro
mandano i peti alla fuggente luce.

Written by matemauro

03-03-2009 at 17:16

Pubblicato su patafisica, poesia, umorismo

Il rovescio delle cose

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appeso

Ogni eccezione ha la sua regola.

A volte la fantasia supera la realtà.

Al fegato non si ubbidisce.

Scusate l’anticipo, ma ho trovato tutti i semafori verdi.

Se trovate qualcosa che va, segnalatela alle autorità incompetenti.

Written by matemauro

13-11-2008 at 22:17

Pubblicato su patafisica, umorismo