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Di matematica ma non soltanto…

Archive for the ‘poesia’ Category

L’inflazione per G.G. Belli

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Anche ai tempi del mio amato maestro di cultura romana, G.G. Belli, esisteva l’inflazione… 😉 Questo sonetto venne composto il 25 agosto 1830 nella trattoria Da Peppe er tosto (dove d’altronde venne scritta la maggior parte dei sonetti belliani) e, c’è da giurarci, con davanti un bel piatto di “nervetti”, e mezzo litro di vino con la fojetta… 😉

Tempi vecchi e ttempi novi

Ar zu’ tempo mi’ nonno m’aricconta
che nun c’ereno un cazzo bbagarini, 1
se vedeva ggiucà 2 co li quartini 3
a ppiastrella, e a bbuscetta 4: e mmó sse sconta 5.

L’ova in piazza, s’aveveno a la conta 6
cento a ppavolo e ssenza li purcini 7:
la carne annava a ssedici cudrini
ar mascello 8, e ddua meno co la ggionta 9.

Er vino de castelli e dder contorno
era caro a un lustrino pe bbucale 10
e ott’oncia a bboecco la paggnotta ar forno.

E mmó la carne, er pane, er vino, er zale,
e ll’accidenti, crescheno ’ggni ggiorno.
Ma ll’hai da vede che ffinisce male.

1 Non c’erano affatto bagarini; al tempo di Belli, il “bagarino” era un  monopolista di generi commestibili e altri.

2 Si vedeva giocare.

3 Quartino, come i successivi pavolo (paolo), cudrino (quattrino), lustrino (o grosso) e boecco (baiocco) erano tutte monete in corso all’epoca.

4 Piastrella e bucetta erano giochi di strada ai quali si giocava anche a soldi.

5 E adesso ne paghiamo le conseguenze.

6 Si contavano.

7 Senza i pulcini, quindi fresche.

8 Al macello.

9 Due di meno con l’aggiunta: la carne poteva essere “pulita” o “da pulire”, nel qual caso costava di meno, dovendo eliminare lo scarto; va da sé che le classi più misere utilizzavano anche lo scarto…

10 Boccale.

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Written by matemauro

09-12-2011 at 14:31

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Poèsia

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Laoconte

Combatte il mio cuore
 
Son momenti pugnaci
quelli che attraverso;
son giorni e settimane
di voglie contrastanti:
 
ché di scrivere ancora
desiderio n'avrei,
ma la mano e il cervello
non son tutt'or d'accordo.
 
Avvenimenti attuali
con le Spigolature
vorrei commentare;
di personaggi esimi
 
la vita celebrare;
e qualche articolessa
di mia maestra scienza
mi frulla per la testa.
 
Mi manca la tensione,
il vitale elemento,
il principio cardine
di ogni cosa scritta.
 
Combatto dunque, amici,
e ciò vi sia ben noto:
non chiudo questo spazio
che mi (e vi) ha dato;
 
portate ognor pazienza
e dunque perdonate:
l'umil vostro scrivano
ritornerà ben presto!
 
Se ciò non accadrà
mal non gliene vogliate:
sappiate che ha pugnato
con tutte le sue forze…
 
[In testa: Lacoonte e i suoi figli lottano contro i serpenti, scultura greca della scuola di Rodi, I secolo e.v., Musei vaticani]

Written by matemauro

12-06-2010 at 19:45

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Federcio García Lorca

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garcialorca1

 

Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936) è stato un poeta e drammaturgo spagnolo. Il poeta spagnolo per eccellenza, conosciuto in tutto il mondo, nasce da una famiglia benestante di proprietari terrieri.
 
“Da mio padre ho ereditato la passione e da mia madre l’intelligenza”, dirà a trent’anni.
 
È un bambino allegro, ma timido e pauroso, dotato di una straordinaria memoria e di una passione cocente per la musica e gli spettacoli teatrali, un ragazzo che non va troppo bene a scuola, ma che è capace di coinvolgere nei suoi giochi altre persone. Nel 1915 si iscrive all’università e conosce il giurista Fernando De Los Rios che sarà il suo mentore per tutta la vita. Altri contatti importanti in quel periodo furono quelli con il musicista Manuel De Falla e con il poeta Antonio Machado. All’inizio degli anni venti è invece a Madrid, dove ha contatti con artisti della fama di Dalí, Buñuel e Jimenez. Contemporaneamente si dedica alla scrittura di lavori teatrali; i suoi esordi sono però accolti con freddezza. 
 
Dopo la laurea, la sua vita si riempie di nuove amicizie: i nomi sono sempre di alto livello e vanno dal poeta cileno Pablo Neruda al chitarrista Andrés Segovia, dall’altro poeta suo conterraneo Dámaso Alonso al torero Ignacio Sánchez Mejías. Viaggia molto, soprattutto tra Cuba e gli Stati Uniti, dove ha modo di saggiare in presa diretta i contrasti e i paradossi tipici di ogni società evoluta, e dove, soprattutto, assume un’importanza fondamentale, nella sua produzione poetica, quell’analisi che Franz Kafka aveva condotto pochi anni prima di lui: l’alienazione dell’uomo nella società moderna e i meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Attraverso queste esperienze si forma in modo più preciso l’impegno sociale del poeta, con la creazione di gruppi teatrali autonomi, la cui attività è finalizzata allo sviluppo culturale della Spagna. 
 
Gli anni che seguono sono segnati da altri viaggi e dal consolidamento delle numerose e importanti amicizie, sino alla morte, nel corso di una corrida, del suo amico e compagno Ignacio Sánchez Mejías. Nel 1936, poco prima dello scoppio della guerra civile, García Lorca redige e firma, assieme a Rafael Alberti e ad altri 300 intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, che appare sul giornale comunista Mundo Obrero il 15 febbraio, un giorno prima delle elezioni vinte per un soffio dalla sinistra. 
 
Il 17 luglio 1936 scoppia l’insurrezione militare franchista contro il legittimo governo della Repubblica: inizia la guerra civile spagnola. Il 19 agosto Federico, che si è nascosto a Granada presso alcuni amici, viene trovato, rapito e portato a Víznar, dove, a pochi passi da una fontana conosciuta come la Fontana delle Lacrime, viene brutalmente assassinato senza alcun processo. 
 
Sulla sua morte Pablo Neruda così scrisse, in Confesso che ho vissuto:
 
«L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce. Delle sue opere, quella piú universalmente conosciuta è il LLanto por la muerte de Ignacio Sánchez Mejías, la cui struggente partecipazione interiore ne fanno un’opera davvero di tutti. La morte e la sua negazione hanno fatto invece diventare “a las cinco de la tarde” una locuzione comune a tutte le latitudini, e dovunque indicante la freddezza cieca del destino. Federico ebbe una premonizione della sua morte. Una volta, di ritorno da una tournée teatrale, mi chiamò per raccontarmi  un fatto molto strano. Con la troupe era giunto in un remoto paesino della Castiglia, nelle cui vicinanze si era accampato per passare la notte. Non  riuscendo a dormire, verso l’alba, uscì a fare un giro […]. Si fermò all’ingresso dell’ampio parco di una vecchia proprietà feudale, dove l’abbandono, l’ora e il freddo rendevano la solitudine ancor più penetrante. Federico si sentì, ad un tratto, oppresso per via di qualcosa di confuso che doveva accadere. Si sedette su un capitello caduto. Un agnellino venne a brucare fra i ruderi e la sua comparsa fu quella di un piccolo angelo di nebbia che, di colpo, rendeva umana la solitudine. All’improvviso apparve un branco di maiali. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri, selvatici e affamati. Federico assistette allora a una scena raccapricciante: i maiali si  avventarono sull’agnello, lo squartarono e divorarono. Questa scena, di sangue e solitudine, scosse Federico a tal punto che ordinò al suo teatro ambulante di proseguire subito il viaggio. Ancora stravolto dall’orrore, Federico mi raccontava questa storia terribile tre mesi prima dello scoppio della guerra civile. In seguito compresi, sempre più chiaramente, che quella scena era stata la rappresentazione anticipata della sua morte. […] L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce.»
 
Lamento per la morte di Ignacio Sánchez Mejías
 
1 IL COZZO E LA MORTE 
 
Alle cinque della sera. 
Eran le cinque in punto della sera. 
Un bambino portò il lenzuolo bianco 
alle cinque della sera. 
Una sporta di calce già pronta 
alle cinque della sera. 
Il resto era morte e solo morte 
alle cinque della sera. 
Il vento portò via i cotoni 
alle cinque della sera. 
E l’ossido seminò cristallo e nichel 
alle cinque della sera. 
Già combatton la colomba e il leopardo 
alle cinque della sera. 
E una coscia con un corno desolato 
alle cinque della sera. 
Cominciarono i suoni di bordone 
alle cinque della sera. 
Le campane d’arsenico e il fumo 
alle cinque della sera. 
Negli angoli gruppi di silenzio 
alle cinque della sera. 
Solo il toro ha il cuore in alto! 
alle cinque della sera. 
Quando venne il sudore di neve 
alle cinque della sera, 
quando l’arena si coperse di iodio 
alle cinque della sera, 
la morte pose le uova nella ferita 
alle cinque della sera. 
Alle cinque della sera. 
Alle cinque in punto della sera. 
Una bara con ruote è il letto 
alle cinque della sera. 
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie 
alle cinque della sera. 
Il toro già mugghiava dalla fronte 
alle cinque della sera. 
La stanza s’iridava d’agonia 
alle cinque della sera. 
Da lontano già viene la cancrena 
alle cinque della sera. 
Tromba di giglio per i verdi inguini 
alle cinque della sera. 
Le ferite bruciavan come soli 
alle cinque della sera. 
E la folla rompeva le finestre 
alle cinque della sera. 
Alle cinque della sera. 
Ah, che terribili cinque della sera! 
Eran le cinque a tutti gli orologi! 
Eran le cinque in ombra della sera! 
 
2 IL SANGUE VERSATO 
 
Non voglio vederlo! 
 
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena. 
 
Non voglio vederlo! 
 
La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sonno
con salici sullo steccato.
Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco! 
 
Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.
No.
Non voglio vederlo! 
 
Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo! 
 
Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra! 
 
Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!
No.
Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,
non rondini che se lo bevano,
non v’è brina di luce che lo ghiacci,
né canto né diluvio di gigli,
non v’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!
 
3 CORPO PRESENTE 
 
La pietra è una fronte dove i sogni gemono
senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.
La pietra è una spalla per portare il tempo
Con alberi di lagrime e nastri e pianeti. 
 
Ho visto piogge grigie correre verso le onde
alzando le tenere braccia crivellate
per non esser prese dalla pietra stesa
che scioglie le loro membra senza bere il sangue. 
 
Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
scheletri d’allodole e lupi di penombre,
ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,
ma arene e arene e un’altra arena senza muri. 
 
Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro. 
 
Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
si riscalda in cima agli allevamenti. 
 
Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo presente che sfuma,
con una forma chiara che ebbe usignoli
e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo. 
 
Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non voglio altro che gli occhi rotondi
per veder questo corpo senza possibile riposo. 
 
Voglio veder qui gli uomini di voce dura.
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di rocce. 
 
Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.
Davanti a questo corpo con le redini spezzate.
Voglio che mi mostrino l’uscita
per questo capitano legato dalla morte. 
 
Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
ch’abbia dolci nebbie e profonde rive
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il doppio fiato dei tori. 
 
Si perda nell’arena rotonda della luna
che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;
si perda nella notte senza canto dei pesci
e nel bianco spineto del fumo congelato. 
 
Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti
perché s’abitui alla morte che porta.
Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare! 
 
4 ANIMA ASSENTE
 
Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché sei morto per sempre. 
 
Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre. 
 
Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché sei morto per sempre. 
 
Perché sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti. 
 
Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria. 
 
Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi. 
 
(Trad. Carlo Bo)

Written by matemauro

04-06-2010 at 22:33

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Poèsia dedicata al Natale di Roma

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Ne ’r 2762° anniverzario de la fonnazione de Roma

Dumila e settecento e poi sessanta
(più un paro) d’anni fa, e dico poco,
spuntarono du’ tizzi da ’ste parti,
e se dissero: "Ce piaceno ’sti lochi!"
 
Dovete da sape’ che ’sti due
non ereno davero tizzi qualunque:
ce dicheno le leggenne antiche
fossero fiji de’ ’n dio maggiore,
 
gnentepopodemenoché er granne Marte
che se ricconta je piacesse assai
’na vestale, fija de re, tale Rea Sirvia,
da ’r padre destinata a la verginità.
 
E mo’, siccome che la regazza era vestale,
de certo nun poteva fa’ sape’
d’avecce fiji attaccati a lo zinale,
raggion per cui li dovette abbandona’.
 
L’allasciò, sempre “se dice”,
su la riva de ’n fiume lì vvicino,
speranno che quarcuno de bon core
li trovasse e l’allevasse co’ tanta carità.
 
E ’sto quarcuno in effetti li trovò;
mo’, che sia come se ricconta
’na lupa, ovvero ’n animale,
o si oppuro fosse ’na meretrice,
 
detta così pe’ vvia de quello che faceva,
io nun ve lo saprei da’ ppe’ ccerto,
ma quello che so’ propio arcisicuro
è che li regazzini li sapeva cresce…
 
E fu così, che dopo ’n ber po’ d’anni,
dicenno grazzie a la madre putativa,
decidettero d’annassene ’n po’ a spasso
pe’ vede’ bbene ’ndo métte su bottega.
 
Capitorno ne li pressi de du’ colli;
a Remo je sfaciolò subbito l’Aventino,
er Palatino piaceva ’nvece a Romolo:
cominciò da lì la tifoseria
 
che pur’ancora suddivide oggi
li biancazzuri da li giallorossi!
Come che sia la storia, ’sti du’ ggemelli
cominciorno subbito a litiga’.
 
“E fàmola qui!” “E no, fàmola de qua!”
Era ’n brontola’ continuo…
e quelli che je staveno d’entorno
(che s’ereno già stufati d’anna’ remenghi)
 
j’emposero de risorve la quistione
tra loro due, ’n quattro e quattr’otto.
Fu così che allora ognuno de li due
costruì sur propio colle ’n cerchio sacro,
 
co’ ’r divieto assoluto pe’ cchiunque
de travalicallo senz’arcun permesso.
E dice la leggenna ch’a ’n certo punto
Remo se sia accorto che dopotutto
 
er Palatino era, sì, mejo de l’Aventino,
e che scavarcasse er zegno de ’r fratello
senza prima chiedeje er permesso.
Nun l’avesse mai fatto! Romoletto
 
s’encazzò come ’na bestia, sortì er cortello
e lo piantò ne’ la panza der gemello
giuranno sur sangue che sgorgava
che l’istessa fine avrebbe fatto ognuno
 
che se fosse azzardato a offenne Roma.
Già, perché er nome de quer posto
così je l’affibbiò, in onor propio.
E so’ passati certo ’n zacco d’anni
 
ma er nome è rimasto ne la storia
come genitrice d’ogni civirtà
puro si, lo devo riconosce,
l’atto d’inizio… civile nun è stato;
 
ma quello ch’è successo da lì in poi
converete che è tutta ’n’artra storia!
Finisco ’sta storiella in pace e gloria
facenno l’auguri a Roma mia, tanti de còre!

Note:
 
dumila e settecento…: gli anni passati dalla fondazione di Roma sono 2762, non 2763, come potrebbe sembrare facendo un calcolo algebrico, semplicemente perché l’anno 0 non è esistito!
 
lochi: luoghi
 
lo zinale: la veste (in dialetto zinale o parannanza è il grembiule)

l'allasciò: li lasciò

 
métte su bottega: impiantare un negozio, per esteso fondare una città

capitorno: capitarono

 
cominciorno: cominciarono
 
je sfaciolò: gli piacque
 
biancazzuri e giallorossi: tifosi delle principali squadre romane
 
anna’ remenghi: andare raminghi
 
sortì: tirò fuori

offenne: offendere

Written by matemauro

21-04-2010 at 00:27

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Filastrocca politica

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5-italia-muta-regioni
Il sonetto dell'altro ieri, insieme con il post dedicato alle elezioni regionali, e i commenti che ne sono seguiti (soprattutto le risposte in versi di Sabina…) m'hanno ispirato questa filastrocca politico/elettorale… 

L'Itaja e le re(a)ggioni sue

De bacetti e de bacioni
so’ cormate le reggioni;
la dovemo da fini’
de vota’ pe’ quelli lì!

Ripartimo da la Puja:
nun ze bbriga e nun ze ’ntruja,
ce sta uno ch’è capace
e che a tutti mo’ je piace;

lo volemo da copia’
pe’ fa’ sì che quelli là
lo capischeno er zistema
e se sbatteno D’Alema?

E pe’ facce un grissino
lo trasformeno Fassino?
E co’ Dario Franceschini
ce facessero F(r)ollini?

Nun parlamo poi de Grillo:
granne comico, lo strillo,
ma pe’ ffa’ er bene de tutti
nun poj fa’ solo du’ rutti…

ché sinnò è da cojoni
(pe’ nun di’ da Berlusconi)
dasse du’ pietrate ’n faccia
e ppoi di’ “porca bojaccia!”

Tu lo sai come la penzo:
pe’ le donne c’è er bonzenzo,
pe’ li maschi er predomignio
ch’equivale all’assassignio.

E perciò la butto là:
ho votato quella là,
nun è eletta? nun m’emporta,
ma nun voto pe’ ’na morta,

una ch’è solo capace
d’ariccojese a Storace
e de fa’ cresce l’iscritti
co’ ’r reggistro dei delitti…

Epperciò, cara Sabbina,
er Mauretto t’addotrrina
puro si nun c’hai bbisogno;
la politica è un zogno,

ma pe’ esse un zogno vero
ha da esse assai sincero,
e lo ponno da sogna’
quelli che lo sanno fa’:

né maschioni né vveline,
ma perzone sopraffine,
senza inzurti e paraffine,
e né coche e né morfine.

Ecco qua, ho detto tutto,
nun me vesto mo’ a lutto;
quello che in futur sarà
lo vedrà chi ancor vivrà.

Ma l’idea nun po’ mori’
si hanno vinto quelli lì;
toccherà lotta’ ’n ber pezzo,
ma ’n ber zogno accarezzo:

che ’sto cacchio de Paese
regga ancor quarch’artro mese
e poi manni a casa tutti,
dai cojoni ai farabbutti…

Written by matemauro

01-04-2010 at 17:33

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Sonetto per l’incontro Berlusconi-Gheddafi

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L’amore de Bberlusconi
 
“T’ho vvisto che j’hai fatto er baciamano!”
j’ha ffatto Bbenedetto incazzato;
“nun te vergogni? Quello è musurmano,
e tu sei er governante de ’no Stato
 
che te lo dico sempre ch’è cristiano…”
“Scusa, ma pe’ ngrazziasse ’n alleato
lo sai che tocca faje er baciamano…
Tu lo poj evita’, tu c’hai er papato!
 
Io, come e ppiù dde te, ppredico amore;
nun je potevo rifiuta’ er bacetto,
lo dicheno er Vangelo e er Corano!
 
Mo’, si è pe’ gelosia ’sto malumore,
te lo confermo qui er mio granne affetto:
a te, te bacio sempre er deretano!”


L’amore di Berlusconi
 
“T’ho visto che gli hai fatto il baciamano!”
gli ha detto Benedetto incazzato.
“Non ti vergogni? Quello è mussulmano,
e tu sei il governante di uno Stato
 
che te lo dico sempre ch’è cristiano…”
“Scusa, ma per ingraziarsi un alleato
lo sai che tocca fargli il baciamano…
Tu lo puoi evitare, tu sei il papa!
 
Io, come e più di te, predico amore;
non gli potevo rifiutare il bacetto,
lo dicono il Vangelo e il Corano!
 
Ora, se è per gelosia questo malumore,
te lo confermo qui il mio grande affetto:
a te, ti bacio sempre il deretano!”
 

Written by matemauro

30-03-2010 at 23:25

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Le cinque poesie finaliste del 1° Concorso “Ermes”

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concorso-ermes3Cari amici, la commissione giudicatrice ha portato a termine le operazioni necessarie all'individuazione delle poesie finaliste del 1° Concorso "Ermes".

In questo post il comunicato finale della commissione, che ora si prenderà qualche giorno di tempo per scegliere tra esse la poesia vincitrice.

Qui di seguito, invece, riporto, per voi, i testi dei cinque brani entrati in finale.
Ultima deaPaola

Giunge alfine, ultima Dea
ed è di azzurro vestita
Madre consolatrice
di chi, deluso, amareggiato
è prigioniero di un baratro infinito
Parla, e la sua voce è canto
è melodia per chi null'altro aspetta
Carezza menti sconvolte
mostrando orizzonti sereni
E' l'ultima svolta
prima di ogni abbandono
A lei si volge il cuore
che tutto ha perduto nella vita
E' l'aurora dei sogni tramontati
il balsamo di ferite ripetute
la luce dopo il buio
il sollievo dopo il dolore
è risveglio, ristoro, conforto
E' la Speranza che mai deve morire.

Cieli trasparenti e vitaSangervasio Antonio

Oggi
allo spuntar dei fiori,
nei tenui prati,
nel dissolversi di brina
sul lento corso,
al sollevar di sole,
nei bei cortili,
saro' pronto alla vita,
ricusando
l'impazienza che m'alberga.
Allor
mi desto
in ripide di speranza.

Aprile RW2punto0

Prima che arrivassi tu
a strappare i sigilli a questo lungo colpo di sonno,
ho atteso mille temporali,
ho consumato domande come sandali d'estate,
come lettere che per paura si chiudono nei cassetti.
Prima che arrivassi tu
mio angelo di vento,
esile demone di stupore,
ho patito il continuo franare dei sassi
persi per sempre sul fondo del lago.
Ma ora invece che ti scrivo so che verrà di nuovo Aprile
con i suoi gerani alle finestre,
a stringerci i fianchi e ad intagliarci i nomi.
Ed il nostro tempo da decorare e riprenderci
sarà un cielo impertinente di risvegli.

Indispensabili attese tamango

Aspettando le parole chiare
mi sono mille volte arresa,
e mille volte ancora le ho cercate,
ascoltate,
anche quel giorno
mentre scendevi le scale
come gabbiano in picchiata sul mare,
per fuggire da quelle che non capivi.
Le ho sentite e perse
quando mia madre
s’inondò di luce
per brillare in eterno,
ma oggi le ho qui,
dentro un pugno chiuse,
nucleo della vita
e più forti dell’amore:
indispensabili attese!
Si ripetono
in un ciclo perpetuo
e come la giovane risacca
è mare aperto
così la mano che semina tasta già le messi
quando la terra gonfia
e gravida germoglia.
La notte, figlia e madre del giorno,
mi accoglie tra le sue spire blu,
la nego e non m’abbandono
e mentre aspetto l’alba,
meraviglia del nuovo mattino,
apro il pugno e libero
le parole della speranza.

Speranza amica fedeleFaraluna

Speranza
mia fedele compagna e amica,
mai mi abbandoni
nemmeno nei momenti
più disperati della mia vita.

Quando tutto
intorno a me e dentro di me
è buio e confuso,
un esile filo di luce
mi sostiene.

Quella luce sei tu,
speranza, amica mia,
che mi dai la forza
di non fermarmi
e di andare avanti.

Non ti vedo, ma ti sento
e questo mi basta
per avere fiducia in te
e per scaldarmi il cuore.

Speranza,
compagna e amica fedele,
ti prego,
non abbandonarmi mai.

Written by matemauro

07-03-2010 at 11:29

Pubblicato su poesia