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Jiří Trnka – Lo Shakespeare dal tocco boemo

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Jiří Trnka (Plzeň, 24 febbraio 1912 – Praga, 30 dicembre 1969) è stato un illustratore, animatore e regista cecoslovacco. È famoso soprattutto per le sue animazioni di pupazzi in passo uno.

Questo post avrebbe anche potuto sottotitolarsi “il Walt Disney dell’Est”, viste le somiglianze tra i due grandi artisti. Con due grosse differenze, però: Disney lavorava soprattutto per un pubblico infantile o al massimo familiare, Trnka lo faceva principalmente per un pubblico adulto; la seconda è che mentre Disney lavorava con i disegni, Trnka realizzava i suoi film con i pupazzi, “in passo uno”: cioè dopo ogni scatto della cinepresa, i pupazzi e gli oggetti scenici venivano mossi di un nonnulla, poi un altro scatto, altro movimento e così via.

Trnka è stato l’esponente più prestigioso e ufficiale di quella cinematografia di pupazzi animati che ha reso la produzione cecoslovacca riconoscibile in tutto il mondo. Anche la Rai a due canali d’allora trasmetteva i suoi film in bianco e nero nella “Tv dei ragazzi” e probabilmente non solo perché c’era un robusto Pci all’opposizione. Semplicemente, i suoi pupazzi animati avevano un proprio fascino poetico e di presa immediata.

Del valore del maestro se ne accorsero subito anche i giurati del Festival di Cannes del 1946, che assegnarono il Grand Prix della giuria a uno dei suoi primi cortometraggi: Zvířátka a petrovští (Gli animali e i briganti), un balletto fiabesco in cui tre animali domestici, assieme alla vegetazione e agli abitanti della foresta, cacciano via i briganti usurpatori. Realizzato diversamente dal modello disneyano, esso raccolse le sue precedenti esperienze di illustratore per l’infanzia e di disegnatore satirico.

Nonostante l’affermazione nella tecnica di animazione di disegni dominante ai suoi tempi, Trnka individuò nel pupazzo animato, prosecutore della tradizione boema dei pupazzi risalente al XVII secolo, il mezzo espressivo più consono alla sua arte filmica. Così fondò a Praga nello stesso 1946 il proprio studio di produzione. Nel 1959 realizzò Sogno di una notte di mezz’estate e catturò di nuovo l’attenzione di Cannes, espressa con il massimo premio conferito dal comitato tecnico e, sempre nel 1959, anche Venezia gli consegnò una medaglia d’onore. In effetti, nel suo Sogno Trnka si situa all’apice di una maestria tecnica che si fonde con le atmosfere oniriche e soprannaturali immaginate da Shakespeare. Nella messinscena animata a tre livelli, alle parole si sostituiscono mimica e musica e le figure – nobili, mitiche, popolari – fondono la propria corporeità con quella materia di cui sono fatti i sogni. E come il mestierante Bottom s’incontra per magia con la regina delle fate Titania, così il raffinato artigianato di Trnka, in cinque anni di lavoro, rende materialmente percepibile la dimensione fantastica ideata da Shakespeare.

L’ultimo suo film, Ruka (Mano) suddiviso nelle due parti che vi presento qui sotto, costituì una rottura sorprendente e inaspettata nel suo lavoro. È un’allegoria politica con un momento catartico finale, senza quegli slanci di lirismo ai quali Trnka aveva abituato i suoi spettatori. Unici protagonisti: un ordinario pupazzo-artista e una mano (nuda o guantata) quale suo dispotico antagonista. Il film venne realizzato nel 1968, pochi mesi dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Forse Trnka presagiva già la cupezza dell’atmosfera che sarebbe seguita al profumo di novità e libertà incarnato dalla Primavera di Praga. Come ultima beffa va ricordato che l’artista (il regista e realizzatore del filmato, voglio dire, non il protagonista, e capirete cosa voglio dire dopo aver visto il filmato…) morì pochi mesi dopo e gli vennero tributati funerali di stato.

Guardatelo e godetevelo, ne vale davvero la pena. (Attenzione: il sonoro è volutamente asincrono rispetto all’azione; era una tecnica usata dai registi cecoslovacchi, anche nei film non animati, per non distrarre lo spettatore dagli avvenimenti sulla scena.)

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Written by matemauro

23-02-2010 at 19:48

Pubblicato su cecoslovacchia, cinema, praga, trnka

Jan Palach

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palach

[…]
libertà va cercando, ch’è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta.
[…]
(Dante, Purgatorio, I)

Jan Palach (Všetaty, 11 agosto 1948 – Praga, 19 gennaio 1969) è stato uno studente cecoslovacco, divenuto simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese.

Quest’anno avrebbe compiuto 61 anni. Jan Palach, che definì se stesso come "comunista e luterano" e che al primo anno di studi aveva scritto una tesina su "l’umanesimo nel giovane Marx", oggi invece per molti, quasi tutti, è diventato il simbolo dell’anticomunismo. Si diede fuoco il 16 gennaio del 1969 a Praga nel cuore della città, a piazza Venceslao. Morì tre giorni dopo, dopo atroci sofferenze.

Sacrificò la sua giovane vita per protestare contro la brutalità perpetrata dalle truppe del patto di Varsavia che nell’agosto del 1968 avevano messo fine alla purtroppo breve Primavera di Praga. Faceva parte dell’Unione degli Studenti e si era battuto perché venisse tolta la censura sulla stampa, ripristinata dopo l’invasione. Recentemente uno storico praghese, mettendo ordine nel carteggio del giovane, ha trovato una lettera in cui Palach scriveva che lui e altri suoi colleghi della facoltà di folosofia avrebbero voluto occupare la Radio cecoslovacca e da lì lanciare un appello alla nazione per uno sciopero generale contro l’invasione sovietica. Altri studenti, dei quali non verrà mai reso noto il numero preciso, seguiranno il suo esempio.

Lo studente praghese portò alle estreme conseguenze il desiderio di difendere la verità, rifiutando menzogne e compromessi. Con il suo gesto volle proclamare che “i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e che l’uomo non può accettare la menzogna”.

Quarant’anni dopo a Praga c’è la "libertà". I praghesi e i turisti mettono fiori nella stele che in piazza Venceslao ricorda Palach. Ma allo studente del ’68 sarebbe piaciuta questa città com’è oggi?

Così ne ha parlato il fratello, in un’initervista a un laureando bolognese che su Jan ha preparato la tesi:

"Jan in particolare era rimasto colpito nel vedere quelli che erano stati entusiasti di gennaio rassegnarsi alla situazione seguita all’invasione degli eserciti del Patto di Varsavia. Con il suo atto intendeva scuotere la gente, impedire che cadesse in letargo…"

"All’inizio, quando ci fu la cosiddetta rivoluzione di velluto, venne fondata un’associazione Jan Palach, che ogni anno organizzava una manifestazione di ricordo, alla quale partecipavano alcuni uomini politici, che forse in questo modo volevano rendersi visibili, ma era tutto teatro."

"…nelle persone per bene sicuramente qualcosa ha lasciato. Ma non credo che in mezzo a noi ce ne siano tante. La gente se ne infischia. Guardi: quando ci fu la rivoluzione di velluto piazza Venceslao era piena di gente… Ognuno dei presenti credeva che tutto gli sarebbe caduto in grembo. Bene passano 2, 3 anni e tutti riprendono a imprecare. Come è finita? Dappertutto imbroglioni, corruzione a piene mani."

Mi piace infine ricordare le parole che Jaroslav Seifert, premio Nobel cecoslovacco per la letturatura, di cui ho pubblicato qualche mia traduzione, scrisse in una lettera aperta il 23 gennaio 1969, un paio di giorni prima dei funerali:

"A voi che siete risoluti a morire! Non vogliamo vivere nell’illibertà e perciò non ci vivremo. Questa è la volontà di noi tutti, di tutti coloro che lottano per la libertà del paese e dei nostri popoli. Nessuno deve restare solo; neanche voi studenti, che vi siete decisi al più disperato degli atti, dovete aver l’impressione che non vi sia altra strada che quella che avete scelto. Vi prego, non pensate nella vostra disperazione che le nostre cose si possano risolvere ora o mai più e che si risolvono soltanto qui. Avete il diritto di fare di voi stessi quello che volete. Se non volete però che ci uccidiamo tutti, non uccidetevi."

Written by matemauro

16-01-2009 at 19:40

40 anni fa, la repressione della Primavera

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La democrazia non è solamente la possibilità e il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni.
(Alexander Dubček)

praga 1939

colloquio

Queste due foto vi sembrano diverse, vero?

Sono diverse per le uniformi che vi compaiono (naziste nella prima, sovietiche nella seconda), per i volti raffigurati (distrutti dal dolore nella prima, intenti al colloquio con i soldati nella seconda), per gli abbigliamenti immortalati (abiti in stile anni 30 nella prima, anni 60 nella seconda), per il tipo di fotografia (pressoché ufficiale nella prima, molto spontanea nella seconda).

Eppure per me quelle due foto sono la stessa foto, perché rappresentanto due momenti tanto diversi eppure tanto simili del paese che più amo dopo l’Italia (ma non ho difficoltà a riconoscere che in determinati momenti passa in prima posizione).

La prima foto è stata scattata il 15 marzo 1939, e coglie l’ingresso a Praga dell’esercito nazista, sei mesi dopo che le cosiddette "democrazie occidentali" (Francia e Gran Bretagna), mediante il patto di Monaco, con il clownesco contributo di Mussolini, avevano consegnato su un piatto d’argento a Hitler la repubblica cecoslovacca, nata vent’anni prima sulle rovine dell’impero austro-ungarico di francesco-giuseppiana memoria, sperando ignobilmente di distogliere da sé l’attenzione del famelico lupo nazista.

La seconda foto è invece stata scattata il 21 agosto 1968; nella notte tra il 20 e il 21 le truppe del patto di Varsavia (esclusi i romeni) entravano, senza essere invitate, in territorio cecoslovacco. L’invasione (secondo gli invasori l’"aiuto fraterno") doveva reprimere quello che è stato il primo, serio e purtroppo unico tentativo di rendere "umano" il socialismo reale come sviluppatosi nell’Europa orientale del XX secolo, la primavera di Praga.

Ma le primavere non sono nate con quella di Praga e non sono finite: tutto il mondo, dall’inizio dei tempi a oggi, vive gli stridenti contrasti tra un "potere imperiale" (che sia di stampo persiano, greco, romano, nazista, statunitense, russo o cinese per quanto riguarda la politica estera, ovvero cesariano, mussoliniano, hitleriano, staliniano, berlusconiano, sarkozyano o putiniano in politica interna) che fa della propria sopravvivenza – e del mantenimento di sé come unico potere "buono" possibile – la sua ragion d’essere, e i desideri di cambiamento, di ribellione anche non violenta, che una minoranza accorta e pensante di cittadini vorrebbe attuare. Non per sfizio o per voglia di fare la rivoluzione, ma semplicemente perché, mentre il potere, a causa della sua elefantiaca immobilità, non può che richiudersi a riccio, nascondendo anche a se stesso gli effetti negativi del suo predominio, questi effetti sono invece ben visibili e per quanto possibile vanno divulgati, anche a costo di sembrare Cassandre vocianti nel tranquillo mare dell’ordine universale raggiunto.

Ad Alexander Dubček

Nuove primavere,
come in ogni tempo
il mondo brama.
E nuovi profeti
all’uomo narranti verrano:
non è eterna la notte!
Sašenka, principe slovacco,
la tua eredità altri raccoglieranno,
tenendo nel cuore la disillusione
di quell’agosto praghese.
Ma il futuro della nuova alba,
tra dieci o tra cent’anni,
con tutto il suo splendore,
mai eguaglierà
quello che tu hai tentato.

Primavera di Praga
Francesco Guccini

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Nella foto qui sotto: 1989, Alexander Dubček, per la prima volta all’estero vent’anni dopo, in occasione della sua laurea honoris causa all’università di Bologna, con i miei genitori.

Dubcek, mamma e papà

Nell’ultima foto: scritte sui muri di Praga nei gorni dell’invasione. Le scritte recitano:
"Lenin, alzati! Brežnev è impazzito!"
"Sovietici, tornatevene a casa!" (in russo)
"Protestiamo aspramente contro l’occupazione della Cecoslovacchia"
"Unione sovietica garanzia di pace" (ironicamente…)
"Urss -> 1.000 km." (una sorta di indicazione stradale…)

scritte Praga 1

Per chi volesse saperne di più su Dubček e sul "socialismo dal volto umano" consiglio la lettura della sua autobiografia (terminata di scrivere poco prima che morisse in un incidente stadale), che è uscita oggi in edicola assieme a l’Unità; l’edizione è curata da Jiří Hochman, una storico ceco attualmente docente all’Ohio State University, la traduzione è di mio padre (non è pubblicità occulta, non ci prende un centesimo ).

[La poesia Ad Alexander Dubček è mia; Sašenka (si legge "sàscenka") è un diminutivo di Alexander.]

Written by matemauro

20-08-2008 at 14:30

Olimpiadi: sport e non solo…

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Non sono certo queste le prime Olimpiadi in cui si intrecciano problemi che poco hanno a che spartire con lo sport. Vediamo una rapida carrellata del passato, relativa soltanto ai giochi  moderni (e vi raccomando la chicca finale ):

1900 Parigi: le Olimpiadi si svolgono contemporaneamente all’Esposizione universale, con il risultato che si trasformano in una delle tante attività collaterali dell’Esposizione e in alcuni casi vengono addirittura cancellate. Le gare di corsa si svolgono in un ippodromo, quelle di nuoto e di canottaggio nella Senna e quelle di equitazione in una via del centro di Parigi. Gli organizzatori fanno addirittura svolgere la gara di lancio del disco in un parco pieno di alberi.

1904 St. Louis: durante i giochi vengono organizzate anche le cosiddette Giornate antropologiche, cioè delle competizioni in cui gareggiano persone di razze considerate inferiori ai bianchi: pigmei, amerindi, inuit, mongoli, ecc. Peraltro, quasi tutti gli uomini che partecipano a quelle "gare" sono stati pagati dagli organizzatori. Inoltre vengono organizzate gare per fenomeni da baraccone e per anziani, o almeno considerati tali a quell’epoca, e cioè "over 33". I giochi durano complessivamente oltre cinque (!) mesi.

1916 Berlino: le Olimpiadi non vengono effettuate a causa della I guerra mondiale.

1920 Anversa: la Germania non viene invitata a causa della guerra appena persa.

1924 Parigi: la Germania, invitata, stavolta non si presenta per protesta contro l’occupazione francese della regione della Ruhr.

1936 Berlino: le Olimpiadi sono per il regime nazista un’enorme occasione pubblicitaria; per fortuna il nero Jessie Owens (vincitore di 100, 200, lungo e staffetta 4×100) causa un grosso mal di pancia al Führer e agli altri gerarchi .

1940 Tokyo e 1944 (non assegnata): le Olimpiadi non vengono effettuate a causa della II guerra mondiale.

1956 Melbourne: Svizzera, Olanda e Spagna boicottano i Giochi per protesta contro l’invasione sovietica dell’Ungheria.

1968 Città del Messico: due mesi prima dei Giochi gli eserciti di Unione sovietica, Polonia, Repubblica democratica tedesca, Ungheria e Bulgaria invadono la Cecoslovacchia (gli atleti cecoslovacchi protesteranno tacitamente durante i giochi); pochi giorni prima dell’apertura ufficiale, nella piazza delle Tre culture perdono la vita centinaia di persone, principalmente studenti, per mano dell’esercito e della polizia che sparano all’impazzata su una manifestazione pacifica organizzata per protestare contro le miserrime condizioni di vita della popolazione.

1972 Monaco di Baviera: durante lo svolgimento dei giochi, un commando di terroristi palestinesi aderenti all’organizzazione Settembre nero irrompe nel villaggio olimpico, uccidendo due componenti della squadra olimpica israeliana, e rapendone altri nove; durante la loro fuga rimangono uccisi i restanti nove ostaggi e gli stessi terroristi (tranne tre superstiti) a causa dell’intervento maldestro delle forze di polizia tedesche all’aeroporto di Monaco.

1976 Montreal: contrasti tra francofoni e anglofoni del Quebec; inoltre, tutti i paesi africani (tranne Senegal e Costa d’Avorio) boicottano i Giochi per protesta contro la partecipazione della Nuova Zelanda, la cui nazionale di rugby ha giocato diversi incontri in Sudafrica, paese all’epoca escluso dalle Olimpiadi per la pratica dell’apartheid.

1980 Mosca: USA, Canada, Repubblica federale tedesca, Norvegia, Kenia, Giappone, Cina e altri paesi (per un totale di 65) boicottano i Giochi per protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan avvenuta nel 1979; Italia, Gran Bretagna e altri paesi occidentali adottano un boicottaggio parziale: si limitano a non inviare gli atleti dei gruppi sportivi delle forze armate, e sfilano sotto la bandiera dei rispettivi comitati olimpici nazionali .

1984 Los Angeles: tutti i paesi del blocco sovietico decidono di non partecipare ai Giochi come reazione al boicottaggio occidentale all’Olimpiade precedente. La ragione ufficiale addotta è quella di scarse misure di sicurezza per contrastare le previste manifestazioni anticomuniste.

1996 Atlanta: l’edizione si dovrebbe svolgere ad Atene, per celebrare il centenario delle Olimpiadi moderne, ma i soldi della Coca Cola hanno la meglio sulla logica e sul sentimento.

2008 Pechino: è storia di oggi…

Diciamo pure che le frammistioni tra sport e politica non sono certo roba soltanto dei nostri giorni… Le iscrizioni venute alla luce a Pompei offrono testimonianze inequivocabili: il palazzinaro arricchito Aulo Vettio, grande mecenate del calcio (sì, gli antichi romani giocavano a calcio!), decise di scendere in campo anche nella politica e opportunisticamente si mise a cercare i voti con la propaganda elettorale murale presso i tifosi della squadra che sponsorizzava, dichiarando di "essere meritevole di voti per il lodevole e munifico piacere e per il godimento" che lui donava al popolo con la "sua squadra di palla" molto famosa. Per ottenere questo consenso, utilizzò nella sua  propaganda elettorale il nome, le insegne e i colori della squadra per farsi eleggere senatore. Come uomo politico non è rimasto di lui nulla: è passato alla storia soltanto per aver scalato il Senato utilizzando i piedi e non la testa (Facciata della Casa di Giulia Felice – documento al  Museo di Pompei CIL, IV, n. 1147).

Vi ricorda qualche palazzinaro dei giorni nostri ?

Written by matemauro

09-08-2008 at 23:29

Le tre più grandi ginnaste di tutti i tempi

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Larisa Semёnovna Latynina (Cherson, 27 dicembre 1934) è un’ex ginnasta sovietica.

Fu la prima ginnasta a vincere nove medaglie d’oro olimpiche. Detiene tutt’ora il record per il maggior numero di medaglie vinte: 18 (nove ori, cinque argenti e quattro bronzi).

 

Věra Čáslavská (Praga, 3 maggio 1942) è un’ex ginnasta cecoslovacca.

Le sue medaglie alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968 sono particolarmente significative, perché ottenute due mesi dopo l’invasione del suo paese da parti dei sovietici e dei loro alleati. Aveva pubblicamente protestato contro l’intervento e, per evitare di essere arrestata e di non poter partecipare alle Olimpiadi, si era nascosta nella cittadina di Šumperk, partendo per il Messico all’ultimo minuto. Ma anche durante le gare non rinunciò a far sentire la sua voce e, durante le premiazioni del’esercizio a corpo libero (nel quale aveva guadagnato la medaglia d’oro insieme alla sovietica Petrik, peraltro con una pastetta dei giudici, che dopo il suo esercizio aggiornarono il punteggio della sovietica per renderlo uguale a quello di Věra) e della trave (nella quale aveva vinto l’argento dietro l’altra sovietica Kučinskaja), distolse visibilmente il capo dai pennoni delle bandiere mentre suonava l’inno sovietico.

 

Nadia Elena Comăneci (Oneşti, 12 novembre 1961) è un’ex ginnasta rumena.

È considerata una delle più grandi atlete del XX secolo, nonché la più grande ginnasta di tutti i tempi. È stata la prima ginnasta a ottenere un 10 pieno in una prova alle Olimpiadi (anche se, devo dire, alcuni puristi storsero il naso nel vedere certi punteggi, ma lo spettacolo voleva la sua parte…).

Queste sono le più grandi ginnaste di tutti i tempi, volendo escludere le ginnaste "bambine" che son venute dopo, fenomeno che, devo dire la verità, non mi è mai piaciuto. E ora speriamo che i nostri Vanessa Ferrari e Igor Cassina riescano almeno in parte a emulare queste tre grandi…

Written by matemauro

07-08-2008 at 12:01

Karel Hynek Mácha

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macha

Karel Hynek Mácha (Praga, 10 novembre 1810 – Litoměřice, 6 novembre 1836) è stato un poeta ceco, il maggiore rappresentante del romanticismo boemo.

Protagonista quasi leggendario della poesia romantica boema per la sua appassionata partecipazione ai moti risorgimentali praghesi, per la precoce morte per una malattia polmonare, per il suo amore sconvolgente per "Lori", Eleonora Somková, conosciuta nell’ambiente teatrale, Mácha è l’autore del poema Máj (Maggio), tradotto in numerose lingue, storia turbinosa del bandito Vilém, che uccide senza saperlo il padre, seduttore della propria amata. Il poema della luce e della tenebra, della natura che trionfa e appaga e del Nulla che la insedia e la corrompe, dell’uomo che si esalta sino al narcisismo e che viene mortificato sino allo strazio da un destino beffardo. Furono queste violente antinomie a sedurre, nel primo Novecento, i surrealisti cechi e a nutrire i grandi maestri della lirica praghese moderna. Immensi sono stati l’influsso e la suggestione esercitati su tutte le generazioni dalla sua morte in poi, sino ai giorni nostri. Fra le caratteristiche della sua opera si notano la struttura sinfonica del suo poema (quattro canti e due intermezzi), la ricchezza delle espressioni metaforiche unita all’organicità del discorso poetico, le sfumature sottili delle luminosità cosmiche sullo sfondo esistenziale della vita e della morte, il largo gesto del suo verso e un nichilismo metafisico audace nella visione della vita e dell’universo.

Máj
Byl pozdní večer – první máj –
večerní máj – byl lásky čas.
Hrdliččin zval ku lásce hlas,
kde borový zaváněl háj.
O lásce šeptal tichý mech;
květoucí strom lhal lásky žel,
svou lásku slavík růži pěl,
růžinu jevil vonný vzdech.
Jezero hladké v křovích stinných
zvučelo temně tajný bol,
břeh je objímal kol a kol;
a slunce jasná světů jiných
bloudila blankytnými pásky,
planoucí tam co slzy lásky.
[…]
Ouplné lůny krásná tvář –
tak bledě jasná, jasně bledá,
jak milence milenka hledá –
ve růžovou vzplanula zář;
na vodách obrazy své zřela
a sama k sobě láskou mřela.
Dál blyštil bledý dvorů stín,
jenž k sobě šly vzdy blíž a blíž,
jak v objetí by níž a níž
se vinuly v soumraku klín,
až posléz šerem v jedno splynou.
[…]
Byl opět večer – první máj
večerní máj – byl lásky čas;
hrdliččin zval ku lásce hlas,
kde borový zaváněl háj.
O lásce šeptal tichý mech,
květoucí strom lhal lásky žel,
svou lásku slavík růži pěl,
růžinu jevil vonný vzdech.
Jezero hladké v křovích stinných
zvučelo temně tajný bol,
břeh je objímal kol a kol,
co sestru brat ve hrách dětinných.
A kolem lebky pozdní zář
se vložila, co věnec z růží;
kostlivou, bílou barví tvář
i s pod bradu svislou jí kůží.
Vítr si dutou lebkou hrál,
jak by se mrtvý z hloubi smál.
Sem tam polétal dlouhý vlas,
jejž bílé lebce nechal čas,
a rosné kapky zpod se rděly,
jako by lebky zraky duté,
večerní krásou máje hnuté,
se v žaluplných slzách skvěly.
[…]

Maggio
Sera tardi, un primo di maggio,
una sera di maggio, tempo d’amore.
La voce dei colombi chiamava all’amore
lì, ove aleggiava il profumo dei pini.
Il muschio sussurrava d’amore;
un albero in fiore mentiva parole d’amore,
l’allodola d’amore cantava alla rosa,
che si palesava con singhiozzo odoroso.
Gelido il lago tra ombrosi cespugli
emetteva sordi brontolii di dolore,
mentre le rive lo abbracciavano;
e soli brillanti di altri mondi
vagavano attraverso fasce azzurrine
ardenti come lacrime d’amore.
[…]
La piena faccia della luna, così bella,
luminosamente pallida e pallidamente luminosa,
come amante che cerca l’amato,
s’infiammò di rosa;
la propria immagine riflesse nell’acqua,
e morì per amore di se stessa.
Ancora, s’allunga l’ombra dei casolari
che tra loro s’avvicinano man mano,
come se, abbracciandosi sempre più giù,
s’intrecciassero nel grembo del crepuscolo
fino a confondersi nell’oscurità.
[…]
E di nuovo sera tardi, un primo di maggio,
una sera di maggio, tempo d’amore.
La voce dei colombi chiamava all’amore
lì, ove aleggiava il profumo dei pini.
Il muschio sussurrava d’amore;
un albero in fiore mentiva parole d’amore,
l’allodola d’amore cantava alla rosa,
che si palesava con singhiozzo odoroso.
Gelido il lago tra ombrosi cespugli
emetteva sordi brontolii di dolore,
mentre le rive lo abbracciavano,
come fratelli in giochi fanciulleschi.
E intorno al teschio il tramonto scintillante
s’è posato come ghirlanda di rose;
ha colorito la bianca, ossea guancia
e la pelle pendula sotto il mento.
Il vento gioca nel cranio vuoto
come se il morto ridesse dalla tomba.
Qui e là svolazza un lungo capello,
lasciato dal tempo al bianco teschio,
e gocce di rugiada lì in basso luccicano
come se le orbite vuote del teschio,
mosse dalla notturna bellezza di maggio,
luccicassero di lacrime dolorose.
[…]

[La traduzione è mia]

Written by matemauro

01-05-2008 at 01:45

Pubblicato su cecoslovacchia, macha, poesia, praga

Jaroslav Hašek

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svejk

Jaroslav Hašek (Praga, 30 aprile 1883 – Lipnice, 3 gennaio 1923) è stato uno scrittore, umorista e giornalista ceco.

"Faccio rispettosamente notare che da militare io sono stato riformato per idiozia, e dichiarato ufficialmente idiota da una commissione straordinaria. Io sono un idiota in piena regola", così, al superiore che lo redarguisce o all’ufficiale di polizia che lo arresta, si presenta, puntualmente e con disarmante bonomia il buon soldato Švejk. E in questa sua autocertificazione di manifesta idiozia, sta tutta la genialità del popolano intelligente e ironico che, con consapevole e micidiale sarcasmo, riversa la ben più manifesta idiozia di ogni forma di autorità sui suoi più ottusi e burocratici rappresentanti.

Scritto al termine della prima guerra mondiale e uscito a puntate, poi raccolte in due volumi, dei quattro previsti se l’autore non fosse morto prematuramente, distrutto dai suoi felici stravizi, Il buon soldato Švejk narra le esilaranti e grottesche avventure di un modesto cittadino praghese, di mestiere venditore di cani, tutti forniti di pedigree rigorosamente falsi, arruolato a forza, dopo l’attentato di Sarajevo al granduca Ferdinando, nell’imperial regio esercito austroungarico, e mandato a combattere (nel suo caso si fa per dire, perché Švejk non sparerà neanche un colpo) sul fronte russo.

Sbattuto inopinatamente al centro di quell’immane macello che fu la guerra, Švejk si districa come può dai legacci della disciplina, divenendo dapprima l’attendente di Otto Katz, cappellano militare e grandioso avvinazzato (il capitolo nel quale è descritta una disastrosa messa da campo è senza dubbio una delle più spassose pagine dell’intera letteratura del novecento), poi del cinico e disincantato tenente Lukaš, il solo, fra tutti gli ufficiali di cui si tratta, che manifesti un barlume di intelligenza e umanità. E l’unica arma di cui il protagonista dispone, e fa abbondantemente uso, in un’epoca che vede solo nella violenza delle armi lo strumento per regolare i rapporti fra gli esseri umani, è quella della ironia, quella del felice sarcasmo, che gli permette di smontare, con inesorabile lucidità, lo stupido autoritarismo del mondo militare.

Pacifista per natura, antimilitarista perché altro non potrebbe essere, furbescamente ingenuo di fronte all’autorità, intimamente e irriducibilmente anarchico nella sua perfetta incapacità di dare un senso agli ordini e ai comandi che gli vengono rivolti, pronto a dissacrare tutti gli aspetti della vita militare riconducendoli continuamente ad aneddoti e fatterelli senza capo né coda (così come è senza capo né coda l’organizzazione della macchina bellica), sempre disposto ad affogare nel piatto e nel bicchiere la drammaticità della situazione, Švejk riesce a rendere allegramente surreale una vicenda che di surreale ha solo la sua immane tragicità. Capovolgendone il senso, infatti, capovolge e restituisce, con gli interessi, tutta l’idiozia di quell’insensato conflitto, così come di ogni altro, passato, presente e futuro. E in questo modo l’intelligente ironia per cui vanno famosi i praghesi coglie un trionfo contro ogni velleità di addomesticamento forzato alle regole del potere e del buon senso comune.

Del resto in Švejk c’è soprattutto l’autoritratto di Hašek. Boemo, bohémien e maledetto, quanto può essere maledetto uno spirito libero e dissacrante che lotta per sottrarsi alle spire dell’imperial regio buon governo di Francesco Giuseppe, Hašek è una delle figure più interessanti e originali del panorama culturale mitteleuropeo d’inizio novecento. Contemporaneo di Kafka, scrittore originale e fecondo, direttore di numerose riviste letterarie e (per vivere) anche, inopinatamente, di riviste scientifiche (in una, Il mondo degli animali, creò un bestiario assolutamente inventato, firmando articoli col nome di suoi amici e suscitando un vespaio di polemiche), abbracciò, negli anni della più matura giovinezza, le idee di emancipazione sociale richiamantesi all’anarchismo, aderendo per parecchi anni al movimento anarchico ceco.

Dadaista, garzone di drogheria, vagabondo, impiegato di banca, negoziante di cani, candidato politico – trentotto voti il maggior successo per l’improbabile e canzonatorio Partito del progresso moderato nei limiti della legge da lui fondato col suo amico e disegnatore Josef Lada -, la sua vita fu un’epopea umoristica, un gioco di contraddizioni, una tela di stravaganze. Formidabile bevitore, appassionato frequentatore di tutte le più infime osterie e birrerie di Praga e della Boemia intera, la sua libertà di pensiero e la sua irrequietezza ne fecero un personaggio imprendibile e incontrollabile, una figura impossibile da classificare. Una volta chiamato alle armi diserta, consegnandosi ai russi e abbracciando il bolscevismo (a quanto lui stesso racconta, ma c’è da crederci?), e rientra in patria solo due anni dopo la fine della guerra, trascinandosi appresso un’altra moglie (una l’aveva sposata a Praga prima di essere richiamato) che spaccia come principessa di sangue reale. Sono questi, i primi anni venti, gli ultimi della sua vita felice e dissoluta, quelli che lo vedono, tra una sbornia e una partita a carte, il felicissimo creatore dell’universale figura del buon soldato Švejk.

Un consiglio? Da leggere, assolutamente! Ne pubblicò un’edizione Feltrinelli nel 1961, con la splendida traduzione di Renato Poggioli, chissà se si trova ancora su qualche bancarella dell’usato? Ed ecco un assaggio.

Un gatto intorno a un piatto di patate

Per il solito gli serviva la messa un soldato di fanteria, che aveva preferito passare al genio telegrafisti e che era stato mandato al fronte.
– Non fa nulla, signor cappellano, – disse Švejk, – io posso sostituirlo benissimo.
– Ma sapete servir messa?
– Non mi ci son mai provato, – rispose Švejk, – ma bisogna provarsi a fare di tutto. Siamo in guerra ed ora la gente fa delle cose che prima non gli sarebbero neppure passate per il capo. Sarò sempre capace di ribattere con un
et cum spirito tuo il vostro Dominus vobiscum. E poi quale difficoltà c’è a girare intorno a voi come un gatto intorno a un bel piatto fumante di patate? Oppure lavarvi le mani e versarvi il vino dal calice…
– Bene, – disse il cappellano, – basta che non mi versiate dell’acqua. È meglio che mi versiate un po’ di vino anche dal secondo calice. Per il resto vi dirò tutto io, se dovrete girare a destra o a sinistra. Se farò adagio un sol fischio, vorrà dire a destra, se ne farò due, a sinistra. In quanto al messale non c’è bisogno che vi diate troppa pena. Tutto il resto è un giochetto. Avete paura?
– Io non ho paura di nulla, signor cappellano, neppure di servir messa.
Il cappellano aveva ragione a dichiarare che tutto il resto non era che un giochetto.
Tutto filò come per incanto. L’allocuzione del cappellano fu estremamente concisa.
– Soldati! Vi abbiamo radunati qui perché prima di partire per il fronte rivolgiate i vostri cuori a Dio, onde ci dia la vittoria e ci mantenga in salute. Io non voglio trattenervi troppo e vi faccio i miei migliori auguri.
– Riposo! – comandò il vecchio colonnello dal battaglione di sinistra.
La messa da campo si chiama cosi appunto perché è sottomessa alle leggi della strategia come una campagna di guerra. Durante le lunghe battaglie manovrate della guerra dei trent’anni, anche le messe da campo durarono in proporzione.
In accordo alla tattica moderna, che vuole rapidi e agili movimenti degli eserciti, anche le messe da campo devono avere un’agilità e una rapidità equivalente.
Questa durò dieci minuti esatti, e i soldati che eran vicini all’altare si stupirono grandemente a sentire che il cappellano fischiava durante la messa.
Švejk eseguiva rapidamente i segnali, volteggiando ora a destra ed ora a sinistra, senza dir altro che
et cum spirito tuo.
Tutto questo armeggio aveva l’aria d’una danza indiana intorno alla pietra del sacrificio, ma aveva questo di buono, che dissipava il tedio ispirato nell’anima dei soldati da quella triste e polverosa piazza d’armi, mal alberata, piena di latrine che sostituivano col loro sentore il mistico aroma d’incenso delle cattedrali gotiche.
Tutti quanti si divertivano come matti. Gli ufficiali che facevan cerchio intorno al colonnello si raccontavano delle storielle allegre. Tutto procedeva in ordine, e ogni tanto si sentiva qualcuno della truppa che diceva:
– Fammi tirare una boccata.
E come il fumo d’un rogo consacrato salivano su dalle bocche verso il cielo le nuvole azzurre delle sigarette. Tutti quanti i gradi si eran messi a fumare fin da quando avevan veduto che il signor colonnello aveva acceso un sigaro.
Quando echeggiò il comando: "Pregate!" il polverone turbinò e il pittoresco quadrato delle uniformi si genuflesse dinanzi alla coppa sportiva del sottotenente Witinger, vinta da lui nella corsa da Vienna a Moedling organizzata dal
Favorito dello Sport.
Il calice era ricolmo, e il giudizio generale provocato dalla manipolazione del cappellano fu espresso nella seguente frase, che corse subito nelle file: "Che garganella!" La manovra fu messa in esecuzione una seconda volta. Al che segui un altro comando di "Pregate!" mentre la musica attaccò insieme l’ouverture e il finale del
Dio proteggi la patria.

In testa: una delle illustrazioni di Lada per la 1° edizione del libro.

Written by matemauro

29-04-2008 at 22:29

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