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Jiří Trnka – Lo Shakespeare dal tocco boemo

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Jiří Trnka (Plzeň, 24 febbraio 1912 – Praga, 30 dicembre 1969) è stato un illustratore, animatore e regista cecoslovacco. È famoso soprattutto per le sue animazioni di pupazzi in passo uno.

Questo post avrebbe anche potuto sottotitolarsi “il Walt Disney dell’Est”, viste le somiglianze tra i due grandi artisti. Con due grosse differenze, però: Disney lavorava soprattutto per un pubblico infantile o al massimo familiare, Trnka lo faceva principalmente per un pubblico adulto; la seconda è che mentre Disney lavorava con i disegni, Trnka realizzava i suoi film con i pupazzi, “in passo uno”: cioè dopo ogni scatto della cinepresa, i pupazzi e gli oggetti scenici venivano mossi di un nonnulla, poi un altro scatto, altro movimento e così via.

Trnka è stato l’esponente più prestigioso e ufficiale di quella cinematografia di pupazzi animati che ha reso la produzione cecoslovacca riconoscibile in tutto il mondo. Anche la Rai a due canali d’allora trasmetteva i suoi film in bianco e nero nella “Tv dei ragazzi” e probabilmente non solo perché c’era un robusto Pci all’opposizione. Semplicemente, i suoi pupazzi animati avevano un proprio fascino poetico e di presa immediata.

Del valore del maestro se ne accorsero subito anche i giurati del Festival di Cannes del 1946, che assegnarono il Grand Prix della giuria a uno dei suoi primi cortometraggi: Zvířátka a petrovští (Gli animali e i briganti), un balletto fiabesco in cui tre animali domestici, assieme alla vegetazione e agli abitanti della foresta, cacciano via i briganti usurpatori. Realizzato diversamente dal modello disneyano, esso raccolse le sue precedenti esperienze di illustratore per l’infanzia e di disegnatore satirico.

Nonostante l’affermazione nella tecnica di animazione di disegni dominante ai suoi tempi, Trnka individuò nel pupazzo animato, prosecutore della tradizione boema dei pupazzi risalente al XVII secolo, il mezzo espressivo più consono alla sua arte filmica. Così fondò a Praga nello stesso 1946 il proprio studio di produzione. Nel 1959 realizzò Sogno di una notte di mezz’estate e catturò di nuovo l’attenzione di Cannes, espressa con il massimo premio conferito dal comitato tecnico e, sempre nel 1959, anche Venezia gli consegnò una medaglia d’onore. In effetti, nel suo Sogno Trnka si situa all’apice di una maestria tecnica che si fonde con le atmosfere oniriche e soprannaturali immaginate da Shakespeare. Nella messinscena animata a tre livelli, alle parole si sostituiscono mimica e musica e le figure – nobili, mitiche, popolari – fondono la propria corporeità con quella materia di cui sono fatti i sogni. E come il mestierante Bottom s’incontra per magia con la regina delle fate Titania, così il raffinato artigianato di Trnka, in cinque anni di lavoro, rende materialmente percepibile la dimensione fantastica ideata da Shakespeare.

L’ultimo suo film, Ruka (Mano) suddiviso nelle due parti che vi presento qui sotto, costituì una rottura sorprendente e inaspettata nel suo lavoro. È un’allegoria politica con un momento catartico finale, senza quegli slanci di lirismo ai quali Trnka aveva abituato i suoi spettatori. Unici protagonisti: un ordinario pupazzo-artista e una mano (nuda o guantata) quale suo dispotico antagonista. Il film venne realizzato nel 1968, pochi mesi dopo l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Forse Trnka presagiva già la cupezza dell’atmosfera che sarebbe seguita al profumo di novità e libertà incarnato dalla Primavera di Praga. Come ultima beffa va ricordato che l’artista (il regista e realizzatore del filmato, voglio dire, non il protagonista, e capirete cosa voglio dire dopo aver visto il filmato…) morì pochi mesi dopo e gli vennero tributati funerali di stato.

Guardatelo e godetevelo, ne vale davvero la pena. (Attenzione: il sonoro è volutamente asincrono rispetto all’azione; era una tecnica usata dai registi cecoslovacchi, anche nei film non animati, per non distrarre lo spettatore dagli avvenimenti sulla scena.)

Written by matemauro

23-02-2010 at 19:48

Pubblicato su cecoslovacchia, cinema, praga, trnka

Seifert, io e le donne

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tiziano

Tiziano, La Venere di Urbino

Ho trovato, cercando e ricercando cose che voi, miei lettori, difficilmente potreste venire a conoscere, questa poesia (anzi, lui la chiama filastrocca, o addirittura cantilena, in originale) di uno dei miei autori preferiti, il poeta ceco Jaroslav Seifert, premio Nobel per la letteratura nel 1984. Di lui già parlai in passato, riportandovi alcune sue composizioni.

Questa è abbastanza particolare, e mi ha attratto soprattutto perché riporta il suo pensiero sul genere femminile che coincide quasi alla perfezione con la mia idea (e chi legge frequentemente il mio blog sa che non lo dico per piaggeria).

Mi piace pensare che sia nata magari per caso, una sera, magari in birreria, davanti a un boccale da mezzo litro, magari nella famosa birreria di Švejk, U fleků, o nella altrettanto famosa U Tomáše, mentre con altri amici intorno si discuteva dei pregi e dei difetti delle donne e degli uomini. Forse mentre i suoi amici parlavano, Seifert prese da sotto il boccale il sottobicchiere di cartone e, impugnata la sua inseparabile stilografica, con calligrafia minuta vergò queste righe, chi può saperlo? E soprattutto, chi può smentirmi? 

“Mi chiedete cos’altro sanno fare le donne?”

Mi chiedete cos’altro sanno fare le donne?

Praticamente tutto!

Se qualcuno distende sopra un abisso

tre fili di paglia,

con piede leggero l’attraversano.

Come, non so spiegarlo,

ma rammentate

che i loro piedi hanno inventato la danza.

Quand’hanno un po’ di tempo

lavorano a croce per il bosco nero

le foglie di felce.

Se ardiscon però nel bosco di notte,

con animo spengono i fuochi fatui,

perché neppure nelle paludi

il viandante abbia timore.

Han consigliato poi ai timidi fiori

di riempire i loro calici

del familiare profumo.

E loro stesse poi san far uso,

come di spada, di profumi

pericolosi ancor più

che velenosi scorpioni tropicali.

Ma, cosa ancor più straordinaria,

hanno inventato i seni,

ed essi sono belli

come i castelli sulla Loira.

Forse ancor più belli.

E gli uomini, che sanno fare?

Non molto.

Si sono inventati guerra,

miseria, disperazione e gemiti dei feriti.

Sanno forgiare folli cannoni,

ridurre città in macerie,

e intanto mettono bene in mostra

il meschino coraggio virile.

Hanno inventato le pompe di benzina

e l’emancipazione delle donne.

E in cambio di baci fra le loro braccia

han progettato per loro un sedile speciale

perché una donna

possa perfin lavorare

nell’ultimo mese prima del parto.

È così.

Ed è tutto, addio, adieu.

Volevate una mia filastrocca:

eccola qui!

“Ptáte se, co dovedou ješte ženy?”

Ptáte se, co dovedou ještě ženy?

Patrně všechno.

Jestliže někdo položí přes propast

tři stébla slámy,

přejdou po nich lehkou nohou.

Jak, to neumím vysvětlit,

ale připomeňte si,

že jejich nohy vynalezly tanec.

Ve volných chvílích

uháčkují pro černý les

listí kapradin.

Octnou-li se však v lese za noci,

odvážně zhasnou plamínky bludiček,

aby počestný ani v mokřinách

neměl strach.

Poradily i stydlivým květinám,

aby své kalichy naplnily

důvernou vůní.

Samy však dovedou jako s mečem

zacházet s vůněmi,

které jsou ješte nebezpečnější

než jedovatí škorpióni tropu.

Co je však nejpodivuhodnější:

vymyslily ženská ňadra

a ta jsou krásná jako zámky na Loiře.

Možná, že ještě krásnější.

A co dovedou muži?

Není toho mhono.

Vymyslili si válku,

bídu, zoufalství a nárek raněných.

Umejí vykovat šílená děla,

obrátit města v sutiny

a přitom vystavovat na odiv

ubohou mužskou statečnost.

Vymyslili benzínové pumpy

a emancipaci žen.

A za polibky v jejich náručí

zkonstruovali jim zvláštní sedačku,

aby žena u stroje

mohla ještě pracovat

v posledním měsíci těhotenství.

Tak je to.

A to je vše, sbohem, adié.

Chtěli jste na mne kantilénu,

tady je!

…dimenticavo di aggiungere che la traduzione è mia! 

Written by matemauro

18-02-2010 at 12:27

Pubblicato su donne, poesia, praga, seifert

Neve!

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neve

Dal balcone di casa mia…  (ore 11.00)

Neve

Casca la neve a Roma, fiocca, fiocca!
Sto su ‘r barcone e si la guardo scenne,
paro Babbo Natale fra le renne!
A vedella me se ggira la brocca…

Me ricordo quei tempi mo’ lontani:
a Praga, la neve era cosa seria
no come qua, che ne fa ‘na miseria!
Se bagnaveno a tutti i deretani

scivolanno pe’ le strade ghiacciate;
de neve ne cascava a cartocciate
e ghiacciava… Tutti li regazzini

tiraveno fòri sci e slittini;
sotto casa era ‘no stadio de ‘r ghiaccio,
e drento: vino cotto e castagnaccio!

Neve

Cade la neve a Roma, fiocca, fiocca!
Sto sul balcone e se la guardo scendere,
sembro Babbo Natale fra le renne!
A vederla mi gira la testa…

Mi ricordo quei tempi ora lontani:
a Praga, la neve era cosa seria
non come qua, che ne fa una miseria!
Si bagnavano a tutti i deretani

scivolando per le strade ghiacciate;
di neve ne cadeva a bizzeffe
e ghiacciava… Tutti i ragazzini

tiravano fuori sci e slittini;
sotto casa era uno stadio del ghiaccio,
e dentro: vino cotto e castagnaccio!

neve1

Dal balcone di casa mia…  (ore 14.30)

Written by matemauro

12-02-2010 at 11:24

Pubblicato su neve, poesia, praga, roma

Franz Kafka

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Photobucket

Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883 – Kierling, 3 giugno 1924) è stato uno scrittore ceco di lingua tedesca, considerato uno dei maggiori del XX secolo.

La tematica principale di Kafka, il senso di smarrimento e di angoscia di fronte all’esistenza, carica la sua opera di contenuti filosofici che hanno stimolato l’esegesi dei suoi scritti, specialmente a partire dalla metà del Novecento. Non sono pochi i critici che hanno intravisto elementi esistenzialistici molto spiccati, tali da farne un esistenzialista o almeno un anticipatore dell’esistenzialismo contemporaneo.

Non si può dire di Kafka se non si dice prima dell’ambiente in cui nacque e si formò. Bisogna sapere di Praga, innanzitutto, capitale boema dell’allora impero asburgico. Città di magica bellezza (lo è ancor oggi, pur se in misura infinitamente minore), città di imperatori e rabbini, di alchimisti e scienziati (e in una casupola nella Viuzza d’oro – quella degli alchimisti – Kafka abitò per non poco tempo), di artisti, santi, eretici. Città a tre colori perché composta di tre diverse etnìe, ognuna con la sua lingua e le sue tradizioni: la ceca, l’ebraica, la tedesca (un melting pot decisamente meglio riuscito di quello statunitense, almeno fino alla seconda guerra mondiale). Bisogna sapere che Kafka apparteneva al popolo ebraico, ma che studiò in scuole tedesche e scelse la lingua tedesca per la sua futura carriera di scrittore, anche se conosceva bene anche il ceco. Bisogna sapere che era un introverso ipersensibile e geniale, figlio di un facoltoso commerciante ebreo di natura sanguigna e autoritaria: il che gli causò un complesso paterno chiaramente riscontrabile nella famosa (e mai spedita) Lettera al padre.

Bisogna sapere poi che ebbe amicizie importanti – sul piano intellettuale e umano – con scrittori locali, per lo più ebrei di lingua tedesca, come Franz Werfel e il fedele Max Brod, suo esecutore testamentario, al quale dobbiamo la nostra conoscenza delle opere di Kafka, dato che questi pochissimo aveva pubblicato in vita e aveva lasciato scritto nel testamento di bruciare tutti i suoi manoscritti; fortunamente Brod se ne guardò bene… Ma è importante anche sapere che, figlio critico ma realista di una borghesia "coi piedi in terra", non sognò mai una vita di sola arte o di bohème, ma – laureatosi in legge nel 1906 – fu impiegato per molti anni prima presso le Assicurazioni generali, poi presso l’Istituto di assicurazione per gl’infortuni sul lavoro. Non guasta nemmeno sapere che fu un impiegato e funzionario non solo molto diligente ma anche inventivo. Come persona fu sempre gentile, delicato, capace di ascoltare e di aiutare, un giovane magro e di bellissimo aspetto (sembrava un principe indiano, sorriso enigmatico e occhi di gazzella), non privo di un cauto, sfuggente umorismo.

Bisogna ancora sapere, di Franz Kafka, che sentiva l’attrattiva del matrimonio, della paternità, della consacrata sistemazione sociale. Con Felice Bauer, non bella ma a lui devota e molto paziente, si fidanzò in forma ufficiale, poi ruppe, poi si rifidanzò, poi ruppe in modo definitivo. Con Milena Jesenská, la sua traduttrice in ceco, bella e intelligentissima, ebbe un rapporto intenso ma votato al nulla. Con l’una e con l’altra intrecciò due lunghi epistolari che ci rivelano, di lui, i lati notturni: la disperazione sotto tanta urbanità, la paura esistenziale e metafisica sotto tanto coraggio, la nevrosi ossessiva e demoniaca sotto una vita così normale. Si pensi, a proposito dei suoi lati notturni, che kavka in ceco (pronunciato kafka, che è la germanizzazione del nome) è la nostra taccola, una sorta di corvo: nomen omen…

Bisogna sapere infine, di Franz Kafka, che nel 1917 ebbe i primi chiari sintomi della tubercolosi che lo avrebbe condotto alla morte. La vide avvicinarsi, quella "morte annunciata", insieme con orrore e con sollievo: era la bestia che se lo mangiava vivo giorno per giorno (e per curarsi fece viaggi, anche in Italia, passò mesi in varie case di cura), ma era anche ciò che lo dispensava dal matrimonio, dalla carriera, dalla responsabilità di una vita regolare. Dopo aver quasi perso la voce, dopo essersi ridotto a uno scheletro per la quasi impossibilità di ingerire cibo, morì nel sanatorio di Kierling presso Vienna.

Bastano questi pochi dati per riscontrare, in Kafka e nella sua vita, lacerazioni, contrasti, tensioni, sofferenze, contraddizioni. Le tre stirpi e le due lingue (anzi, tre anch’esse, mettendoci lo yiddish) tra cui fu disputato e conteso; il conflitto col padre; la scissione tra vocazione letteraria e impiego burocratico; lo squilibrio tra normalità borghese e intima demonìa; il rapporto schizofrenico con le donne; la convivenza con la malattia mortale.

Nessuno di questi attriti fu di poco momento o non passò, magari deformato fino all’irriconoscibile, nella sua opera. Vi si aggiungano, poi, altri elementi. Il "senso religioso della vita", ma tra virgolette, perché non solo alieno da ogni fissazione confessionale, ma depauperato di ogni vera speranza, di ogni autentico conforto, e perciò ridotto a sperimentare, della religiosità, soltanto gli aspetti più cruciali: il silenzio o la lontananza o addirittura l’inesistenza di Dio, il sadismo vessatorio di un’inafferrabile istanza superiore che può anche assumere il ghigno di un demone. Ancora: il rapporto sfuggente e controverso con l’ideologia e con l’ebraismo, dalla presenza più o meno sotterranea dello spirito biblico-mosaico-profetico alle consonzanze col misticismo poetico-popolaresco dello chassidismo o all’ammirazione per la grande vitalità del teatro yiddish. Tutto questo, conservando una totale libertà di giudizio e di movimento.

Written by matemauro

02-07-2009 at 20:00

Jan Palach

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palach

[…]
libertà va cercando, ch’è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta.
[…]
(Dante, Purgatorio, I)

Jan Palach (Všetaty, 11 agosto 1948 – Praga, 19 gennaio 1969) è stato uno studente cecoslovacco, divenuto simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese.

Quest’anno avrebbe compiuto 61 anni. Jan Palach, che definì se stesso come "comunista e luterano" e che al primo anno di studi aveva scritto una tesina su "l’umanesimo nel giovane Marx", oggi invece per molti, quasi tutti, è diventato il simbolo dell’anticomunismo. Si diede fuoco il 16 gennaio del 1969 a Praga nel cuore della città, a piazza Venceslao. Morì tre giorni dopo, dopo atroci sofferenze.

Sacrificò la sua giovane vita per protestare contro la brutalità perpetrata dalle truppe del patto di Varsavia che nell’agosto del 1968 avevano messo fine alla purtroppo breve Primavera di Praga. Faceva parte dell’Unione degli Studenti e si era battuto perché venisse tolta la censura sulla stampa, ripristinata dopo l’invasione. Recentemente uno storico praghese, mettendo ordine nel carteggio del giovane, ha trovato una lettera in cui Palach scriveva che lui e altri suoi colleghi della facoltà di folosofia avrebbero voluto occupare la Radio cecoslovacca e da lì lanciare un appello alla nazione per uno sciopero generale contro l’invasione sovietica. Altri studenti, dei quali non verrà mai reso noto il numero preciso, seguiranno il suo esempio.

Lo studente praghese portò alle estreme conseguenze il desiderio di difendere la verità, rifiutando menzogne e compromessi. Con il suo gesto volle proclamare che “i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e che l’uomo non può accettare la menzogna”.

Quarant’anni dopo a Praga c’è la "libertà". I praghesi e i turisti mettono fiori nella stele che in piazza Venceslao ricorda Palach. Ma allo studente del ’68 sarebbe piaciuta questa città com’è oggi?

Così ne ha parlato il fratello, in un’initervista a un laureando bolognese che su Jan ha preparato la tesi:

"Jan in particolare era rimasto colpito nel vedere quelli che erano stati entusiasti di gennaio rassegnarsi alla situazione seguita all’invasione degli eserciti del Patto di Varsavia. Con il suo atto intendeva scuotere la gente, impedire che cadesse in letargo…"

"All’inizio, quando ci fu la cosiddetta rivoluzione di velluto, venne fondata un’associazione Jan Palach, che ogni anno organizzava una manifestazione di ricordo, alla quale partecipavano alcuni uomini politici, che forse in questo modo volevano rendersi visibili, ma era tutto teatro."

"…nelle persone per bene sicuramente qualcosa ha lasciato. Ma non credo che in mezzo a noi ce ne siano tante. La gente se ne infischia. Guardi: quando ci fu la rivoluzione di velluto piazza Venceslao era piena di gente… Ognuno dei presenti credeva che tutto gli sarebbe caduto in grembo. Bene passano 2, 3 anni e tutti riprendono a imprecare. Come è finita? Dappertutto imbroglioni, corruzione a piene mani."

Mi piace infine ricordare le parole che Jaroslav Seifert, premio Nobel cecoslovacco per la letturatura, di cui ho pubblicato qualche mia traduzione, scrisse in una lettera aperta il 23 gennaio 1969, un paio di giorni prima dei funerali:

"A voi che siete risoluti a morire! Non vogliamo vivere nell’illibertà e perciò non ci vivremo. Questa è la volontà di noi tutti, di tutti coloro che lottano per la libertà del paese e dei nostri popoli. Nessuno deve restare solo; neanche voi studenti, che vi siete decisi al più disperato degli atti, dovete aver l’impressione che non vi sia altra strada che quella che avete scelto. Vi prego, non pensate nella vostra disperazione che le nostre cose si possano risolvere ora o mai più e che si risolvono soltanto qui. Avete il diritto di fare di voi stessi quello che volete. Se non volete però che ci uccidiamo tutti, non uccidetevi."

Written by matemauro

16-01-2009 at 19:40

40 anni fa, la repressione della Primavera

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La democrazia non è solamente la possibilità e il diritto di esprimere la propria opinione, ma è anche la garanzia che tale opinione venga presa in considerazione da parte del potere, la possibilità per ciascuno di avere una parte reale nelle decisioni.
(Alexander Dubček)

praga 1939

colloquio

Queste due foto vi sembrano diverse, vero?

Sono diverse per le uniformi che vi compaiono (naziste nella prima, sovietiche nella seconda), per i volti raffigurati (distrutti dal dolore nella prima, intenti al colloquio con i soldati nella seconda), per gli abbigliamenti immortalati (abiti in stile anni 30 nella prima, anni 60 nella seconda), per il tipo di fotografia (pressoché ufficiale nella prima, molto spontanea nella seconda).

Eppure per me quelle due foto sono la stessa foto, perché rappresentanto due momenti tanto diversi eppure tanto simili del paese che più amo dopo l’Italia (ma non ho difficoltà a riconoscere che in determinati momenti passa in prima posizione).

La prima foto è stata scattata il 15 marzo 1939, e coglie l’ingresso a Praga dell’esercito nazista, sei mesi dopo che le cosiddette "democrazie occidentali" (Francia e Gran Bretagna), mediante il patto di Monaco, con il clownesco contributo di Mussolini, avevano consegnato su un piatto d’argento a Hitler la repubblica cecoslovacca, nata vent’anni prima sulle rovine dell’impero austro-ungarico di francesco-giuseppiana memoria, sperando ignobilmente di distogliere da sé l’attenzione del famelico lupo nazista.

La seconda foto è invece stata scattata il 21 agosto 1968; nella notte tra il 20 e il 21 le truppe del patto di Varsavia (esclusi i romeni) entravano, senza essere invitate, in territorio cecoslovacco. L’invasione (secondo gli invasori l’"aiuto fraterno") doveva reprimere quello che è stato il primo, serio e purtroppo unico tentativo di rendere "umano" il socialismo reale come sviluppatosi nell’Europa orientale del XX secolo, la primavera di Praga.

Ma le primavere non sono nate con quella di Praga e non sono finite: tutto il mondo, dall’inizio dei tempi a oggi, vive gli stridenti contrasti tra un "potere imperiale" (che sia di stampo persiano, greco, romano, nazista, statunitense, russo o cinese per quanto riguarda la politica estera, ovvero cesariano, mussoliniano, hitleriano, staliniano, berlusconiano, sarkozyano o putiniano in politica interna) che fa della propria sopravvivenza – e del mantenimento di sé come unico potere "buono" possibile – la sua ragion d’essere, e i desideri di cambiamento, di ribellione anche non violenta, che una minoranza accorta e pensante di cittadini vorrebbe attuare. Non per sfizio o per voglia di fare la rivoluzione, ma semplicemente perché, mentre il potere, a causa della sua elefantiaca immobilità, non può che richiudersi a riccio, nascondendo anche a se stesso gli effetti negativi del suo predominio, questi effetti sono invece ben visibili e per quanto possibile vanno divulgati, anche a costo di sembrare Cassandre vocianti nel tranquillo mare dell’ordine universale raggiunto.

Ad Alexander Dubček

Nuove primavere,
come in ogni tempo
il mondo brama.
E nuovi profeti
all’uomo narranti verrano:
non è eterna la notte!
Sašenka, principe slovacco,
la tua eredità altri raccoglieranno,
tenendo nel cuore la disillusione
di quell’agosto praghese.
Ma il futuro della nuova alba,
tra dieci o tra cent’anni,
con tutto il suo splendore,
mai eguaglierà
quello che tu hai tentato.

Primavera di Praga
Francesco Guccini

Di antichi fasti la piazza vestita
grigia guardava la nuova sua vita:
come ogni giorno la notte arrivava,
frasi consuete sui muri di Praga.

Ma poi la piazza fermò la sua vita
e breve ebbe un grido la folla smarrita
quando la fiamma violenta ed atroce
spezzò gridando ogni suono di voce.

Son come falchi quei carri appostati;
corron parole sui visi arrossati,
corre il dolore bruciando ogni strada
e lancia grida ogni muro di Praga.

Quando la piazza fermò la sua vita
sudava sangue la folla ferita,
quando la fiamma col suo fumo nero
lasciò la terra e si alzò verso il cielo,

quando ciascuno ebbe tinta la mano,
quando quel fumo si sparse lontano
Jan Hus di nuovo sul rogo bruciava
all’orizzonte del cielo di Praga.

Dimmi chi sono quegli uomini lenti
coi pugni stretti e con l’odio fra denti;
dimmi chi sono quegli uomini stanchi
di chinar la testa e di tirare avanti;

dimmi chi era che il corpo portava,
la città intera che lo accompagnava:
la città intera che muta lanciava
una speranza nel cielo di Praga.

Nella foto qui sotto: 1989, Alexander Dubček, per la prima volta all’estero vent’anni dopo, in occasione della sua laurea honoris causa all’università di Bologna, con i miei genitori.

Dubcek, mamma e papà

Nell’ultima foto: scritte sui muri di Praga nei gorni dell’invasione. Le scritte recitano:
"Lenin, alzati! Brežnev è impazzito!"
"Sovietici, tornatevene a casa!" (in russo)
"Protestiamo aspramente contro l’occupazione della Cecoslovacchia"
"Unione sovietica garanzia di pace" (ironicamente…)
"Urss -> 1.000 km." (una sorta di indicazione stradale…)

scritte Praga 1

Per chi volesse saperne di più su Dubček e sul "socialismo dal volto umano" consiglio la lettura della sua autobiografia (terminata di scrivere poco prima che morisse in un incidente stadale), che è uscita oggi in edicola assieme a l’Unità; l’edizione è curata da Jiří Hochman, una storico ceco attualmente docente all’Ohio State University, la traduzione è di mio padre (non è pubblicità occulta, non ci prende un centesimo ).

[La poesia Ad Alexander Dubček è mia; Sašenka (si legge "sàscenka") è un diminutivo di Alexander.]

Written by matemauro

20-08-2008 at 14:30

Emil Zátopek

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zatopek

Emil Zátopek (Kopřivnice, 19 settembre 1922 – Praga, 22 novembre 2000) è stato un atleta cecoslovacco.

Zátopek deve la sua fama alla straordinaria impresa, alle Olimpiadi del 1952 di Helsinki, quando, nell’arco di una sola settimana, vinse tre medaglie d’oro nell’atletica leggera. Vinse nei 5.000 e nei 10.000 m, ma l’ultima vittoria la ottenne decidendo di correre per la prima volta in una gara ufficiale la maratona. In ognuna di queste gare stabilì anche il record olimpico. La vittoria nei 5.000 venne dopo un ultimo giro corso con il tempo di 57,5", stroncando i tre avversari che lo precedevano. Un simile exploit alle Olimpiadi non è riuscito a nessun altro atleta del fondo.

Si era presentato al mondo dell’atletica internazionale alle Olimpiadi di Londra del 1948, quando vinse i 10.000 m (alla sua seconda gara su quella distanza) e arrivò secondo dietro a Gaston Reiff (Belgio) nei 5.000 m.

L’anno seguente infranse il record del mondo dei 10.000 m due volte, migliorandolo in altre tre occasioni nei quattro anni seguenti. Ottenne il record del mondo anche nei 5.000 m (1954), nei 20 km (due volte nel 1951), nell’ora di corsa (due volte nel 1951), nei 25 km (1952 e 1955) e nei 30 km (1952).

Vinse i 5.000 m e i 10.000 m ai Campionati europei del 1950 e i 10.000 m nell’edizione successiva. Due settimane (!) prima delle Olimpiadi estive del 1956, a Melbourne venne operato per un’ernia, e dall’atletica nella stagione seguente.ciononostante finì sesto nella maratona. Si ritirò

Il suo stile di corsa era del tutto personale e antitetico a quelli che erano (e sono tuttora…) i sacri testi della corsa: la testa oscillava, il volto si contorceva in spasmi che sembravano di dolore, il busto ruotava a destra e manca; era inoltre noto per ansimare pesantemente, e per questa caratteristica venne soprannominato Locomotiva umana o anche Uomo cavallo.

Considerato un eroe in patria (ma anche nei paesi scandinavi, dove la corsa di fondo è sempre stata considerata una "religione"), fu una figura influente del Partito comunista. Nel 1967 appoggiò l’ala riformatrice del partito; nel periodo della cosiddetta "normalizzazione", susseguente all’intervento armato dei sovietici e dei loro alleati dopo la Primavera di Praga, venne rimosso da tutti gli incarichi di partito e di stato (era colonnello dell’esercito) e costretto a lavorare prima come benzinaio e poi come minatore.

Sua moglie Dana Zátopková (nata esattamente lo stesso giorno del marito) fu anch’essa un’atleta di tutto rispetto. Nel lancio del giavellotto vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Helsinki (1952) – lo stesso giorno in cui il marito vinceva la maratona! – e quella d’argento alle Olimpiadi di Roma (1960) e due titoli europei nel 1954 e nel 1958.

"In sostanza, noi fondisti ci distinguiamo dal resto degli atleti: se vuoi vincere qualcosa, corri i 100 metri, ma se vuoi vivere un’esperienza, allora corri la maratona"

"Non avevo abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo"

"È al confine con il dolore e la sofferenza che si nota la differenza tra gli uomini e i ragazzi"

"Uno che corre lo deve fare con i sogni nel cuore, non con i soldi nel portafogli"

"Alle volte la mia corsa assomigliava a quella di un cane pazzo. Non importavano lo stile o ciò che sembravo agli altri: c’erano dei record da battere"

"La vittoria è grande, ma ancora di più lo è l’amicizia"

Written by matemauro

04-08-2008 at 23:14

Pubblicato su atletica, olimpiadi, praga, sport, zatopek