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Jan Palach

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palach

[…]
libertà va cercando, ch’è sì cara
come sa chi per lei vita rifiuta.
[…]
(Dante, Purgatorio, I)

Jan Palach (Všetaty, 11 agosto 1948 – Praga, 19 gennaio 1969) è stato uno studente cecoslovacco, divenuto simbolo della resistenza anti-sovietica del suo Paese.

Quest’anno avrebbe compiuto 61 anni. Jan Palach, che definì se stesso come "comunista e luterano" e che al primo anno di studi aveva scritto una tesina su "l’umanesimo nel giovane Marx", oggi invece per molti, quasi tutti, è diventato il simbolo dell’anticomunismo. Si diede fuoco il 16 gennaio del 1969 a Praga nel cuore della città, a piazza Venceslao. Morì tre giorni dopo, dopo atroci sofferenze.

Sacrificò la sua giovane vita per protestare contro la brutalità perpetrata dalle truppe del patto di Varsavia che nell’agosto del 1968 avevano messo fine alla purtroppo breve Primavera di Praga. Faceva parte dell’Unione degli Studenti e si era battuto perché venisse tolta la censura sulla stampa, ripristinata dopo l’invasione. Recentemente uno storico praghese, mettendo ordine nel carteggio del giovane, ha trovato una lettera in cui Palach scriveva che lui e altri suoi colleghi della facoltà di folosofia avrebbero voluto occupare la Radio cecoslovacca e da lì lanciare un appello alla nazione per uno sciopero generale contro l’invasione sovietica. Altri studenti, dei quali non verrà mai reso noto il numero preciso, seguiranno il suo esempio.

Lo studente praghese portò alle estreme conseguenze il desiderio di difendere la verità, rifiutando menzogne e compromessi. Con il suo gesto volle proclamare che “i valori umani non possono essere manipolati ad arbitrio col sopruso e che l’uomo non può accettare la menzogna”.

Quarant’anni dopo a Praga c’è la "libertà". I praghesi e i turisti mettono fiori nella stele che in piazza Venceslao ricorda Palach. Ma allo studente del ’68 sarebbe piaciuta questa città com’è oggi?

Così ne ha parlato il fratello, in un’initervista a un laureando bolognese che su Jan ha preparato la tesi:

"Jan in particolare era rimasto colpito nel vedere quelli che erano stati entusiasti di gennaio rassegnarsi alla situazione seguita all’invasione degli eserciti del Patto di Varsavia. Con il suo atto intendeva scuotere la gente, impedire che cadesse in letargo…"

"All’inizio, quando ci fu la cosiddetta rivoluzione di velluto, venne fondata un’associazione Jan Palach, che ogni anno organizzava una manifestazione di ricordo, alla quale partecipavano alcuni uomini politici, che forse in questo modo volevano rendersi visibili, ma era tutto teatro."

"…nelle persone per bene sicuramente qualcosa ha lasciato. Ma non credo che in mezzo a noi ce ne siano tante. La gente se ne infischia. Guardi: quando ci fu la rivoluzione di velluto piazza Venceslao era piena di gente… Ognuno dei presenti credeva che tutto gli sarebbe caduto in grembo. Bene passano 2, 3 anni e tutti riprendono a imprecare. Come è finita? Dappertutto imbroglioni, corruzione a piene mani."

Mi piace infine ricordare le parole che Jaroslav Seifert, premio Nobel cecoslovacco per la letturatura, di cui ho pubblicato qualche mia traduzione, scrisse in una lettera aperta il 23 gennaio 1969, un paio di giorni prima dei funerali:

"A voi che siete risoluti a morire! Non vogliamo vivere nell’illibertà e perciò non ci vivremo. Questa è la volontà di noi tutti, di tutti coloro che lottano per la libertà del paese e dei nostri popoli. Nessuno deve restare solo; neanche voi studenti, che vi siete decisi al più disperato degli atti, dovete aver l’impressione che non vi sia altra strada che quella che avete scelto. Vi prego, non pensate nella vostra disperazione che le nostre cose si possano risolvere ora o mai più e che si risolvono soltanto qui. Avete il diritto di fare di voi stessi quello che volete. Se non volete però che ci uccidiamo tutti, non uccidetevi."

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Written by matemauro

16-01-2009 at 19:40