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Di matematica ma non soltanto…

Archive for the ‘donne’ Category

Seifert, io e le donne

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tiziano

Tiziano, La Venere di Urbino

Ho trovato, cercando e ricercando cose che voi, miei lettori, difficilmente potreste venire a conoscere, questa poesia (anzi, lui la chiama filastrocca, o addirittura cantilena, in originale) di uno dei miei autori preferiti, il poeta ceco Jaroslav Seifert, premio Nobel per la letteratura nel 1984. Di lui già parlai in passato, riportandovi alcune sue composizioni.

Questa è abbastanza particolare, e mi ha attratto soprattutto perché riporta il suo pensiero sul genere femminile che coincide quasi alla perfezione con la mia idea (e chi legge frequentemente il mio blog sa che non lo dico per piaggeria).

Mi piace pensare che sia nata magari per caso, una sera, magari in birreria, davanti a un boccale da mezzo litro, magari nella famosa birreria di Švejk, U fleků, o nella altrettanto famosa U Tomáše, mentre con altri amici intorno si discuteva dei pregi e dei difetti delle donne e degli uomini. Forse mentre i suoi amici parlavano, Seifert prese da sotto il boccale il sottobicchiere di cartone e, impugnata la sua inseparabile stilografica, con calligrafia minuta vergò queste righe, chi può saperlo? E soprattutto, chi può smentirmi? 

“Mi chiedete cos’altro sanno fare le donne?”

Mi chiedete cos’altro sanno fare le donne?

Praticamente tutto!

Se qualcuno distende sopra un abisso

tre fili di paglia,

con piede leggero l’attraversano.

Come, non so spiegarlo,

ma rammentate

che i loro piedi hanno inventato la danza.

Quand’hanno un po’ di tempo

lavorano a croce per il bosco nero

le foglie di felce.

Se ardiscon però nel bosco di notte,

con animo spengono i fuochi fatui,

perché neppure nelle paludi

il viandante abbia timore.

Han consigliato poi ai timidi fiori

di riempire i loro calici

del familiare profumo.

E loro stesse poi san far uso,

come di spada, di profumi

pericolosi ancor più

che velenosi scorpioni tropicali.

Ma, cosa ancor più straordinaria,

hanno inventato i seni,

ed essi sono belli

come i castelli sulla Loira.

Forse ancor più belli.

E gli uomini, che sanno fare?

Non molto.

Si sono inventati guerra,

miseria, disperazione e gemiti dei feriti.

Sanno forgiare folli cannoni,

ridurre città in macerie,

e intanto mettono bene in mostra

il meschino coraggio virile.

Hanno inventato le pompe di benzina

e l’emancipazione delle donne.

E in cambio di baci fra le loro braccia

han progettato per loro un sedile speciale

perché una donna

possa perfin lavorare

nell’ultimo mese prima del parto.

È così.

Ed è tutto, addio, adieu.

Volevate una mia filastrocca:

eccola qui!

“Ptáte se, co dovedou ješte ženy?”

Ptáte se, co dovedou ještě ženy?

Patrně všechno.

Jestliže někdo položí přes propast

tři stébla slámy,

přejdou po nich lehkou nohou.

Jak, to neumím vysvětlit,

ale připomeňte si,

že jejich nohy vynalezly tanec.

Ve volných chvílích

uháčkují pro černý les

listí kapradin.

Octnou-li se však v lese za noci,

odvážně zhasnou plamínky bludiček,

aby počestný ani v mokřinách

neměl strach.

Poradily i stydlivým květinám,

aby své kalichy naplnily

důvernou vůní.

Samy však dovedou jako s mečem

zacházet s vůněmi,

které jsou ješte nebezpečnější

než jedovatí škorpióni tropu.

Co je však nejpodivuhodnější:

vymyslily ženská ňadra

a ta jsou krásná jako zámky na Loiře.

Možná, že ještě krásnější.

A co dovedou muži?

Není toho mhono.

Vymyslili si válku,

bídu, zoufalství a nárek raněných.

Umejí vykovat šílená děla,

obrátit města v sutiny

a přitom vystavovat na odiv

ubohou mužskou statečnost.

Vymyslili benzínové pumpy

a emancipaci žen.

A za polibky v jejich náručí

zkonstruovali jim zvláštní sedačku,

aby žena u stroje

mohla ještě pracovat

v posledním měsíci těhotenství.

Tak je to.

A to je vše, sbohem, adié.

Chtěli jste na mne kantilénu,

tady je!

…dimenticavo di aggiungere che la traduzione è mia! 

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Written by matemauro

18-02-2010 at 12:27

Pubblicato su donne, poesia, praga, seifert

Sonetto in dialetto

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sparando

Li misteri univerzali

De cose a ’r monno senza spiegazzione
ce ne so’ tante quante le farfalle:
ce vorebbe ’n elettronico cervellone
de la Nasa sortanto pe’ contalle.

Pensa poi che rottura de maroni,
che manco er prode Orlando a Ronzisvalle,
co’ l’olifante ’n mezzo a li cojoni:
so’ cose ignote, e devono restalle!

Ma le cose senza rimedio arcuno
me risultano ’n paro, a dilla tutta!
Pe’ prima vie’ la morte, sarvognuno.

La seconna è ppeggio, fa ’mpressione,
chi ce se scontra se la vede bbrutta:
quanno ’na donna vòle ave’ raggione!

I misteri universali

Di cose senza spiegazione, al mondo
ce ne son tante quante le farfalle:
ci vorrebbe un cervello elettronico
della Nasa soltanto per contarle.

Pensa poi che rottura di marroni,
che neanche il prode Orlando a Roncisvalle,
con l’olifante in mezzo alle scatole:
son cose ignote, e tali devono restare!

Ma le cose senza rimedio alcuno
mi risultano un paio, per dirla tutta!
Per prima viene la morte, e non c’è scampo.

La seconda è peggio, fa impressione,
chi ci si scontra se la vede brutta:
quando una donna vuole aver ragione!

Written by matemauro

21-01-2010 at 22:04

Pubblicato su donne, poesia, roma

Michelina Di Cesare

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«Ormai è vicina la Terra di Lavoro,
qualche branco di bufale, qualche
mucchio di case tra piante di pomidoro,

èdere e povere palanche.
Ogni tanto un fiumicello, a pelo
del terreno, appare tra le branche

degli olmi carichi di viti, nero
come uno scolo. Dentro, nel treno
che corre mezzo vuoto, il gelo.»

(Pierpaolo Pasolini, "La terra di Lavoro" in Le ceneri di Gramsci)


Michelina Di Cesare (Caspoli, 28 ottobre 1841 – Mignano Monte Lungo, 30 agosto 1868) è stata una brigante italiana, nata nell’allora Regno delle Due Sicilie.

Nata poverissima in Liburia (la Terra di Lavoro, zona tra Lazio, Campania e Molise), uno dei cuori pulsanti della rivolta brigantesca, fu fin da piccola d’indole ribelle; ribellione che pare si esprimesse già in fanciullezza in piccoli furti e abigeati ai possidenti del circondario di Caspoli. Nel 1861 Michelina andò giovanissima sposa a un misero cafone del luogo, tale Rocco Tanga, che morì l’anno dopo lasciandola vedova. Il 1862 segnò anche l’incontro che le cambiò la vita. Fu allora che conobbe Francesco Guerra, ex soldato borbonico e renitente alla leva indetta dal nuovo Stato, il quale si diede alla macchia aggregandosi alla banda di Rafaniello fino a diventarne capo nel 1861 alla morte di costui. Michelina ne divenne la donna e in seguito lo raggiunse in clandestinità. Il rapporto amoroso divenne, dunque, dapprima collaborazione, e poi, per sfuggire a misure repressive, raggiungimento e piena appartenenza alla banda del proprio uomo.

Il 30 agosto 1868 la banda del Guerra fu massacrata e Michelina ne seguì la stessa sorte. Dopo la sconfitta della squadra di cui faceva parte, Michelina Di Cesare fu catturata dai piemontesi e sottoposta a tortura. Morta a causa delle atroci sevizie subite, fu spogliata ed esposta nella piazza del paese come monito alle popolazioni "liberate". Ma l’effetto sulla gente inorridita dall’efferata vendetta fu opposto a quanto sperato dalle truppe d’occupazione: infatti l’accaduto generò nuovi risentimenti che rivitalizzarono l’affievolita reazione armata antiunitaria.

Le brigantesse furono feroci, forse più degli uomini. Abili, leste di coltello e di fucile. Coraggio ne avevano da vendere. Furono passionarie, eroine, crudeli, sottomesse ma più spesso indipendenti e libere, anche nel passare da un letto all’altro. Furono fiere di combattere per se stesse, per la propria terra e per l’indipendenza del Sud. Ma se il brigantaggio fu un movimento politico-sociale di reazione ad una condizione di violenza e di oppressione, oltre che l’affermazione di autonomia di uno Stato meridionale, il brigantaggio femminile fu anche una prima forte ribellione allo stato di soggezione delle donne "napolitane", oltre che un moto di protagonismo e di protezionismo per il riscatto dei propri figli e dei propri uomini e per la riscossa politica, sociale ed economica del Mezzogiorno. Donne e brigantesse: non dedite, dunque, solo ai fornelli e al letto, ma attive e protagoniste di un moto rivoluzionario.

Varie sono le opinioni sul significato dell’unità d’Italia e del successivo brigantaggio. Certo, i briganti furono espressione politica e guerrigliera di una borghesia media, piccola e grande, malcontenta dell’unità così come era stata fatta. Essi erano aiutati, foraggiati, incoraggiati, protetti dal clero, dai reazionari, dai borbonici, dalla borghesia agraria e cittadina e da parte della nobiltà.

Non metto in discussione la necessità del processo di unificazione. Come ebbe a dire Cavour, senza unità, i tanti staterelli non avrebbero mai avuto nessuna forza economica o politica, e questo è anche il mio pensiero. Considero in modo più che negativo coloro che oggi (stra)parlano di autonomie. Purtroppo l’unità del paese passò, allora, sulla pelle del Meridione, soprattutto di quello povero, che divenne ancora più povero. Il Nord, nel 1860, aveva bisogno di risorse, perché tre guerre consecutive (quella di Crimea e le prime due d’indipendenza) avevano prosciugato le casse del Piemonte, e le ricchezze del Sud servirono a riempire quei vuoti. Una successiva politica saggia avrebbe consentito di ridistribuire quelle ricchezze in tutto il paese, e forse Cavour avrebbe operato in quel senso. Ma morì subito dopo l’unità, e i governanti che lo sostituirono, Rattazzi e Ricasoli soprattutto, erano politici mediocri, legati agli industriali e agli agrari del Nord e si accanirono con tasse e gabelle su quella parte del paese che veniva da loro considerata terra di conquista; da ciò nacque la tragedia che portò, negli anni successivi alla migrazione – verso le Americhe prima, verso il Nord Europa poi – di tanta popolazione del Sud.

Written by matemauro

28-10-2009 at 23:01

Pubblicato su di felice michelina, donne

Poesia in dialetto

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’N pomeriggio a ’r bare

Er Ciriola, spaparanzato[1] a ’r bar
co’ ’r Banana[2], er Biondo e er Zellerone[3],
discute de le donne e de ’r pallone
e de quanto se fatica a lavora’.

De bbotto s’arivorteno a guarda’[4]
vedenno passa’ pe’ vvia[5] ’na stangona[6].
Strilla er Ciriola: “Anvedi che bbonona!”
E l’occhi stanno quasi pe’ casca’[7].

Dice Mimmo, er barista, che ’a gnoccona
abbita lì, a vvia Valitutti,
che vvie’ da quer paese dei Lappóni[8],

de quelli ’ndo la neve è ppadrona.
Co’ lei c’hanno provato quasi tutti
e a tutti j’ha arisposto: “Me cojoni!”[9]

[1] Stravaccato.
[2] Questo è un soprannome che viene dalla forma particolare di una parte anatomica: la testa o …
[3] Un tipo alto e magro, proprio come un cespo di sedano (sellero, in romanesco).
[4] Si girano a guardare.
[5] Vedendo passare per la strada.

[6] Donna alta e formosa.
[7] Per cadere.
[8] Il paese dei Làpponi è, ovviamente, la Finlandia. Lo scostamento dell’accento è frequente per i romani; e, soprattutto quando si tratta di vocaboli non comuni, si tende a pronunciare la parola piana.
[9] Mi stai prendendo in giro!

Written by matemauro

13-05-2009 at 18:20

Pubblicato su donne, poesia, roma

L’8 marzo in dialetto

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A le donne pe’ l’otto marzo.
’A donna nei millenni n’ha ppassati
de guai, spesso puro abbruciata
[1];
ma nun zo’ corpa[2] sua l’attentati
e ’e guere. Nun ze sa si[3] è strega o fata:
lavora pe’ casa, se sfianca e core[4],
ma pe’ certi è solo ’no scardino[5],
quanno nun è ’n essere ’nferiore.
Ma ddimo pane a ’r pane e vvino a ’r vino:
lei vole sortanto ’a pace ’mperante
e er rispetto, che pe’ tutti è ’mportante.
Nun è che se tratta d’èsse libberata,

è nata come te, omo, quarmente[6]:
lassala vive senza èsse corcata
[7]
,
a ’r monno[8], senza lei, saressi gnente
[9]!

Note:

[1] Bruciata
[2] Non sono colpa sua
[3] Non si sa se
[4] Corre
[5] Uno scaldino, inteso come puro “oggetto sessuale”
[6] Identica
[7] Lasciala vivere senza essere picchiata
[8] Al mondo
[9] Saresti nulla

Written by matemauro

08-03-2009 at 23:24

Pubblicato su 8 marzo, donne, poesia

Dolores Ibarruri

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Dolores Ibárruri Gómez detta la Pasionaria (Abanto-Zierbena, 9 dicembre 1895 – Madrid, 12 novembre 1989) è stata una politica, attivista e antifascista spagnola.

La Ibárruri nasce in una piccola città mineraria. È l’ottava di undici figli: suo padre Antonio, detto l’Artigliere, lavora in miniera. Sua madre ha lavorato in miniera sino al matrimonio. Il nonno materno è morto in miniera, schiacciato da un blocco di minerale. I suoi fratelli sono minatori.

Comincia a leggere alcuni testi di Marx ed Engels, rendendosi conto che la vita non è "un pantano nel quale gli uomini sprofondano senza remissione, un campo di battaglia nel quale ogni giorno l’immenso esercito del lavoro guadagna posizioni". Quando nel 1920 si forma in Spagna il partito comunista, lei vi aderisce immediatamente. E nello stesso anno viene eletta membro del primo comitato provinciale del partito comunista basco.

Inizia la sua carriera politica firmando con lo pseudonimo Pasionaria (Fiore della passione) tutti gli articoli su El minero Vizcaino e poi, nel 1931, trasferendosi a Madrid, dopo essersi separata dal marito, sull’organo ufficiale del partito, Mundo Obrero di Madrid.

È una donna bella, alta e robusta, con un’espressione decisa e una grande oratoria, è sempre vestita di nero, con l’ampia e lunga gonna delle donne del suo paese, abbigliamento che è il suo distintivo e che pare abbia abbandonato solo una volta, vestendosi alla moda, per sfuggire a un arresto.

Nel 1927 guida un gruppo di donne comuniste, mogli di detenuti politici, sino all’ufficio del governatore per avanzare alcune richieste. Guida gli scioperi dei minatori e li incita alla resistenza. Nel 1930 partecipa alla conferenza di Pamplona e viene eletta membro del comitato centrale del Pce. Organizza nel 1931 un comizio a Bilbao, resiste alle guardie a cavallo, afferra una bandiera e conduce i compagni per le vie della città, in un corteo di protesta.

Viene arrestata per la prima volta a Madrid, messa in carcere insieme alle delinquenti comuni, con le quali dà il via allo sciopero della fame, al fine di ottenere la libertà dei detenuti politici. In seguito a un secondo arresto fa cantare l’Internazionale nel parlatorio e nel cortile, incitando le recluse a rifiutare il lavoro miseramente pagato. Dopo il terzo arresto spedisce i figli a Mosca.

Nel 1934 organizza, con le donne socialiste e repubblicane del suo paese, il "Comitato femminile contro la guerra e il fascismo". Verso la fine di quell’anno, in piena repressione antioperaia, va nelle Asturie con due repubblicane, per prendere più di un centinaio di bambini, figli di operai in sciopero, che muoiono letteralmente di fame e portarli a Madrid in famiglie disposte ad accoglierli.

Nel 1935 è a Mosca, dove arriva passando la frontiera spagnola a piedi, per sfuggire all’arresto, e viene eletta membro del comitato esecutivo del Comintern; è tra coloro che approvano la costituzione del Fronte Popolare tra socialisti e comunisti, che vincerà le elezioni nel febbraio 1936.

Dopo che il Fronte popolare è giunto al potere, fa liberare i prigionieri politici e convince i minatori delle Asturie a sospendere uno sciopero.Il 16 giugno 1936 denuncia apertamente in parlamento la preparazione di un golpe di destra, non creduta dal primo ministro Quiroga.

La sera stessa del colpo di stato annuncia alla radio un grido che passerà alla storia: "Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio! No pasarán!". Dopodiché entra con un compagno nella caserma di fanteria di Madrid e arringa i soldati incerti, li conquista alla resistenza. Poi si adopera per formare una milizia sicura, facendo nascere il "Quinto Reggimento".

Grazie alle sue capacità persuasive riesce a far accorrere dai paesi nemici della Spagna libera, o indifferenti alla sua libertà, uomini famosi e ignoti che formeranno le "Brigate internazionali", pronte a combattere a fianco del Fronte popolare. Suscita grande commozione il suo viaggio di propaganda in Francia e in Belgio. La delegazione riesce a farsi ricevere dal primo ministro francese Léon Blum, il quale però le conferma la decisione del governo di non intervenire nella guerra civile.

Quando il partito comunista spagnolo accetta di entrare nel governo del Fronte popolare, guidato dal socialista Caballero, diventa vice presidente del parlamento. Lascerà la Spagna nel 1939, per ritirarsi esule in Francia e da qui parte per la Russia di Stalin, dove le purghe colpiranno persino i reduci di Spagna.

Il figlio Rubén muore durante l’assedio di Stalingrado. L’altra figlia Amaya sposa un russo.

Tornata in Spagna, dopo la morte di Franco e quindi dopo 38 anni di esilio, viene eletta deputata nel 1977. Nel 1983 partecipa alla manifestazione di solidarietà con le "Madri della Plaza de Mayo" argentine. Muore di polmonite il 12 novembre 1989.

Al di là di qualunque valutazione si voglia fare del personaggio storico, la Pasionaria resta uno dei miti dello scorso secolo. E quindi un’icona. Io l’ho conosciuta personalmente nel 1962, durante i lavori del X congresso del Pci. Ci ho parlato per cinque minuti, ma mi ha dato l’impressione di una donna volitiva e coraggiosa, caratteristica della quale la sua biografia è fedele testimonianza.

Written by matemauro

09-12-2008 at 22:37

Donne e problemi

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matematica

Proseguendo nell’analisi matematica del mondo che ci circonda, sono pervenuto a una conclusione…

Per conquistare una donna, abbiamo bisogno di tempo e di denaro, dunque possiamo scrivere

(1) Donna = Tempo * Denaro

ma, d’altra parte, sappiamo che

(2) Tempo = Denaro

e perciò possiamo anche scrivere

Donna = Denaro * Denaro

cioè

(3) Donna = Denaro2

D’altra parte, sappiamo bene che il denaro è la radice di tutti i problemi

(4) Denaro = √(Problemi)

Ora, sostituendo la (4) nella (3):

Donna = [√(Problemi)]2

dalla quale, semplificando:

Donna = Problemi

Q.E.D.

Come ben sanno tutti i miei amici, ma una persona in particolare… … è chiaro che questo non è il mio pensiero, ma soltanto un’occasione per ridere un po’ di alcuni luoghi comuni!

Written by matemauro

17-11-2008 at 14:09

Pubblicato su donne, umorismo