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Federcio García Lorca

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Federico del Sagrado Corazón de Jesús García Lorca (Fuente Vaqueros, 5 giugno 1898 – Víznar, 19 agosto 1936) è stato un poeta e drammaturgo spagnolo. Il poeta spagnolo per eccellenza, conosciuto in tutto il mondo, nasce da una famiglia benestante di proprietari terrieri.
 
“Da mio padre ho ereditato la passione e da mia madre l’intelligenza”, dirà a trent’anni.
 
È un bambino allegro, ma timido e pauroso, dotato di una straordinaria memoria e di una passione cocente per la musica e gli spettacoli teatrali, un ragazzo che non va troppo bene a scuola, ma che è capace di coinvolgere nei suoi giochi altre persone. Nel 1915 si iscrive all’università e conosce il giurista Fernando De Los Rios che sarà il suo mentore per tutta la vita. Altri contatti importanti in quel periodo furono quelli con il musicista Manuel De Falla e con il poeta Antonio Machado. All’inizio degli anni venti è invece a Madrid, dove ha contatti con artisti della fama di Dalí, Buñuel e Jimenez. Contemporaneamente si dedica alla scrittura di lavori teatrali; i suoi esordi sono però accolti con freddezza. 
 
Dopo la laurea, la sua vita si riempie di nuove amicizie: i nomi sono sempre di alto livello e vanno dal poeta cileno Pablo Neruda al chitarrista Andrés Segovia, dall’altro poeta suo conterraneo Dámaso Alonso al torero Ignacio Sánchez Mejías. Viaggia molto, soprattutto tra Cuba e gli Stati Uniti, dove ha modo di saggiare in presa diretta i contrasti e i paradossi tipici di ogni società evoluta, e dove, soprattutto, assume un’importanza fondamentale, nella sua produzione poetica, quell’analisi che Franz Kafka aveva condotto pochi anni prima di lui: l’alienazione dell’uomo nella società moderna e i meccanismi che permettono ai pochi di dominare sui molti. Attraverso queste esperienze si forma in modo più preciso l’impegno sociale del poeta, con la creazione di gruppi teatrali autonomi, la cui attività è finalizzata allo sviluppo culturale della Spagna. 
 
Gli anni che seguono sono segnati da altri viaggi e dal consolidamento delle numerose e importanti amicizie, sino alla morte, nel corso di una corrida, del suo amico e compagno Ignacio Sánchez Mejías. Nel 1936, poco prima dello scoppio della guerra civile, García Lorca redige e firma, assieme a Rafael Alberti e ad altri 300 intellettuali spagnoli, un manifesto d’appoggio al Frente Popular, che appare sul giornale comunista Mundo Obrero il 15 febbraio, un giorno prima delle elezioni vinte per un soffio dalla sinistra. 
 
Il 17 luglio 1936 scoppia l’insurrezione militare franchista contro il legittimo governo della Repubblica: inizia la guerra civile spagnola. Il 19 agosto Federico, che si è nascosto a Granada presso alcuni amici, viene trovato, rapito e portato a Víznar, dove, a pochi passi da una fontana conosciuta come la Fontana delle Lacrime, viene brutalmente assassinato senza alcun processo. 
 
Sulla sua morte Pablo Neruda così scrisse, in Confesso che ho vissuto:
 
«L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce. Delle sue opere, quella piú universalmente conosciuta è il LLanto por la muerte de Ignacio Sánchez Mejías, la cui struggente partecipazione interiore ne fanno un’opera davvero di tutti. La morte e la sua negazione hanno fatto invece diventare “a las cinco de la tarde” una locuzione comune a tutte le latitudini, e dovunque indicante la freddezza cieca del destino. Federico ebbe una premonizione della sua morte. Una volta, di ritorno da una tournée teatrale, mi chiamò per raccontarmi  un fatto molto strano. Con la troupe era giunto in un remoto paesino della Castiglia, nelle cui vicinanze si era accampato per passare la notte. Non  riuscendo a dormire, verso l’alba, uscì a fare un giro […]. Si fermò all’ingresso dell’ampio parco di una vecchia proprietà feudale, dove l’abbandono, l’ora e il freddo rendevano la solitudine ancor più penetrante. Federico si sentì, ad un tratto, oppresso per via di qualcosa di confuso che doveva accadere. Si sedette su un capitello caduto. Un agnellino venne a brucare fra i ruderi e la sua comparsa fu quella di un piccolo angelo di nebbia che, di colpo, rendeva umana la solitudine. All’improvviso apparve un branco di maiali. Erano quattro o cinque bestie scure, maiali neri, selvatici e affamati. Federico assistette allora a una scena raccapricciante: i maiali si  avventarono sull’agnello, lo squartarono e divorarono. Questa scena, di sangue e solitudine, scosse Federico a tal punto che ordinò al suo teatro ambulante di proseguire subito il viaggio. Ancora stravolto dall’orrore, Federico mi raccontava questa storia terribile tre mesi prima dello scoppio della guerra civile. In seguito compresi, sempre più chiaramente, che quella scena era stata la rappresentazione anticipata della sua morte. […] L’assassinio di Federico fu per me l’avvenimento più doloroso di un lungo combattimento. La Spagna è sempre stata un campo di gladiatori; una terra con molto sangue. L’arena, con il suo sacrificio e la sua crudele eleganza, ripete l’antica lotta mortale fra l’ombra e la luce.»
 
Lamento per la morte di Ignacio Sánchez Mejías
 
1 IL COZZO E LA MORTE 
 
Alle cinque della sera. 
Eran le cinque in punto della sera. 
Un bambino portò il lenzuolo bianco 
alle cinque della sera. 
Una sporta di calce già pronta 
alle cinque della sera. 
Il resto era morte e solo morte 
alle cinque della sera. 
Il vento portò via i cotoni 
alle cinque della sera. 
E l’ossido seminò cristallo e nichel 
alle cinque della sera. 
Già combatton la colomba e il leopardo 
alle cinque della sera. 
E una coscia con un corno desolato 
alle cinque della sera. 
Cominciarono i suoni di bordone 
alle cinque della sera. 
Le campane d’arsenico e il fumo 
alle cinque della sera. 
Negli angoli gruppi di silenzio 
alle cinque della sera. 
Solo il toro ha il cuore in alto! 
alle cinque della sera. 
Quando venne il sudore di neve 
alle cinque della sera, 
quando l’arena si coperse di iodio 
alle cinque della sera, 
la morte pose le uova nella ferita 
alle cinque della sera. 
Alle cinque della sera. 
Alle cinque in punto della sera. 
Una bara con ruote è il letto 
alle cinque della sera. 
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie 
alle cinque della sera. 
Il toro già mugghiava dalla fronte 
alle cinque della sera. 
La stanza s’iridava d’agonia 
alle cinque della sera. 
Da lontano già viene la cancrena 
alle cinque della sera. 
Tromba di giglio per i verdi inguini 
alle cinque della sera. 
Le ferite bruciavan come soli 
alle cinque della sera. 
E la folla rompeva le finestre 
alle cinque della sera. 
Alle cinque della sera. 
Ah, che terribili cinque della sera! 
Eran le cinque a tutti gli orologi! 
Eran le cinque in ombra della sera! 
 
2 IL SANGUE VERSATO 
 
Non voglio vederlo! 
 
Di’ alla luna che venga,
ch’io non voglio vedere il sangue
d’Ignazio sopra l’arena. 
 
Non voglio vederlo! 
 
La luna spalancata.
Cavallo di quiete nubi,
e l’arena grigia del sonno
con salici sullo steccato.
Non voglio vederlo!
Il mio ricordo si brucia.
Ditelo ai gelsomini
con il loro piccolo bianco! 
 
Non voglio vederlo!
La vacca del vecchio mondo
passava la sua triste lingua
sopra un muso di sangue
sparso sopra l’arena,
e i tori di Guisando,
quasi morte e quasi pietra,
muggirono come due secoli
stanchi di batter la terra.
No.
Non voglio vederlo! 
 
Sui gradini salì Ignazio
con tutta la sua morte addosso.
Cercava l’alba,
ma l’alba non era.
Cerca il suo dritto profilo,
e il sogno lo disorienta.
Cercava il suo bel corpo
e trovò il suo sangue aperto.
Non ditemi di vederlo!
Non voglio sentir lo zampillo
ogni volta con meno forza:
questo getto che illumina
le gradinate e si rovescia
sopra il velluto e il cuoio
della folla assetata.
Chi mi grida d’affacciarmi?
Non ditemi di vederlo! 
 
Non si chiusero i suoi occhi
quando vide le corna vicino,
ma le madri terribili
alzarono la testa.
E dagli allevamenti
venne un vento di voci segrete
che gridavano ai tori celesti,
mandriani di pallida nebbia.
Non ci fu principe di Siviglia
da poterglisi paragonare,
né spada come la sua spada
né cuore così vero.
Come un fiume di leoni
la sua forza meravigliosa,
e come un torso di marmo
la sua armoniosa prudenza.
Aria di Roma andalusa
gli profumava la testa
dove il suo riso era un nardo
di sale e d’intelligenza.
Che gran torero nell’arena!
Che buon montanaro sulle montagne!
Così delicato con le spighe!
Così duro con gli speroni!
Così tenero con la rugiada!
Così abbagliante nella fiera!
Così tremendo con le ultime
banderillas di tenebra! 
 
Ma ormai dorme senza fine.
Ormai i muschi e le erbe
aprono con dita sicure
il fiore del suo teschio.
E già viene cantando il suo sangue:
cantando per maremme e praterie,
sdrucciolando sulle corna intirizzite,
vacillando senz’anima nella nebbia,
inciampando in mille zoccoli
come una lunga, scura, triste lingua,
per formare una pozza d’agonia
vicino al Guadalquivir delle stelle.
Oh, bianco muro di Spagna!
Oh, nero toro di pena!
Oh, sangue forte d’Ignazio!
Oh, usignolo delle sue vene!
No.
Non voglio vederlo!
Non v’è calice che lo contenga,
non rondini che se lo bevano,
non v’è brina di luce che lo ghiacci,
né canto né diluvio di gigli,
non v’è cristallo che lo copra d’argento.
No.
Io non voglio vederlo!
 
3 CORPO PRESENTE 
 
La pietra è una fronte dove i sogni gemono
senz’aver acqua curva né cipressi ghiacciati.
La pietra è una spalla per portare il tempo
Con alberi di lagrime e nastri e pianeti. 
 
Ho visto piogge grigie correre verso le onde
alzando le tenere braccia crivellate
per non esser prese dalla pietra stesa
che scioglie le loro membra senza bere il sangue. 
 
Perché la pietra coglie semenze e nuvole,
scheletri d’allodole e lupi di penombre,
ma non dà suoni, né cristalli, né fuoco,
ma arene e arene e un’altra arena senza muri. 
 
Ormai sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
Ormai è finita. Che c’è? Contemplate la sua figura:
la morte l’ha coperto di pallidi zolfi
e gli ha messo una testa di scuro minotauro. 
 
Ormai è finita. La pioggia entra nella sua bocca.
Il vento come pazzo il suo petto ha scavato,
e l’Amore, imbevuto di lacrime di neve,
si riscalda in cima agli allevamenti. 
 
Cosa dicono? Un silenzio putrido riposa.
Siamo con un corpo presente che sfuma,
con una forma chiara che ebbe usignoli
e la vediamo riempirsi di buchi senza fondo. 
 
Chi increspa il sudario? Non è vero quel che dice!
Qui nessuno canta, né piange nell’angolo,
né pianta gli speroni né spaventa il serpente:
qui non voglio altro che gli occhi rotondi
per veder questo corpo senza possibile riposo. 
 
Voglio veder qui gli uomini di voce dura.
Quelli che domano cavalli e dominano i fiumi:
gli uomini cui risuona lo scheletro e cantano
con una bocca piena di sole e di rocce. 
 
Qui li voglio vedere. Davanti alla pietra.
Davanti a questo corpo con le redini spezzate.
Voglio che mi mostrino l’uscita
per questo capitano legato dalla morte. 
 
Voglio che mi insegnino un pianto come un fiume
ch’abbia dolci nebbie e profonde rive
per portar via il corpo di Ignazio e che si perda
senza ascoltare il doppio fiato dei tori. 
 
Si perda nell’arena rotonda della luna
che finge, quando è bimba dolente, bestia immobile;
si perda nella notte senza canto dei pesci
e nel bianco spineto del fumo congelato. 
 
Non voglio che gli copran la faccia con fazzoletti
perché s’abitui alla morte che porta.
Vattene, Ignazio. Non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa. Muore anche il mare! 
 
4 ANIMA ASSENTE
 
Non ti conosce il toro né il fico,
né i cavalli né le formiche di casa tua.
Non ti conosce il bambino né la sera
perché sei morto per sempre. 
 
Non ti conosce il dorso della pietra,
né il raso nero dove ti distruggi.
Non ti conosce il tuo ricordo muto
perché sei morto per sempre. 
 
Verrà l’autunno con conchiglie,
uva di nebbia e monti aggruppati,
ma nessuno vorrà guardare i tuoi occhi
perché sei morto per sempre. 
 
Perché sei morto per sempre,
come tutti i morti della Terra,
come tutti i morti che si scordano
in un mucchio di cani spenti. 
 
Nessuno ti conosce. No. Ma io ti canto.
Canto per dopo il tuo profilo e la tua grazia.
L’insigne maturità della tua conoscenza.
Il tuo appetito di morte e il gusto della sua bocca.
La tristezza che ebbe la tua coraggiosa allegria. 
 
Tarderà molto a nascere, se nasce,
un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura.
Io canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste negli ulivi. 
 
(Trad. Carlo Bo)
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Written by matemauro

04-06-2010 a 22:33

Pubblicato su garcia lorca, poesia

21 Risposte

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  1. Io da mio padre la bellezza( gratis,naturalmente), e da mia madre….indovina?

    tamango

    04-06-2010 at 22:03

  2. Bentornato.Garcia Lorca, perbacco!Ho letto ed ora vado a letto.Buonanotte cugpref.Baci

    cugpref

    04-06-2010 at 22:14

  3. Bentornato e grande ritorno!! con Garcìa Lorca!!! apprezzo moltissimo..

    tittidiruolo

    04-06-2010 at 22:49

  4. È uno dei miei poeti preferiti (dopo emily dickinson), grazie per questo conciso ma
    molto interssante escursus biografico..

    ilmaredentrome

    05-06-2010 at 06:28

  5. bello il nuovo template !!!!!ciaooo e buona domenicaaa !!!!

    stefanover

    05-06-2010 at 07:18

  6. Passione ed intelligenza: una bella eredità, un'eredità invidiabile!Bentornato, sono proprio contenta di vedere che sei stato assente poco tempo, vuol dire che ti manchiamo!

    azalearossa1958

    05-06-2010 at 07:27

  7. Complimenti Mauro e bentornato….

    SONETTO
    
    Lungo spettro d'argento impietosito, 
    il vento della notte sospirante 
    la vecchia piaga aprì con mano grigia 
    e se ne andò, lasciandomi anelante. 
    
    Piaga d'amore, mi darà la vita 
    versando luce pura e sangue eterno. 
    Crepa in cui Filomela ammutolita 
    avrà bosco, dolore e un nido tenero. 
    
    Ah, che dolce brusio nella mia testa! 
    Mi allungherò vicino al fiore semplice; 
    la tua bellezza ondeggia lì senz'anima. 
    
    E gialla diverrà l'acqua raminga, 
    mentre scorre il mio sangue nella macchia 
    odorosa e bagnata della riva. 
    
    ***
    

    lorybell62

    05-06-2010 at 07:39

  8. Ops ho dimenticato l'autore: Federico Garcia Lorca..che testa…

    lorybell62

    05-06-2010 at 07:40

  9. uao. che meraviglia, Garcia Lorca.  Un uomo, veramente  grande, morto per la libertà.   i suoi versi sono immortali.   Sono contenta  del tuo rientro,  sempre alla grande,  ciaoooooooooo

    penny46

    05-06-2010 at 15:32

  10. l'importante è che tu sia tornato…

    Francesco071966

    05-06-2010 at 21:30

  11. Lorca o non Lorca..l'importante che sia tornato tu…Lorca miseria!!!Porca Lorca!!!!!Lorco Giuda!!!  (ma il lorco è il fratello della lorca..)speriamo per stasera….BENTORNATO AMIGO!!!

    luigi7

    06-06-2010 at 06:17

  12. FGL, riminiscenze famigliari di recite e citazioni… un grande poeta del Novecento!– bentornato! a presto rileggertic.

    h2no3

    06-06-2010 at 12:16

  13. ..e adesso sotto col Brescia….

    luigi7

    07-06-2010 at 07:14

  14. bimbo, non fare scherzi! Tieni duro e non mollare !

    Princy60

    07-06-2010 at 09:58

  15. che sia un poeta a smuovere le menti migliori è cosa che ti fa onore !bene così !resistere, resistere, resistere !

    stefanover

    07-06-2010 at 21:53

  16. tamango

    08-06-2010 at 10:04

  17. mi pare una decisione alquanto saggia:-)

    madibacisaziami

    09-06-2010 at 21:17

  18. no comment….disgustoso…

    luigi7

    10-06-2010 at 12:23

  19. Io conoscevo solo questa, ma cercandola ne ho trovate altre, e mi piacciono. Sono contenta perchè non ho mai letto, o quasi, poesia..Alberi!

                Foste frecce

               cadute dall'azzurro?

               quali terribili guerrieri vi scagliarono?

               Furono forse le stelle?

               Le vostre musiche vengono dall'anima degli uccelli,

               dagli occhi di Dio,

               dalla passione perfetta.

               Alberi!

               Comprenderanno le vostre rozze radici

                il mio cuore da sotto la terra?

                                                    (1919)

    Lillopercaso

    11-06-2010 at 01:38

  20. E i versi ebbero il potereche gli occhi non avevano,le parole luce per abbagliare il giorno…( BD)

    tamango

    11-06-2010 at 16:03

  21. No more words.anche la sally-ina resta pensosa.sheràbientot

    sherazade2005

    12-06-2010 at 16:01


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