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Di matematica ma non soltanto…

Un articolo di Eric Hobsbawm

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Hobsbawm_EricEric Hobsbawm (Alessandria d’Egitto, 9 giugno 1917) è uno storico e sociologo marxista britannico. Ha dedicato molte delle proprie ricerche alla storia della classe operaia inglese e di quella internazionale in genere. È, da sempre, alieno da posizioni dogmatiche ed è stato il creatore di due termini storici diventati punto di riferimento per la storiografia: il “secolo breve” (il XX, dal 1914 al 1991) e il “secolo lungo” (il XIX, dal 1789 al 1914). In questo articolo esamina la situazione economica internazionale e gli eventuali sviluppi; l'articolo è focalizzato sulla situazione britannica, ma mi sembra che potrebbe essere adattato pari pari per qualunque Paese, inclusa lItalia, visti oltretutto i recenti sviluppi della crisi in Grecia e altrove.
 
Il socialismo ha fallito, il capitalismo è in bancarotta. Cosa succederà adesso?
di Eric Hobsbawm
 
Il XX secolo è già alle nostre spalle, ma ancora non abbiamo imparato a vivere nel XXI, o almeno ad adottare una modalità di pensarlo in modo appropriato. Non dovrebbe essere difficile come sembra, visto che le idee fondamentali che hanno dominato l’economia e la politica nel secolo scorso sono scomparse nel canale di scarico della storia. Avevamo un modo di pensare le economie industriali moderne – in realtà tutte le economie – in termini di due poli opposti, mutuamente esclusivi: capitalismo e socialismo.

Siamo così passati attraverso due tentativi pratici di realizzare questi sistemi nella loro forma pura: da un lato, le economie a pianificazione statale centralizzata di tipo sovietico e, dall’altro, l’economia capitalistica basata sul libero mercato, esente da qualsiasi restrizione e controllo. Le prime sono crollate negli anni ottanta, e con loro i sistemi politici comunisti europei; la seconda si sta decomponendo davanti ai nostri occhi nella più grande crisi del capitalismo globale dagli anni trenta a oggi. Per certi versi, questa crisi è più profonda di quella, perché a quei tempi la globalizzazione dell’economia non era così sviluppata come oggi e perché la crisi non colpì in pieno l’economia pianificata dell’Urss. Ancora non conosciamo gravità e durata della crisi attuale, ma non c’è dubbio che essa segnerà la fine di quel tipo di capitalismo che si è imposto nel mondo dai tempi di Margaret Thatcher e Ronald Reagan.

L’impotenza, quindi, minaccia sia coloro che credono in un capitalismo di mercato, puro e destatalizzato, una specie di anarchismo borghese, sia coloro che credono in un socialismo pianificato incontaminato dalla ricerca del profitto privato. Entrambi sono in bancarotta. Il futuro, come il presente e il passato, appartiene alle economie miste, nelle quali il pubblico e il privato siano reciprocamente vincolati, in un modo o nell’altro. Ma come? Questo è il primo problema che si pone oggi a noi tutti, e in particolare alle persone di sinistra.

Nessuno pensa seriamente di ritornare ai sistemi socialisti di tipo sovietico; non soltanto per le loro carenze politiche, ma anche per la crescente indolenza e inefficienza delle loro economie (anche se questo non deve portarci a sottovalutare le loro impressionanti conquiste sociali ed educative). D’altro canto, finché il mercato libero globale non è esploso l’anno scorso, anche i partiti socialdemocratici e quelli di sinistra moderata dei Paesi capitalistici del settentrione del mondo e dell’Australasia si erano impegnati sempre più a magnificare le sorti del capitalismo a mercato libero. Effettivamente, dal momento del crollo dell’Urss a oggi, non ricordo nessun partito o leader che denunciasse il capitalismo come cosa inaccettabile. E nessuno era così legato alle sue sorti come il New Labour, il Partito laburista britannico. Nella sua politica economica, tanto Tony Blair che Gordon Brown (e questo fino all’ottobre del 2008) potevano essere definiti senza alcuna esagerazione come dei Thatcher in pantaloni. E lo stesso vale per il Partito democratico degli Stati uniti.

L’idea fondamentale del New Labour, a partire dal 1950, era che il socialismo non fosse necessario, e che si potesse aver fiducia che il sistema capitalistico avrebbe fatto fiorire e avrebbe generato più ricchezza di ogni altro sistema: i socialisti non avrebbero dovuto far altro che garantire una distribuzione egualitaria. A partire dal 1970, però, la crescita accelerata della globalizzazione creò sempre più difficoltà e sgretolò fatalmente la base tradizionale del Labour e, in verità, anche le politiche di qualsiasi partito socialdemocratico. Molte persone, negli anni ottanta, pensarono che se la nave del laburismo non voleva colare a picco (una possibilità reale all’epoca) doveva mettersi al passo con i tempi.

Ma non fu così. Sotto l’impatto di quella che a suo parere era la rivitalizzazione economica thatcherista, il Labour, a partire dal 1997, si bevve tutta l’ideologia, o piuttosto la teologia, fondamentalistica del mercato libero globale. Il Regno unito deregolamentò i propri mercati, vendette le sue industrie al miglior offerente, smise di fabbricare beni per l’esportazione (a differenza di Germania, Francia e Svizzera) e puntò tutto sulla trasformazione del proprio Paese in un centro mondiale di servizi finanziari, e di conseguenza in un paradiso per i riciclatori multimilionari di denaro. Così, l’impatto reale della crisi mondiale sulla sterlina e sull’economia britannica sarà probabilmente più catastrofico di quello che essa avrà sulle altre economie occidentali e ciò renderà, probabilmente, la guarigione più difficile.

Si potrebbe dire che ormai questa è acqua passata, che siamo liberi di tornare all’economia mista e che la vecchia scatola degli attrezzi laburista è qui a nostra disposizione – nazionalizzazioni comprese -, cosicché non dobbiamo far altro che utilizzare di nuovo quegli strumenti che il Labour non avrebbe mai dovuto smettere di usare. Ma questo vorrebbe dire che sappiamo usare quegli attrezzi. Non è così. Da un canto non sappiamo come superare l’attuale crisi. Nessuno, né i governi, né le banche centrali, né le istituzioni finanziarie mondiali, che lo sappia: sono tutti dei ciechi che cercano di uscire da un labirinto dando colpi alle pareti con ogni sorta di bastone, nella speranza di trovare una via d’uscita. D’altro canto, sottovalutiamo il persistente grado di dipendenza dei governi e dei responsabili delle politiche dai dogmi del libero mercato, che tanto piacere hanno loro regalato per decenni. Si sono forse liberati del principio fondamentale per cui l’impresa privata orientata al profitto è sempre il mezzo migliore, perché più efficiente, di fare le cose? Che l’organizzazione e la contabilità imprenditoriali dovrebbero fungere da modelli anche per i servizi pubblici, l’educazione e la ricerca? Che il crescente abisso tra i multimilionari e il resto della gente non sia tanto importante, dopotutto, sempreché tutti gli altri (eccetto una sparuta minoranza di poveri) stiano un po’ meglio? Che ciò di cui ha bisogno un Paese, in ogni caso, è il massimo di crescita economica e di competitività commerciale? Non credo che sia così.

 
Comunque, una politica progressista richiede qualcosa di più che una rottura netta con i principi economici e morali degli ultimi trenta anni. Richiede un ritorno alla convinzione che la crescita economica e l’abbondanza che questa comporta siano un mezzo, non un fine. Il fine sono gli effetti che ha sulle vite, le possibilità vitali e le aspettative delle persone. Prendiamo il caso di Londra. È evidente che a tutti noi importa che l’economia di Londra fiorisca. Ma la prova del fuoco dell’enorme ricchezza generata in qualche parte della capitale non è il fatto di aver contribuito al 20 o 30% del Pil britannico, ma il modo in cui questo fatto ha influito sulle vite dei milioni di persone che lì vivono e lavorano. A che tipo di vita hanno diritto? Possono permettersi di vivere nella città? Se non possono, non è per niente una compensazione il fatto che Londra sia un paradiso dei super-ricchi. Possono ottenere posti di lavoro pagati decentemente, o comunque un lavoro qualsiasi? Se non possono, a che serve tutto questo affannarsi per avere ristoranti a tre stelle Michelin, con chef diventati essi stessi stelle? Possono mandare i loro figli a scuola? La mancanza di scuole adeguate non è compensata dal fatto che le università di Londra possano allestire una squadra di calcio fatta di vincitori di premi Nobel.
 
La prova di una politica progressista non è privata ma pubblica, non deve essere basata soltanto sull’aumento del reddito e dei consumi dei privati, ma soprattutto sull’ampliamento delle opportunità e, come le chiama Amartya Sen*, delle possibilità di tutti per mezzo dell’azione collettiva. Ma questo significa – deve significare – iniziativa pubblica senza fini di profitto, foss’anche soltanto per redistribuire l’accumulazione privata. Decisioni pubbliche dirette a conseguire un miglioramento sociale collettivo dal quale tutti ne guadagnerebbero. Questa è la base di una politica progressista, non la massimizzazione della crescita economica e del reddito personale. In nessun ambito questo sarà più importante che nella lotta contro il problema più grande che ci troviamo ad affrontare in questo secolo: la crisi dell’ambiente. Qualsiasi logo ideologico adottiamo, ciò significherà uno spostamento di grandi dimensioni dal libero mercato all’azione pubblica, un cambiamento maggiore di quello proposto dal governo britannico. E, tenuto conto della gravità della crisi economica, dovrebbe essere uno spostamento rapido. Il tempo non è dalla nostra parte. 
 
Mia traduzione da Socialism has failed. Now capitalism is bankrupt. So what comes next?,  «The Guardian», 10 aprile 2009

*Amartya Sen è un economista indiano, ha ottenuto il Nobel per l'economia nel 1998.

Written by matemauro

29-04-2010 a 18:30

Pubblicato su economia, hobsbawm, politica

17 Risposte

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  1. Letto tutto….Che dìre…?Che uno storìco dìmostra dì capìre dì pìù dì un economìsta…?E dal basso della mìa ìgnoranza ìn materìa mì sembra dì capìre che è così….Forse perche uno storìco sà le radìcì dì cìò che cì ha portato a questo stato dì cose…?Gran bel artìcolo… anche se terrìfìcante per certì… per moltì versì….Bacìo grande….

    aps07

    29-04-2010 at 20:16

  2. Come non inchinarsi di fronte a Eric Hobsbawm e le sue tesi?Tuttavia – oggi – preferisco il pragmaismo e l'approcio più  diretto di Armatya Sen non da ultimo la sensibilità di avere rimesso nell'agenda economica la 'felicità' dell'individuo come bene inalienabile.sherafelicitàvòcercando

    sherazade2005

    29-04-2010 at 22:18

  3. insomma…il secolo "è" breve!

    tamango

    29-04-2010 at 22:44

  4. Articolo di una lucidità eccezzionale… lo diceva anche Montanelli che un capitalismo senza regole è come dire 'Libera volpe in libero pollaio'… come dice Hobsbawn e come disse lo stesso Indro, serve un capitalismo regolamentato dallo stato sovrano… una sorta di prole generata da capitalismo e socialismo direi…

    donburo

    30-04-2010 at 12:18

  5. E pensare che io non sapevo neppure dell'esistenza di questa grande mente…. ma quanto ignorante sono?Quanti punti ho perso?Dove sono finita nella scala delle scala delle tue amicizie?E soprattutto….. farò ancora parte delle tue amicizie, dopo questa confessione?

    azalearossa1958

    30-04-2010 at 15:11

  6. @Aps07: uno storico è forse più lungimirante di un economista… in genere, eh?  Ma leggiti su Wiki l'articolo su Amartya Sen e vedrai che non sempre è così… @Shera: e infatti lo stesso Hobsbawn, nei suoi ultimi lavori che riguardano l'economia (e anche in questo, per la verità…), tiene in massimo conto le teorie di Sen… @Tamango: dunque il XXI secolo sarà "brevissimo", secondo te… @Donburo: e se un liberale e un marxista giungono alla stessa conclusione, mi sa che c'è del marcio in Danimarca… @Azalearossa: e mica tutti sono tenuti a conoscere Hobsbawn! Come, ahimé, non tutti conosciamo tutti i dialetti… 

    MauroPiadi

    30-04-2010 at 16:16

  7. Tutti tutti no…. ma adesso conosci un po' di lombardo… non ti senti più ricco?

    azalearossa1958

    30-04-2010 at 16:33

  8. sen sen sen….sen sen sen  accidenti era 'scion scion scion' altro film altra musicaOggimi sentirei piu' da Lilli e il vagabondosherahappyend

    sherazade2005

    30-04-2010 at 17:03

  9. ps non sono d'accordo sulla priorità del pensiero storico rispetto alle analisi (e dunque le linee guida da seguire) che produce un economista avendo a disposizione parametri immediati e non storicizzati sherasuvviafactanonverba

    sherazade2005

    30-04-2010 at 17:09

  10. Invece di lasciarti un altro commento, ti lascio un BUON PRIMO MAGGIO.

    cugpref

    30-04-2010 at 17:44

  11. Ho sentito anch'io voci della fine del socialismo e del liberismo, non so …io una volta credevo nel socialismo, non quello sovietico, potrei dirti ad una più giusta distribuzione da parte del governo di servizi….nidi aziendali, case di riposo per gli anziani che non costino un' enormità,un più per tutti, ma gira un'aria di tramontana….A presto Lietta

    liettapet

    30-04-2010 at 18:27

  12. gran bel post, molto interessante e molto…. preoccupante, data l'aria che tira

    tittidiruolo

    30-04-2010 at 19:35

  13. Buon Primo Maggio!

    azalearossa1958

    01-05-2010 at 08:46

  14. Caro Mauro, aspetto la tua risposta ed un  commento sul mio blog…grazie   Lietta

    liettapet

    01-05-2010 at 09:16

  15. Buon week… torno lunedì a leggerlo…: )))))

    smilepie

    01-05-2010 at 10:31

  16. @Azalerarossa: buon 1° maggio anche a te! @Shera: ma non era Chain, chain, chain… chain of fools (Aretha Franklln, 1967), dove peraltro parecchi scambiavano quel chain per shame?!?!?!

    @Liettapet: non credo, così come Hobsbawn, che bastino le cose che indichi tu… c'è bisogno di ripensare quali siano i bisogni delle persone e a cosa corrispondano i concetti moderni di "soddisfazione" e "felicità", e in questo senso Amantya Sen, del quale ti consiglio di leggere cosa si trova in rete, ha idee molto chiare…

    MauroPiadi

    01-05-2010 at 14:25

  17. Ho letto Il secolo breve, lui è sempre stato molto critico nei confronti di quei governi che negli anni '80 furono osannati un po' da tutti (in primis quello americano e quello inglese); credo che il modello laburista e le socialdemocrazie scandinave per lui (e per noi) siano il modello da seguire……la domanda che dovremmo porci èDeve lo Stato intrevenire sull'economia ? E con quale metodo ?La risposta per me è sì…poi dopo viene il difficile….Ciao

    corradovecchi

    04-05-2010 at 13:51


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