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Valcorvina in Abruzzo (2ª parte)

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protezione civile

Capitolo 2°

Dal bloc-notes del commissario Valcorvina

6 aprile 2009-ore 10.30

Siamo appena arrivati a L’Aquila, in piazza del Duomo, dopo cinque ore di viaggio allucinante. L’ultima volta che ci sono venuto ne ho impiegate due, comprese le soste in autostrada per i caffè e le pisciatine.

Dire le cose che ho visto dai cavalcavia è inutile. Ormai tutti sanno com’è ridotta questa parte d’Abruzzo.

Fortunatamente, l’autostrada era agibile, a parte le carovane di aiuti cui abbiamo dovuto (e voluto) fare strada. Ogni tanto una pattuglia dei Carabinieri, dei miei colleghi o della Finanza ci fermava, ma dopo un abbraccio (erano quasi tutti conterranei) e un "in bocca al lupo", Alberghetti, Vacchetta e io abbiamo potuto proseguire.

La nostra "squadra speciale" è arrivata dove voleva. Tutti e tre in ferie, come abbiamo voluto, visto che i nostri "capi" erano abilmente affaccendati in vicende politiche (chi doveva farsi vedere vicino a chi, durante le riprese televisive).

Dire che ci sembra di essere capitati in un luogo sottoposto a uno di quei bombardamenti famosi della seconda guerra mondiale è dire poco. Il centro della città sembra Guernica, Coventry, Dresda… Pochissime le case intatte, poche le persone in giro.

Mentre siamo qui, per decidere sull’istituzione alla quale rivolgerci (se ancora ne esistono), ci si avvicina un vigile del fuoco, la faccia sporca di polvere, terriccio e sudore. Si rivolge a me e mi fa:

– Ma tu sei Luca! Luca Valcorvina!

Devo mostrare una faccia attonita e interrogativa, visto che prosegue:

– Scusa, Lu’, è chiaro che non m’arricunusci… so’ Giorgio, ‘u figliu ‘e zi’ Cuncetta!

E lo dice pulendosi il viso con la manica del giubbotto. Quando lo fa, vedo trasparire, frammezzo la sporcizia, i lineamenti del cugino col quale trascorrevo in gioventù le agostane giornate assolate; smemori, io delle fatiche liceali, lui di quelle ferraiole accanto al padre, fabbro in una frazione della città.

Riconoscerlo e gettarmi fra le sue braccia è un tutt’uno. Gli dico che so che zia è viva e sta bene. Mi risponde che non hanno ancora notizie di sua sorella Genni (Maria Ingemita, maledetti ‘sti nomi che poi uno li deve cambiare…), che vive a Coppito. Gli dico che Coppito è indenne (lo so dai colleghi della Finanza, che lì hanno la scuola). Mi chiede:

– Ma che si’ venuto a fa’? E zio Mario? E zia Marisa? Come stanno?

– Giorgio, stejno bene, mejo de te e de me. Mo’ però statte queto. Semo venuti nuj tre – e gli presento i miei compagni d’avventura – pe’ véde si potessimo dare una mano.

M’accorgo improvvisamente che l’essermi calato, e in quella situazione tragica,  nei luoghi dell’infanzia e della giovinezza m’ha fatto riprincipiare inconsapevolmente a parlare il dialetto avito, che peraltro devo storpiare abbastanza, vista la faccia di mio cugino.

È così che finiamo, tutti e tre spediti da mio cugino, a Collemaggio, dove si è apprestato un centro di prima accoglienza per gli sfollati del centro della città.

Dal diario di Giulia Proietti

6 aprile 2009 – ore 10.00

Arrivata a Onna con la squadra di pronto intervento Roma 25. Siamo in quattordici, con tre ambulanze e un autocarro che porta il necessario per un ospedale da campo. Troviamo sul posto già una ventina di persone bisognose di cure, per fortuna nessuno grave. In mezz’ora li abbiamo disinfettati, curati e rimessi in sesto.

Sento brevemente Luca per telefono, sta arrivando a L’Aquila.

Un’altra oretta per montare la struttura dell’ospedale da campo, dopodiché si scatena il finimondo. Arrivano una decina di persone urlanti, dicendo che alla periferia del paese è crollato tutto e si sentono lamenti da sotto le macerie. Ci attacchiamo al telefono con i vigili del fuoco dell’Aquila, che promettono di mandare subito una squadra. Noi nel frattempo ci dividiamo: in dieci rimaniamo qui, gli altri vanno a vedere se è possibile tirare fuori qualcuno, anche senza attrezzature.

Nel frattempo arriva anche la squadra "civile", quella con le tende per gli sfollati, le cucine da campo eccetera. Ormai un centinaio di persone gravitano attorno al campo di calcio dove abbiamo montato la struttura. I tecnici montano il generatore e si accendono i televisori. Le prime notizie parlano di una trentina di morti, ma, a giudicare dalla situazione soltanto in questo paese, temiamo saranno molti di più.

Ore 13.00

Arrivano i primi corpi estratti dalle macerie. Qualcuno viene portato subito in sala operatoria, altri li curiamo all’aperto, come possiamo; per un paio, purtroppo, non c’è nulla da fare.

Intanto continuiamo a sentire quelle che i tecnici chiamano "scosse di assestamento", ma che, per la verità, a noi (e soprattutto agli abitanti che ci stanno intorno e che hanno sentito quella di stanotte) tanto normali non sembrano. Ogni scossa è forte, davvero, sembra che la terra si debba spaccare…

C’è una bambina, avrà sei-sette anni, che mi ronza intorno quando non sono nella tenda dell’ospedale. Un musetto affilato, due occhi neri come il carbone, la parlantina sciolta. Mi riempie di domande, da dove vengo, cosa faccio, se sono sposata, se ho figli… Le rispondo a tono, volentieri, dopo un po’ le chiedo dove sono i suoi genitori. La risposta mi lascia di stucco: "sono rimasti lì…" e indica con la manina puntata una vecchia casa poco distante, della quale si scorge a malapena metà del muro esterno; di tutto il resto non rimane più nulla.

Mi inginocchio accanto a lei e l’abbraccio. Evidentemente quel contatto fisico finalmente fa sciogliere il groppo che le si era formato in gola e le lacrime scendono inarrestabili, con singhiozzi che mi fanno temere per la sua respirazione. Chiamo Katia, una volontaria civile che conosco da altre esperienze vissute insieme, le affido la bambina dicendole brevemente cosa è successo. La prende in braccio e si allontanano insieme. Io continuo a fare il mio dovere, ma il viso di quella bambina non mi si toglie dagli occhi.

Ore 20.00

Una giornata di lavoro senza sosta. Abbiamo raccolto dieci morti, una ventina di feriti sono stati portati con le eliambulanze all’ospedale di Chieti, altri li possiamo tenere qui. Ma non bastiamo, ci vorrebbero altre persone che possano scavare, sappiamo che ci sono altri sotto le macerie, ancora vivi.

Mi attacco al telefono con la Protezione civile, chiedo che fine ha fatto la squadra di Vigili del fuoco che doveva arrivare prima di pranzo, mi rispondono che stanno arrivando altre squadre da tutta Italia, quelle presenti sono già impegnate a L’Aquila. Da noi arriveranno due squadre entro un’ora, vengono da Foggia e da Cosenza.

Ho sentito di nuovo Luca. Insieme ai suoi amici e colleghi è stato messo in una squadra di "montatori di tende". Dice che sta bene, che la situazione è drammatica, mi ha chiesto di non strapazzarmi. Io gli ho risposto alla stessa maniera. Vorrei tanto che fosse qui, stringerlo e baciarlo. Lo faremo, al più presto possibile.

Piuttosto, oggi mi doveva venire il ciclo. Non s’è visto, ma d’altronde, con l’agitazione e tutto il daffare che ho avuto, è normale.

Ora vado a riposare: il mio turno è dalle 21 alle 3, poi si ricomincia a ballare, sempre che non ci siano emergenze…

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Written by matemauro

13-04-2009 a 18:33

Pubblicato su racconti

13 Risposte

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  1. Ma quella cugina che non si trova? Mi sa che Valcorvina lascia i panni del soccorritore per riprendere quelli di commissario. Ciao Mauro.

    ozne

    13-04-2009 at 20:56

  2. Qualche parola sull’efficienza o meno dei soccorsi? Redcatsì’

    redcats

    13-04-2009 at 21:15

  3. Tante verità in questo diario,grazie.

    Wlavrita

    13-04-2009 at 21:48

  4. Ma bella…mi sa che Luca Ha ingravidato la mugliera, e sarebbe ora, cazzarola, che baci e baci e caffettini…
    Ci scappò lu figghiju? Chissa?
    S’accoppiorno li sposi…ed a volte troppa morte fa venire voglia, si sa.
    Bravo, Maurè.

    xdanisx

    13-04-2009 at 22:18

  5. sogni d’oro, Maurè

    aironedistelle

    13-04-2009 at 22:22

  6. Miiiiiiii xdanisx, lu commentu m’ha arrubbato ? E che nun ce lo sapevi che chi si corica coi cani si sveglia con le pulci?
    MANNAGGIA, A lUCA, MA HAI PROVATO CON ADVANTIS? No?

    tamango

    13-04-2009 at 22:46

  7. Mauro,
    un abbraccione.

    fiorirosa

    13-04-2009 at 23:59

  8. in ogni caso (parlo della trama del racconto), complimenti !

    a presto
    c.

    h2no3

    14-04-2009 at 08:49

  9. Mauro, ma sei sicuro che quella foto riguardi l’Abruzzo?

    Francesco071966

    14-04-2009 at 10:31

  10. Valcorvinino in vista????

    donburo

    14-04-2009 at 12:08

  11. rieccomiiii stef

    stefanomassa

    14-04-2009 at 12:34

  12. ciao. ma che strano proprio Valvorvina, ha parenti nalla zona, gatta ci cova, indaga, sui palazzinari, o sulla moglie che forse aspetta? Facce sapè presto ehhhhh ciao ciao.

    penny46

    14-04-2009 at 13:04

  13. tamango

    14-04-2009 at 18:06


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