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Il dialetto romano

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bocca verità

Io ho deliberato di lasciare un monumento di quello che oggi è la plebe di Roma. […] Né Roma è tale, che la plebe di lei non faccia parte di un gran tutto, di una città cioè di sempre solenne ricordanza.
(Giuseppe Gioacchino Belli, Tutti i sonetti romaneschi, dall’Introduzione)

Per la maggior parte dei non romani la comprensione del romanesco (ma direi meglio romano, come spiegherò oltre) parlato presenta poche difficoltà, mentre molto più ostiche si rivelano la leggibilità e la comprensione della sua trasposizione scritta.

Diversamente da altri dialetti, la grammatica e la sintassi della frase romanesca sono per lo più sovrapponibili a quella della frase italiana; ciò che differisce maggiormente sono le singole parole, talvolta per come vengono pronunciate, ma più spesso per come sono scritte.

In particolare, ciò che nei testi in dialetto romanesco soprattutto colpisce e disorienta il non romano è la gran quantità di accenti e di apostrofi che sono necessari per rendere il suono dei molti vocaboli che il romano elide o tronca, nonché le molte consonanti raddoppiate, talvolta persino all’inizio dei vocaboli.

Come avviene per quasi tutti i dialetti, a differenza che con la lingua, anche per il romanesco la trascrizione, non essendo mai stata sottoposta ad alcun vincolo normativo, non segue regole ortografiche strette e rigorose: lo scopo principale è quello di riprodurre più o meno fedelmente la pronuncia, il suono delle singole parole. Per questa ragione, a volte, si incontrano vocaboli resi in modo leggermente diverso da autore ad autore, anche perché alcuni tendono a semplificare l’ortografia per non appesantire il testo, confidando nella conoscenza del romanesco da parte dei lettori, e lasciando così questi ultimi liberi di interpretare la pronuncia dei singoli vocaboli.

In ogni caso, il dialetto di Roma è certamente più simile all’italiano di quelli di altre città o regioni. Lo stesso toscano (peraltro un’astrazione, dato che un fiorentino parla diversamente da un senese e, tanto più, da un lucchese o da un livornese), che assieme al romanesco ha costituito la piattaforma comune da cui è nata la lingua nazionale, differisce da quest’ultima tanto quanto il romanesco, se non di più, contrariamente alla diffusa credenza che vuole l’italiano puro essere quello di Firenze o di Siena. Tanto che in effetti, sarebbe più giusto dire, secondo il noto proverbio, che l’italiano è lingua toscana in bocca romana

Queste noterelle introduttive hanno dunque un valore più ludico che didattico: ben lungi da me il serio (serioso?) obiettivo di insegnare il romanesco ai non romani e, perché no, a quegli stessi romani che magari masticano qualche lingua straniera senza poi capire chi, al mercato, li invita a capa’ ’e perziche (ovvero a “scegliere le pesche”).

Aggiungo inoltre che spesso oggi il nostro dialetto è rivestito, e a torto, di una connotazione negativa, plebea quando non addirittura volgare, travisandone così il significato di tradizione, spesso colta ed elevata quanto qualunque altra. Basti dire che non viene neppure denominato con l’aggettivo proprio della città, cioè romano (come invece avviene per il napoletano, il genovese, il milanese, e molti altri ancora), ma romanesco, affibbiandogli gratuitamente un suffisso che – a dirla francamente – sa molto di peggiorativo. Per non parlare dell’assurda e ridicola tendenza di alcuni a chiamarlo romanaccio, come se l’essere idioma del popolo dell’Urbe fosse una colpa di cui vergognarsi. Eppure un tempo, a Roma, oltre al popolino, anche i prìncipi e i papi parlavano questo dialetto! (Si veda, al proposito, la splendida serie di film della trilogia ottocentesca dedicata a Roma di Luigi Magni, Nell’anno del signore, In nome del papa re e In nome del popolo sovrano.)

Mi appoggerò ancora al sommo Belli che, per denotare il nostro dialetto, scriveva:

Ma nun c’è lingua come la romana
pe dì una cosa co tanto divario
che pare un magazzino de dogana.
(G.G. Belli, Le lingue der monno, Sonetto 617, 9-11)

Di dialetto romano considero soprattutto quello usato da Giuseppe Gioacchino Belli per i suoi Sonetti, giustamente valutato come la sua summa. Tengo a sottolineare, comunque, che il “mio” romanesco è molto più vicino a quello di Cesare Pascarella e di Luigi (Giggi) Zanazzo,  per non parlare di quello di Carlo Alberto Salustri (Trilussa), se non altro per via del periodo più vicino a noi in cui vissero.

Quello di Trilussa, però, è un romanesco già molto influenzato dai dialetti di coloro che si trasferirono a Roma successivamente alla presa di Porta Pia e al trasferimento della capitale del regno a Roma, quando contemporaneamente vi fu l’immigrazione semi-forzata di piemontesi, pugliesi, campani, marchigiani e abruzzesi, che, insieme ai romani, costituirono il corpus del ceto impiegatizio statale sabaudo, poi di quello fascista e infine di quello democristiano.

È anche vero, d’altronde, che il dialetto, come la lingua, si può e si deve evolvere. Valga per tutti la frase del grande poeta siciliano (e non sicilianesco…) Ignazio Buttitta, che ebbe a scrivere:

“…un populo diventa poviru e servu quanno ci arrobbanu a lingua aduttata di patri: è persu pi’ sempri. Diventa poviru e servu quanno i paroli nun figghiano paroli…”

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Written by matemauro

15-03-2009 a 17:45

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17 Risposte

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  1. Dopo Belli, nessun altro poeta ha scritto poesie mirabili in dialetto romanesco.
    A parte Mauro Maré, poco conosciuto ma eccezionale.
    🙂

    Delon

    15-03-2009 at 18:11

  2. ammàzzate Mauré: sei propio forte !

    non concordo con Delon: ci sono e ci sono stati altri Poeti che hanno scritto in dialetto romano: forse lui cercava quelli che scrivevano in “romanesco” :)) ahahaha !

    h2no3

    15-03-2009 at 19:25

  3. Vorrei chiarire che, per quanto io stimi la tua scrittura, Mauro, il poeta a cui mi riferisco si chiama Mauro Maré.
    🙂

    Delon

    15-03-2009 at 19:26

  4. Vedi? La solidarietà tra romani…ma se pò fa così? Pure Delon…sigh!
    Comunque , trovo davvero esagerato che non si comprenda il romanesco che è davvero molto simile all’italiano e basta solo un po’ di buona volontà e il gioco è fatto.Quando gli italiani dicono di non comprendere il romanesco ho la sensazione di sentire gli inglesi che dicono di non comprendere l’inglese di coloro che hanno appena appena un accento diverso dal loro che per rimanere puristi rinnegherebbero pure la madre. Scusate lo sfogo, ma posso capire che non comprendano il siciliano, lingua complessa con pronuncie difficili a volte anche per certi sicilianii ( mia suocera e il mio tecnico del pc pronunciano la doppia “d” di “iddu” o di “compare turiddu” come un qualsiasi “continentale”, e non si offendano i continentali perchè per i siciliani continentali sono coloro che stanno nello stivale.La Sicilia è ricchissima di dialetti e di cadenze che possono variare nel breve spazio che corre tra una contrada e l’altra, che dico? Da un palazzo a quello di fronte, che dico? di meno! A volte quando parlo il dialetto nemmeno in casa mi capiscono!!!
    Scherzo, naturalmente, anche se non esagero e se volete saperne di più: http://digilander.libero.it/dawngate/dia_pronuncia.html
    Un abbraccio a tutti. Tamango.

    tamango

    15-03-2009 at 19:27

  5. Mauro Maré, caro Mauro, ha scritto un libro di poesie, credo l’unico, pubblicato per le edizioni “Campanotto”. Il titolo è:
    “Controcore”.
    Non credo che si trovi in libreria, anche perché è vecchio. Magari puoi trovarlo, se ti interessa, scrivendo all’editore.
    Ti assicuro che è molto bello.
    🙂

    Delon

    15-03-2009 at 19:40

  6. Spero veramente che tu possa continuare questa “guida” al dialetto romano (e non romanesco)… d’altronde, stando con una romana anch’io sto usando il romano come “secondo dialetto”, ma c’è una cosa particolare del romano, che mi richiama quel tuo pensiero il quale dice che è il dialetto che più assomiglia all’italiano: credo che spesso i romani trovano difficile parlare “strettamente” italiano, perchè finirebbero automaticamente per lasciarsi scappare qualche termine del dialetto, cosa che invece non accade coi napoletani: mi è facile parlare italiano riuscendo a dire un “non” invece di un “nunn” napoletano… potrò pure sbagliarmi visto che la mia è un’opinione. Concludo: a Roma ci sono dei proverbi fantastici, ma ce ne sta uno solo che proprio non mi piace: Si Roma c’avesse er porto Napoli sarebbe n’orto (speriamo di aver scritto bene)… ‘nnamo che quarcosa alle altre città c’ho potete rimanè… 😛

    emanuelecerullo

    15-03-2009 at 22:14

  7. Ah, finalmente, e diciamola tutta!
    Mi riferisco (con tutto il rispetto – anzi, l’amore – per i fiorentini) a quella credenza cui accennavi.

    Sicuramente Dante prima, e Manzoni poi (col suo “risciacquar i panni in Arno”) hanno contribuito a gettare le basi dell’italiano, ma molto si deve anche a Roma, in epoca moderna ma anche meno.
    Specialmente nell’italiano più recente che è frutto, dagli anni del boom in poi, della diffusione della televisione e di una certa preponderanza romana in essa delle figure dei presentatori, dei comici, degli attori, ecc.

    Non trovi?

    Archimede63

    15-03-2009 at 23:59

  8. Buon lunedì Mauro…
    bacio**
    Anna..

    Angelesey

    16-03-2009 at 08:42

  9. ho una grande passione per le poesie in dialetto , trobo che rappresentino sensazioni, quotidiamo, vita molto piu’ di quelle in “italiano”…
    bravo Mauro complimenti
    un abbraccio
    chicca

    chiccama

    16-03-2009 at 09:47

  10. a me il romano come dialetto e i romani come persone stanno simpatici….ho tanti amici a Roma, e tutti quei famosi luoghi comuni sui romani oltre che stupidi sono anche falsi…..

    Francesco071966

    16-03-2009 at 10:17

  11. La parlata romana è sempre molto simpatica e quasi pittoresca…

    donburo

    16-03-2009 at 13:13

  12. Al mercato di Piazza Vittorio c’è il rischio di essere invitati, ormai, a “capale le pelziche” …
    -.-

    FlavioRoma

    16-03-2009 at 14:29

  13. ‘Namo co’ le persiche, donne!!!
    Concordo con Flà. Le pelsiche arivano da lontano e se capamo li bloccoletti!

    xdanisx

    16-03-2009 at 19:55

  14. bello bello, il romano è il dialetto più simpatico che c’è, perchè è sincero, vivo, come li romani, io ho 5 libri sui sonetti de Belli, fantastici. Magni un regista bravissimo, li ho visti tutti i film. ciao ciao notte penny

    penny46

    16-03-2009 at 22:11

  15. Io trovo il dialetto romano molto più comprensibile del sardo o del valdostano. Per esempio in sardo “sos puzzones” non è un insulto…credo.

    ofvalley

    17-03-2009 at 00:15

  16. Non ho mai dato una valenza ‘negativa’ alla parlata romana anzi, quando tento di mitarla lo faccio con grande piacere quando voglio sentirmi a mio agio.

    E che mi dici del Marchese del Grillo il film preferito di mio figlio (piezzo ‘ core? napuletano nn romano).

    sheram’inchinodifronteacotantaprecisione

    sherazade2005

    19-03-2009 at 00:14

  17. Anonimo

    11-02-2010 at 00:46


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