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Breve storia di via del Corso

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Al tempo di Cesare Ottaviano Augusto l’attuale via del Corso si chiamava via Lata (larga); nel Medioevo conservò quel nome il tratto che dal Campidoglio giungeva fino a piazza Colonna, mentre la parte restante, fino e oltre Porta del Popolo, era la via Flaminia. Nel 1466 papa Paolo II stabilì che le feste del Carnevale si svolgessero lungo questa strada (e non più al Monte Testaccio), e precisamente dall’Arco di Portogallo (vedi più avanti) fin sotto Palazzo Venezia: il toponimo, allora, cambiò in via del Corso, con evidente allusione alle corse carnascialesche.

Queste corse avevano come partecipanti, costretti a correre dentro i sacchi, gli ebrei, gli storpi, i nani e i buffoni: il tutto avveniva tra i lazzi osceni del popolino. Si svolgevano anche corse di asini e bufali, ma, soprattutto, sotto il regno di Clemente IX, nel 1667, venne introdotta la corsa dei cavalli detti "bàrberi" o "bèrberi", perché provenienti dalla Barbèria (una vasta regione dell’Africa mediterranea, estesa dal Marocco alla Libia), anche se i più appartenevano a famiglie patrizie romane. Le povere bestie correvano "scosse", cioè senza fantino, sollecitate da pece bollente apposta sui glutei o da palle con aculei assicurate alla groppa, fino a piazza Venezia, dove andavano a sbattere contro grossi tendoni tirati attraverso una via, appunto chiamata via della Ripresa dei Barberi (demolita alla fine dell’800 in occasione della costruzione del Vittoriano), dove i proprietari o gli stallieri li riprendevano in custodia. Lo spettacolo fu abolito nel 1883 dal governo italiano, in seguito a un incidente mortale occorso ad un ragazzo che, nell’attraversare la strada, fu travolto dai cavalli sotto gli occhi della regina Margherita.

La Corsa dei Barberi si svolgeva tutte le sere per undici giorni, fino al martedì grasso. Quindi, alla chiusura del Carnevale, il popolo straripava mascherato nel Corso al grido univoco: "Mor’ammazzato chi nun porta er móccolo!". Era un gioco frenetico, una battaglia nella quale ognuno cercava di soffiare e di spegnere il "móccolo", ossia qualsiasi cosa che bruciasse (fiammelle, torce, candele) del vicino (che doveva rigorosamente essere di sesso opposto): l’ultimo divertimento che salutava la fine del Carnevale. Chi si trovava col moccolo spento in mano era poi obbligato a togliersi la maschera.

Sotto Pio IX, nella sera dell’Epifania del 1854, il Corso venne illuminato per la prima volta mediante lampioni a gas. Si emanarono allora provvedimenti per trasferire in altro luogo i macellai, i trippaioli, i fegatai, i friggitori, i pollaioli, al fine di salvaguardare la decenza della via destinata al pubblico passeggio. Si aprirono negozi di confezioni e di alta moda, librerie, antiquari e gioiellieri. Nell’ultimo Ottocento era di rito la "trottata" al Corso, una sfilata di carrozze nelle quali sedevano nobili donne con elegantissimi abiti. All’indomani dell’assassinio del re Umberto I, avvenuto a Monza il 30 luglio 1900, la via fu battezzata "Corso Umberto I"; nel 1946, in seguito all’abdicazione e alla successiva cacciata di Vittorio Emanuele III, prese il nome di corso del Popolo, ma due anni dopo si ritornò al vecchio toponimo quattrocentesco di via del Corso.

All’angolo con via della Vite, sul seicentesco palazzo Ottoboni, sono poste una Madonnella e una lapide che ricorda la demolizione di alcuni edifici, per volere di Alessandro VII, allo scopo di allargare la via: "Alessandro VII Pontefice Massimo rese libera e dritta per la comodità pubblica e per ornamento la via Lata, Ippodromo dell’Urbe in festa, da una parte impedita dagli edifici interposti e dall’altra deformata da (quelli) sporgenti, nell’Anno di Grazia 1665". La dicitura "Ippodromo dell’Urbe in festa" si riferisce al fatto che inizialmente, da questo punto, dove allora era situato un arco, veniva data la "mossa" per la corsa dei berberi.

L’arco, demolito insieme agli edifici, era il cosiddetto Arco di Portogallo, la cui datazione dovrebbe essere posteriore alla metà del II secolo e.v.: da esso provengono i due bassorilievi rappresentanti un discorso di Adriano e l’apoteosi di sua moglie Sabina, ora ai Musei Capitolini. L’arco fu detto "Arco di Portogallo" perché vi abitava il cardinale portoghese Giorgio de Costa. A esso, che nel Medioevo ebbe svariate denominazioni ("Tres Facicellas", "di Tripoli", "di Trofoli" o "dei Trofei"), era legata una leggenda secondo la quale sotto si trovasse un tesoro nascosto: ci fu anche chi lo cercò, ma Roma, in quell’epoca, era piena di tesori nascosti e naturalmente non fu trovato nulla nemmeno qui.

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[In testa: Giuseppe Ferrante Perry, Mossa dei barberi (1827). In coda: Ippolito Caffi, I moccoletti al Corso, 1850 ca.]

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Written by matemauro

04-02-2009 a 22:05

Pubblicato su roma

9 Risposte

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  1. bella cronaca di una via che ho sempre trovato bellissima….

    Francesco071966

    04-02-2009 at 23:42

  2. C’è davvero passata un sacco di storia per questa strada. Ora si spera che il nome resti questo e non ci pensino più:) Un abbraccione!

    hettori

    05-02-2009 at 00:55

  3. Basta scavare un po’, a Roma, e di tesori artistici ne trovi quanti ne vuoi.
    Il tuo scritto è bellissimo e appassionante.
    🙂

    Delon

    05-02-2009 at 10:35

  4. Bella anche questa tua passione di storico 🙂

    Piesse. Grazie del tuo passaggio da me 🙂 Eri dietro l’angolo, forse?
    Perbacco, ho appena fatto in tempo a mettere in linea che subito ho trovato un tuo commento, sei proprio forte :))) Peraltro stavo ancora finendo di compilare il post (che a volte l’anteprima non mi visualizza correttamente) e il tempo è sempre troppo poco, tutta una corsa… puf puf!

    Un abbraccio anche a te!

    Bruno

    utente anonimo

    05-02-2009 at 10:45

  5. Già mi lecco i baffi… leggerò il tuo post con calma e con la serenità che voglio, ora ti auguro solo buongiorno. A presto,smack!

    tamango

    05-02-2009 at 12:37

  6. interessante! me la stampo per quando devo passare di là.. quante volte si cammina in mezzo alla Storia senza pensare e senza sapere..
    ciao 🙂

    giovanotta

    05-02-2009 at 13:51

  7. La crudeltà dell’uomo è storia… sembra proprio che non se ne possa fare a meno.
    Un post davvero interessante!
    Ciao
    Ilaria

    camuciolo

    05-02-2009 at 14:50

  8. Interessante e piacevole la storia vista così che prendi due piccioni con una fava con l’accenno al carnevale ormai prossimo, bravo!
    E ora che ho passato il pomeriggio qui date tra Santo Darwin e i cavalli arabi che amo da morire, cosa mi merito? due autografi nello stesso libro o due libri diversi con autografo uguale?
    Attento , eh? Che ti curo!
    Ti regalo un bell’esemplare di cavallo arabo, scosso!

    tamango

    05-02-2009 at 17:26

  9. Interessante, grazie Mauro.

    ozne

    06-02-2009 at 09:20


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