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Di matematica ma non soltanto…

Il treno

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Oggi sono uscito dal lavoro prima. Ho parlato con il dottor Saviotti, ho preso la giacca, e mi sono avviato verso la stazione. Trentacinque minuti dopo, sono seduto da solo in uno scompartimento vuoto, dove l’unico rumore è il basso ronzio del riscaldamento da sotto il finestrino. Secondo i miei calcoli stiamo per partire, se siamo in orario.

Appoggio la testa contro lo schienale e chiudo gli occhi, cercando di scacciare dalla mente tutti i pensieri. Davanti al buio creato dalle palpebre, danzano i numeri della lunga giornata, trascorsa a contare interessi attivi e passivi. Sento il corpo pesante, come dopo una lunga camminata in salita. Non ho più l’età per certe cose, e poi in fondo anche da giovane non sono mai stato uno sportivo.

Il treno sta partendo. Davanti al finestrino semiaperto scorrono le palme e il mare. Penso al bel piatto di minestrone che mi preparerò a casa. Caldo e fumante. Lunedì c’è sempre il minestrone e martedì il baccalà. Sempre così, ogni settimana. Mi piace così. Gli amici dicono che sono un abitudinario, che amo fare sempre le stesse cose. E allora?

Dalla porta dello scompartimento entra una giovane donna. Lunghi capelli, neri. Un vestito di chiffon blu e nero e una giacca jeans. Si siede nel posto più lontano da me e tiene d’occhio il corridoio, rigirandosi distrattamente fra le dita una ciocca di capelli. Non ha bagaglio, soltanto una borsa e il sacchetto di un negozio.

In ritardo, mi guarda e poi, educatamente:

– Buonasera.

– Buonasera – rispondo, automaticamente.

Poi più niente. Guardo fuori dal finestrino e mi metto a spiare la sconosciuta di riflesso nel vetro. Mi piace guardare le persone, osservarne i gesti, catturarne gli attimi come se scattassi fotografie. Lei apre la borsetta e prende il cellulare, controlla le chiamate e poi lo rimette nella tracolla.

Nel corridoio passa un uomo, che si gira a guardare la ragazza. Lei se ne accorge e volge lo sguardo verso il pavimento, ignorandolo. L’uomo si ferma nel corridoio, dando la schiena allo scompartimento e osservando fuori dal finestrino. È vestito con un lungo impermeabile marrone e ha in testa un cappello a falda larga, di panno. Sembra un po’ inglese, per via dell’abbigliamento eccentrico. È alto, massiccio. Poi si avvia di nuovo lungo il corridoio. Lei sospira lievemente e inizia a mordicchiarsi un’unghia. Poi si gira verso me e mi fa:

– Sa, ho un po’ paura a viaggiare di sera su questa linea, a volte non s’incontrano delle persone molto a posto con la testa.

– Io prendo questo treno tutti i giorni a quest’ora. Sono un pendolare. Ma non mi sento minacciato. Però forse per una donna è diverso.

– Già.

Il tono di voce di lei si abbassa, come quello di un cospiratore.

– Vede, prima ero seduta in un altro scompartimento, e c’era anche quel signore con l’impermeabile che è passato adesso nel corridoio. Non so se l’ha notato, quel signore…

– Sì, l’ho notato.

Noto sempre tutto, anche se secondo il mio capo mi sfuggono parecchie cose. Saviotti non lo apprezza e non ne fa mistero. Come quando mi ha contestato la sparizione di quei soldi, e ha montato tutto quel casino. Per niente, poi. Era stato tutto un equivoco.

La donna continua a parlare, ma ormai penso ad altro. L’ascolto come si fa con la radio in sottofondo, mentre si sta leggendo un libro interessante.

– Beh, mi ha… come dire? Infastidita. Niente di grave, beninteso. Però da quando mi sono seduta, e sono salita a Sanremo… e mi guardava, e mi osservava, e mi fissava. Poi si alzava in piedi, in mezzo allo scompartimento e tenendosi a entrambi le pareti. Non mi sono spostata subito per questa storia che c’è adesso delle prenotazioni. È una scocciatura doversi sedere dove ti dicono, senza scegliere.

– Già.

Sono un fautore della libertà, ma entro certi limiti. Come la libertà delle rotaie del treno, che vanno lontano, ma sempre dritte per la loro strada, alla maniera di due fidanzati che si tengono per mano.

– Beh, quel signore parlava, come a se stesso, però capivo che si rivolgeva a me. Ma non sentivo bene quello che diceva, perché mormorava piano. È peggio, quando non capisci quello che la gente ti dice. Non ero a mio agio. Poi è passato quello delle vivande, sa, quello con il carrello, e lui ha comprato una birra. E allora si è messo a berla ed è peggiorato.

– Mi dispiace, signora. E poi?

– Poi si è messo in piedi, di nuovo. Al centro dello scompartimento. Beveva e parlava, con la lattina in mano. Era girato verso di me. La patta dei pantaloni a tanto così dalla mia faccia – e allarga le mani, a mostrare la breve distanza -. E allora ho pensato: no, così è troppo. Per fortuna ero vicina alla porta, ho afferrato la borsa e sono uscita. Non è successo niente di grave.

Sulla porta c’è il controllore, una figura alta, in divisa. Chiede i biglietti. I biglietti vengono controllati e timbrati, sono in regola.

– Mi scusi – gli faccio -, il treno è in ritardo o siamo puntuali?

– Siamo in perfetto orario, signore.

– Ah, bene, grazie.

Passa allo scompartimento successivo. Io mi rivolgo a lei.

– Forse dovrebbe raccontare al controllore quello che ha detto a me, signora.

– Ma no, in fondo non è successo niente di grave – ripete lei, sempre giocando con una ciocca di capelli. E poi mi chiede:

– Mi scusi se glielo chiedo, ma lei dove scende?

– A Genova.

– Ah, bene, anch’io.

Con me si sente sicura. Penso a mia moglie, Mafalda. Alla piccola mano nella mia, quando camminavamo per strada. A quella volta che le avevano rubato il portafoglio sull’autobus e mi aveva chiamato per farsi venire a prendere. Il sabato mi preparava la torta di bietole. Ora non me la fa più nessuno, e io non sono capace. Ho imparato a fare il minestrone, e il baccalà, e il pesto. Quelli sono facili. Ma la torta di bietole, no. Quella mi manca.

Il treno si ferma in un’altra stazione. Poi riparte, come un enorme elefante alla carica.

Ripassa in corridoio l’uomo che aveva spaventato la donna. Cammina lentamente, e fissa prima me, con sguardo d’interesse e sfida, come fa un toro nell’arena prima della carica. Poi lei, e i suoi occhi l’assorbono tutta, dalla punta dei suoi piedini negli stivaletti di cuoio, al fermaglio nei capelli. L’ultima cosa che vedo di lui sono gli occhi, che non si staccano da noi. Lei fa finta di nulla.

Poi passa un gruppo di ragazzi, forse delle superiori, con zaini colorati e cellulari in mano. Parlano a voce alta e cercano uno scompartimento solo per loro.

La donna dice:

– Mi può guardare un minuto le cose, per favore?

– Certo, signora.

Poi si alza. Va certamente in bagno.

Guardo la borsa e il sacchetto del negozio, abbandonati sul sedile. Sono spiegazzati, disordinati. Da fuori viene il buio, improvviso come una doccia gelata. Siamo entrati in galleria. Le luci del treno sono basse, non basterebbero per leggere. Ma io non leggo, non leggo mai, non ho mai letto libri. Neanche da piccolo, a scuola. Però la mattina compro il giornale. E lo sfoglio in treno, andando al lavoro. Mi piacciono le pagine locali. Quelle le leggo sempre.

È il tunnel più lungo, quello. Lo conosco bene. Lo sferragliare delle rotaie, il rumore della circolazione forzata, tutto è come dovrebbe essere. Tranne una cosa. Quel rumore. Che fastidio. Un ululato, come di bestia spaventata. Un suono inarticolato e primitivo, gridato con violenza. Sento distintamente, ma non riesco a distinguere le parole.

All’urlo segue la confusione. Parecchia confusione. Gente che si alza, parla, si muove, chiama, corre, grida. Un’improvvisa energia scuote il treno, facendone vacillare le fondamenta. Qualcuno ha tirato il freno d’emergenza. Per fortuna, ormai, siamo fuori dalla galleria. Dal finestrino si vede il mare. Non mi muovo, ho un po’ paura di vedere.

Ho sempre avuto paura di vedere. Da quel giorno, quando avevo quattro anni e tre bambini mi avevano messo la testa sotto la sabbia. E me l’avevano tenuta lì. Avevo pensato a mamma, ma mamma non c’era. Non riuscivo a respirare. Come ora. Il fiato fermo in gola, la testa vuota e un bruciore ai polmoni. Ora l’unica cosa cui riesco a pensare è minestrone, minestrone, minestrone… Voglio andare a casa, stare tranquillo, solo quello.

Sembra un giorno di scuola, quando suona la campanella e tutti si alzano per andarsene. Passa il controllore, correndo. Altri passeggeri parlano e gridano. La donna che è andata in bagno non si vede. Aspetto, fissando la borsa accasciata sul sedile, e i minuti passano come al rallentatore, accatastandosi gli uni sugli altri, e diventano mezz’ora, o forse più. Arrivano persone da fuori. Sento le sirene. Polizia e ambulanza e gente delle ferrovie e pompieri. Tutti passano nel corridoio.

Chiedo l’ora a un tizio. Io non porto più l’orologio da quel giorno che Mafalda mi ha detto che se ne andava, con i grandi occhi nocciola liquidi di lacrime, seduta sul nostro divano in salotto. Il giorno dopo sono andato in un mobilificio, ho cambiato l’arredamento di casa e poi, la sera, ho buttato l’orologio nel bidone della spazzatura in cucina.

Mafalda diceva sempre:

– Il tempo passa, anche se non lo stai lì a misurare.

Quando vedo il controllore, lo fermo e gli domando cosa sia successo. La mia mente sa già la risposta, ma voglio essere sicuro. Il controllore me lo dice, con parole da cronaca dei giornali, come lo diranno ai tiggì della sera. Mentre parla, il vecchio dipendente delle ferrovie si guarda le mani rugose:

– Hanno trovato una donna in bagno. Il bagno era chiuso a chiave e me l’hanno fatto aprire. La donna era… è… morta.

– Morta? Morta come?

Il controllore non risponde, ma continua a fissarsi le mani. Poi alza gli occhi e mi guarda direttamente.

– Hanno chiamato i soccorsi. Ora c’è la polizia e la porteranno via. Verranno a farle qualche domanda, vedrà.

– Sì, ma morta come? E chi era?

– Era qui, sul treno. Era una donna. Ora è morta – dice, semplicemente.

Il controllore si scosta, per far passare gli uomini della scientifica. Trasportano un sacco nero, come quelli della spazzatura, ma di una tela più spessa. Un uomo dietro di loro fa cenno di fermarsi. È senza divisa, ben vestito. Si presenta, parlando con voce educata ma agitando le mani nervosamente. Si presenta: è il commissario Valcorvina. Dopo le domande di rito, mi chiede se sono disposto a dare un’occhiata alla salma, se eventualmente potessi riconoscerla. Gli dico di sì. il commissario mi chiede di nuovo se sono sicuro, se me la sento.

Aprono lievemente il sacco, con delicatezza, scoprendo dei capelli rossi, lunghi e ricci. E poi il viso. E il collo. È stata una gran donna bella, prima. Ora gli occhi sono aperti e vuoti. Guardano fuori dal finestrino, ma senza vedere il mare. La lingua penzola fuori dalla bocca come una salsiccia cruda. Il collo mostra una sottile linea rossastra, come un taglio, ma non c’è sangue. Non è la donna che è andata in bagno.

– Non l’ho mai vista. – E aggiungo, a titolo di scusa: – Mi dispiace.

– Non importa. Grazie della sua collaborazione. Ora vi faremo salire su un pullman, il treno deve fermarsi qui, per accertamenti.

Poi lo sguardo del commissario spazza lo scompartimento, indugia sulla mia borsa, posata sul sedile a fianco al finestrino, e si posa finalmente sulla borsa da donna e sul sacchetto da negozio tutto spiegazzato.

– Lei non è solo nello scompartimento.

Lo dice con tono sicuro, scandendo bene le parole. È un’affermazione, non una domanda.

– C’era una donna. Una donna bruna, con un vestito lungo e una giacca jeans. Ma da quando c’è stata tutta questa confusione, non l’ho più vista.

Il controllore, con aria grave e quasi bisbigliando, dice a Valcorvina:

– È quella che ha scoperto il corpo. Che mi ha fatto aprire il bagno.

Quindi deve essere stata lei a gridare. Me lo sento.

Il commissario mi chiede se può vedere i miei effetti personali. Gli rispondo di sì. Segue una piccola perquisizione. Non viene trovato nulla. Mi metto una mano in tasca, in piedi nel centro dello scompartimento, e mi appoggio con l’altra mano alla parete, fredda e appiccicosa.

Poi tutti cominciano ad andarsene. Il commissario si ferma un attimo e si gira di sbieco verso di me, occupando con la corporatura massiccia tutto lo stretto spazio della porta. Ha gli occhi rossi e la voce impastata. Sembra stanco.

– Le è capitato di notare qualcosa di strano, anche di poco conto, che ritiene utile segnalarci?

– Beh, forse la signora che ha scoperto il corpo e che era nello scompartimento con me ve l’ha già detto, di quel signore.

– Quale signore?

– Un tipo strano, vestito con un cappotto e un cappello, che l’aveva un poco importunata. Lei si era spostata di scompartimento per questo, venendo qua. L’ho visto qualche minuto prima che la signora andasse in bagno. Dev’essere ancora sul treno.

– La signora è troppo sconvolta per dirci qualcosa. Se ne stanno occupando i medici. Sa, scoprire un cadavere, per una donna, una donna giovane, è stato un bello shock. Grazie del suo aiuto.

E se ne va, seguendo il sacco nero che sfila lungo il corridoio, fermandosi ogni tanto per chiedere un riconoscimento. Mi siedo di nuovo, ma questa volta in un sedile da cui si vede tutto il passaggio. Arriva un poliziotto a prendere la tracolla della donna bruna che ha scoperto la morta.

Rimetto le mie cose in ordine nella borsa, lentamente, e poi la poso accanto a me. Vedo i poliziotti parlare con l’uomo vestito da inglese, pochi scompartimenti più in giù. L’uomo protesta, alzando la voce. I poliziotti fanno delle domande. Forse lo sospettano, forse vogliono portarlo via. L’uomo dev’essere veramente ubriaco, perché gesticola in maniera esagerata, le mani sopra la testa. Tutti guardano, dai loro scompartimenti, aspettando che succeda qualcosa. I poliziotti prendono l’uomo in custodia, venendo verso di me.

Guardo bene in viso lo sconosciuto: gli occhi spiritati, la testa alta, le smorfie senza controllo. Sembra veramente un pazzo. Quando passa davanti allo scompartimento dei ragazzi delle superiori, solo tre scompartimenti dopo il mio, quelli gli gridano qualcosa, qualcosa di brutto. Una ragazza del gruppo piange.

Poi il controllore passa a dire a tutti che il pullman sta per arrivare. Lo dice anche a me, e aggiunge:

– Che tragedia. La polizia pensa che possa essere stato quell’uomo che ha indicato lei. Forse. Chi lo sa. La ragazza è stata strangolata, dev’essere stato un uomo, una donna non ne avrebbe avuto la forza. Non sembra tanto a posto, quel tipo. Lo sa, le hanno rubato una catenina, alla ragazza, sembra. Quelli che erano nello scompartimento con lei hanno confermato che portava una catenina d’oro con un pendaglio a forma di rosa, una cosa costosa, di oreficeria. Ma la ragazza morta ora non ce l’ha, e ha un taglio intorno alla gola… Non so se l’ha notato.

Sì, l’ho notato, noto sempre tutto.

– La polizia non ha trovato la catenina?

– No.

Il controllore se ne va.

Il giorno dopo, i giornali, nella pagina locale che leggo sempre, riferiranno di un assassinio in treno, e di un uomo sospettato e arrestato. Sottoposto a perizia psichiatrica. Quarantacinquenne, toscano, ha viaggiato molto, restando all’estero a lungo. Si era occupato di vendite, vendite ai negozi, ai ristoranti, ai supermercati. Poi la ditta era fallita. Lui era tornato in Italia perché, diceva a tutti, gli mancava il suo paese. Aveva trovato un lavoro come operaio. Un lavoro semplice, non che gli piacesse molto, ma era meglio di niente.

Un giorno, c’era stato un incidente. I giornali ne avevano parlato per un po’, e poi avevano smesso. Un incidente dovuto a errore umano. Il suo collega, quello dell’espresso alla macchinetta prima di timbrare il cartellino, era morto. Il torace schiacciato. Lui aveva perso un dito. Non era molto, rispetto all’altro. Ma diceva a tutti che non si fidava a lavorare. Forse aveva paura. E forse la paura si era insinuata in tutto, trasformando lui, la sua mente, il suo mondo.

Chissà se era andata davvero così. Ma così diranno i giornali. Non menzioneranno le prove, non parleranno della catenina, o dei capelli rossi della donna.

Il pullman sta arrivando, e tutti quelli che sono nel treno vanno verso il nuovo mezzo di trasporto, parlando sommessamente di quel che è successo, o semplicemente camminando in silenzio, gli occhi bassi. Molte persone gettano un’ultima occhiata indietro, verso il vagone ferroviario ormai vuoto.

Io non mi volto e mi siedo sul pullman in uno dei posti davanti. È molto tardi, troppo, per mangiare, e mi sento troppo stanco per mettermi a preparare il minestrone come ogni lunedì, una volta tornato a casa. Accenderò semplicemente la luce, dopo aver appeso la giacca in ingresso, posato la borsa sul tavolo in salotto, e mi siederò sul divano, da solo davanti al televisore spento, ad ammirare quello che ora tocco nella mia tasca.

Se allungo un dito posso sentirne la sagoma. È una piccola rosa scarlatta di smalto. Con una sottile catenina d’oro attaccata. I giornali non scriveranno mai che quella sconosciuta del treno aveva una collana identica a quella di Mafalda, e dei capelli simili a quelli di lei, dello stesso colore di quelli di mia moglie. Quelle sono le cose che mi tormentavano in continuazione, quando la vedevo prendere il mio stesso treno, tutti i giorni, alla stessa ora, come una pubblicità vista troppe volte.

Ma oggi mi sono ripreso quello che è mio. Niente minestrone stasera, ma non ha importanza. Mi metterò a guardare il fermaglio, mi rigirerò nel palmo la rosa rossa luccicante. Finalmente mia.

Ha lottato, e cercato di gridare, ma la stretta attorno al collo era troppo forte, non riusciva a emettere neanche un guaito. Poi, dopo un po’, si è accasciata, come un gommone da spiaggia cui viene tolta l’aria. I capelli rossi, sciolti e fluenti, sparsi come un’onda sul mare. E io mi sono ripreso la catenina. Ho fatto tutto per quello, in fondo. Oggi sono uscito apposta prima dal lavoro, o no?

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Written by matemauro

11-12-2008 a 21:26

Pubblicato su racconti

22 Risposte

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  1. tragico il racconto, non mi aspettavo questo finaleb brrr che brivido…ma lui la passa liscia? bacioni teresa

    lateresa

    11-12-2008 at 21:54

  2. E sì è decisamente lunghetto… non in sè, se fosse in un libro sarebbe breve breve… ma in video…

    Ho visto da Danis il vostro ritrovo…
    E poi dicono che il computer ti isola!!!!
    Salutone!

    mircomirco

    11-12-2008 at 21:57

  3. geniale!!!

    T3rminator

    11-12-2008 at 22:05

  4. Mauro, certo che con questo racconto su cui lavorare, non si poteva pretendere l’impegno poetico ulteriore.
    Mi piace, si legge bene e concordo sulla scelta di non dividere una storia, sopratutto se c’è suspance.
    Noto la ricchezza di armosfera. C’è un uomo con una storia che si rivela al lettore e indicazioni geografiche, un intreccio psicologico accattivante.
    Complimenti. Questo genere mi piace e sei molto bravo.
    Danis

    xdanisx

    11-12-2008 at 22:49

  5. Urca o_O
    Bravo, davvero!

    shantylagatta

    11-12-2008 at 22:50

  6. Noi delle Edizioni SORBOLE siamo sempre in caccia di giovanij talentij. Ci pharemo 1 (vn) pensierjno…

    phederpher

    11-12-2008 at 22:57

  7. ciao.Mi è piaciuto tantissimo, chi immaginava che era la moglie, forte, bravo. E’ scritto proprio bene, poi c’è la suspence fino alla fine. poi non è lungo, bisogna pur capire. ciao ho letto anche la poesia da Targhina, simpaticissima, ohhhhh ma sai fare tutto,” che suoni pure il piano,” ricordi il film del grande Troisi. abbraccione penny

    penny46

    11-12-2008 at 23:11

  8. Grande Mauro. A quando il prossimo giallino?

    ozne

    11-12-2008 at 23:33

  9. “Ma dimmi, nel bagno quel giorno perchè indugiasti tanto?
    Perchè sono stati trovati bidoni di sapone liquido agli agrumi nel tuo appartamento dopo la scomparsa del rappresentante di prodotti per la pulizia ? Perchè non mi hai detto che potevi pure scegliere ?
    Lo sai che io adoro l’odore della lavanda…ecco, adesso non lo potrai più fare, mai più! Mentre vado via odoro le mie mani che finalmente profumano di lavanda, oh yeah”!

    tamango

    12-12-2008 at 00:55

  10. “Ma dimmi, nel bagno quel giorno perchè indugiasti tanto?
    Perchè sono stati trovati bidoni di sapone liquido agli agrumi nel tuo appartamento dopo la scomparsa del rappresentante di prodotti per la pulizia ? Perchè non mi hai detto che potevi pure scegliere ?
    Lo sai che io adoro l’odore della lavanda…ecco, adesso non lo potrai più fare, mai più! Mentre vado via odoro le mie mani che finalmente profumano di lavanda, oh yeah”!

    tamango

    12-12-2008 at 00:55

  11. Non amo i post lunghi, lo sai, ma questa volta era necessario perchè il racconto si fa leggere tutto di un fiato, è piacevole, scorrevole e molto giallo, giallo scuro, quasi… noir!

    tamango

    12-12-2008 at 01:09

  12. Non amo i post lunghi, lo sai, ma questa volta era necessario perchè il racconto si fa leggere tutto di un fiato, è piacevole, scorrevole e molto giallo, giallo scuro, quasi… noir!

    tamango

    12-12-2008 at 01:09

  13. Sono rimasta ancora qui per leggere il tuo giallo.
    Buon segno, anzi ottimo,
    è più di un complimento dato che a me i gialli piacciono poco.
    Bravo Mauro.
    Abbraccione e buona notte.

    fiorirosa

    12-12-2008 at 01:55

  14. mmmh … sai, ad un certo punto ho pensato l’ assassino fosse la donna spaventata, che aveva gettato ombre su un povero cristo qualunque.
    bene, bene … adoro i gialli!

    gattarandagia

    12-12-2008 at 09:36

  15. Ottimo! E bravo il detective Mauro!!!

    Targhina

    12-12-2008 at 13:04

  16. Da brivido ma molto carino l ho letto tutto di un fiato..Bravo Mauro!!!
    Buon week end..
    Un abbraccione…
    Anna..

    Angelesey

    12-12-2008 at 14:38

  17. Mauro, sei una grande sorpresa.
    Per una volta ho conosciuto la persona prima del narratore, un narratore di talento.
    Abbiamo parlato nulla di come stiamo e perchè stiamo su internet a cena, avevamo da litigarci le polpette 🙂
    Sono proprio contenta di averti “incocciato” . da tempo ho abbandonato la narrativa e leggerti mi restituisce stimoli .
    Scrivere narrativa richiede un livello di concentrazione e attenzione diversi dalla poesia, occorre metterli in gioco.
    Questo racconto è ottimo perchè riesce a saltare bene tra fatti e riflessioni senza eccedere negli uni o negli altri. Non esagera con i sentimenti nè con le descrizioni, lascia al lettore costruire la scena dopo avergli dato sapientemente gli elementi essenziali che entrano in gioco quando occorre, ne prima nè dopo.
    Bravo, bravo davvero

    TartaMara

    12-12-2008 at 21:12

  18. Molto ben scritto.Bello: dunque la donna lui l’ha uccisa prima che la ragazza entrasse nel suo scompartimento, no?

    ofvalley

    13-12-2008 at 00:12

  19. Roberto ringrazia e plaude il tuo talento: gli hai regalato il suo noir preferito, quello dove l’assassino la fa franca e fino in fondo sembra un santo!
    Non amo i gialli, ma questo l’ho davvero letto d’un fiato.
    Baciotti
    l & r

    aironedistelle

    13-12-2008 at 00:15

  20. bravo! questo mi ha “rapito” un pò lungo, ma ben strutturato, scivola che è un piacere e bel finale a sorpresa. COMPLIMENTI ! ;D

    ontanoverde

    13-12-2008 at 09:31

  21. L’ho letto tutto d’un fiato, mi è piaciuto! Redcats

    redcats

    13-12-2008 at 21:28

  22. L’ho dovuto stampare, il pc mi stancava troppo gli occhi.
    Però è bello, fluido, ti trattiene 🙂

    Bruno

    Bierreuno

    14-12-2008 at 17:10


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