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Di matematica ma non soltanto…

Cesare Pavese

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Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950) è stato uno scrittore e poeta italiano.

Nasce in provincia di Cuneo, dove il padre, cancelliere del tribunale di Torino, aveva un podere. Ben presto la famiglia si trasferisce a Torino, anche se le colline del suo paese rimarranno per sempre impresse nella mente dello scrittore e si fonderanno pascolianamente con l’idea mitica dell’infanzia e della nostalgia.

Malgrado l’agiatezza economica la prima fanciullezza di Pavese non fu felice: una sorellina che era nata prima di lui era morta di difterite e altri due fratelli erano morti, in seguito, ancora molto piccoli. La madre aveva dovuto affidare a balia il piccolo Cesare e quando andò a riprenderlo venne allevato più dalla balia che dalla madre. Nel 1914, quando aveva solamente sei anni, il padre morì per un cancro al cervello causando nel piccolo Cesare un forte trauma. Molti si sono occupati dell’adolescenza di questo ragazzo timido, amante dei libri, della natura e sempre pronto a isolarsi dagli altri, a nascondersi, a inseguire farfalle e uccelli, a sondare il mistero dei boschi.

Davide Lajolo, suo grande amico, in un libro intitolato Il vizio assurdo tende a evidenziare due elementi fondamentali: la morte del padre e il conseguente irrigidirsi della madre che, con la sua freddezza e il suo riserbo, attuerà un sistema educativo più da padre asciutto e aspro che non da madre affettuosa e dolce. L’altro elemento è la tendenza al "vizio assurdo", la vocazione suicida. Ritroviamo infatti sempre un accenno alla mania suicida in tutte le lettere del periodo liceale.

Il suo mondo adolescenziale, difficile, traboccante di solitudine e di isolamento sarebbe, di volta in volta, per i diversi critici che l’hanno studiato, il risultato della introversione tipica della adolescenza, la risultante di traumi infantili (morte del padre e mondo femminile in cui viene allevato, desiderio inconscio di autopunizione), il dramma dell’impotenza sessuale, indimostrabile forse, ma a momenti rintracciabile in alcune pagine di Il mestiere di vivere. Qualunque sia l’interpretazione, comunque, non si può negare che si profila un destino tragico e amaro, evidenziato da un disperato bisogno d’amore, da una ricerca di apertura verso gli altri, verso il mondo, verso le relazioni interpersonali, un destino di solitudine, di amarezza, di disperata sconfitta. Dibattuto tra gli estremi di una orgogliosa affermazione di sé e della constatazione di una sua inadattabilità alla vita, Pavese sceglie fin da ragazzo la letteratura "come schermo metaforico della sua condizione esistenziale", in essa cercando la risoluzione dei suoi conflitti interiori.

Trova gusto nelle discussioni, si trova a suo agio nelle trattorie, assieme agli operai, ai venditori ambulanti, alla gente qualunque: molti di questi saranno un giorno protagonisti dei suoi romanzi. Ha la sensazione di essere giovane, rinato e, negli ultimi anni dell’Università, nella sua vita privata entra colei che sarà al centro del suo animo, "la donna dalla voce rauca". Per tutto il tempo durante il quale la donna gli sarà vicina, sarà cordiale, umano, affettuoso, aperto al colloquio con gli altri. Lei gli riporta l’incanto dell’infanzia; il suo viso, quando non la sente sua, non è più il mattino chiaro, è una nube, ma una nube dolcissima e, anche se vive altrove, gli riflette sempre "lo sfondo antico". Quelle colline e quel cielo tornano ancora umanissimi come il "dolce incavo della sua bocca".

Nel 1930 si laurea con una tesi Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman e comincia a lavorare alla rivista La cultura, insegnando in scuole serali e private, dedicandosi alla traduzione della letteratura inglese e americana nella quale acquisisce ben presto fama e notorietà. Gli anni del liceo e dell’università portano nella sua vita solitaria il suggello dell’amicizia; tutto contribuisce a umanizzare le sue rabbiose letture: le dispute letterarie, l’eccitante accostamento al mondo vietato della politica, i caffè concerto, i miti sfolgoranti dell’industria cinematografica, le marce in collina, le vogate sul Po che rinvigoriscono il suo corpo, precocemente squassato dall’asma. In confronto al paese, la città si presenta come una grande fiera, come una festa continua.

Nel 1931 muore la madre, pochi mesi dopo la laurea. Rimasto solo, si trasferisce nell’abitazione della sorella Maria, presso la quale resterà fino alla morte. Intanto viene stampata la sua prima traduzione: Il nostro signor Wrenn di Sinclair Lewis. Il mestiere di traduttore ha tale importanza non solo nella vita di Pavese ma per tutta la cultura, da aprire uno spiraglio a un periodo nuovo nella narrativa italiana. Con le sue traduzioni, egli dà la misura di quanto sia grande la sua ansia di libertà, la sua esigenza di rompere lo schema delle retoriche nazionalistiche e aprire a sé e agli altri nuovi orizzonti culturali, capaci di smuovere quelle incrostazioni vecchie e nuove che avevano fatto ammalare la società italiana. Egli vuole presentare coscientemente "il gigantesco teatro dove, con maggior franchezza che altrove, veniva recitato il dramma di tutti". Il fascismo negava ogni iniziativa alle grandi masse, condannava e impediva gli scioperi, mentre in quei romanzi americani si leggeva la possibilità di creare nuovi rapporti sociali. Pavese dimostrava come il contatto con le grandi masse americane, attraverso quei romanzi, vivificasse anche il linguaggio, con l’inserimento della parlata popolare, sì da renderlo congeniale con i nuovi contenuti.

Nel 1933 sorge la casa editrice Einaudi, al cui progetto Pavese partecipa con entusiasmo per l’amicizia che lo lega a Giulio Einaudi: questi sono gli anni dei suoi momenti migliori con "la donna dalla voce rauca", un’intellettuale laureata in matematica e fortemente impegnata nella lotta antifascista: Cesare accetta di far giungere al proprio domicilio lettere fortemente compromettenti sul piano politico: scoperto, non fa il nome della donna e il 15 maggio 1935 viene condannato per sospetto antifascismo a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tre anni che si ridurranno poi a meno di uno, per richiesta di grazia (venne indotto a chiederla dalla sorella, e mai la perdonerà per averlo spinto a cedere al regime fascista); torna dal confino nel marzo del 1936, ma questo ritorno coincide con un’amara delusione: l’abbandono della donna e il matrimonio di lei con un altro. L’esperienza (che sarà il soggetto del suo primo romanzo, Il carcere), e la delusione giocano insieme per farlo sprofondare in una crisi grave e profonda, che per anni lo terrà avvinto alla tentazione dolorosa e sempre presente del suicidio.

Nel 1936 compare la prima raccolta di poesie Lavorare stanca che comprendeva le poesie scritte dal 1931 al 1935 e che fu letta da pochi. Una seconda edizione, comprendente anche le poesie scritte fino al 1940, fu pubblicata nel 1942 da Einaudi. In quegli anni scrive ancora racconti, romanzi brevi, saggi. Esce nel 1941 la sua prima opera narrativa, Paesi tuoi, "ambientata in quelle colline e vigne delle Langhe, che accanto alla Torino dei viali e dei caffè, dei fiumi e delle osterie, costituisce l’altro grande luogo mitico della poetica pavesiana" (Emilio Cecchi). Sembra aver riacquistato la fiducia in se stesso e nella vita e, soprattutto frequentando gli intellettuali antifascisti della sua città, pare aver maturato anche una coscienza politica. Tuttavia non partecipa né alla guerra né alla Resistenza: chiamato alle armi, viene dimesso perché malato di asma.

Destinato a Roma per aprire una sede della Einaudi, si trova isolato e in lui prevale la ripugnanza fisica per la violenza, per gli orrori che la guerra comporta e si rifugia nel Monferrato presso la sorella, dove vivrà per due anni "recluso tra le colline" con un accenno di crisi religiosa e soprattutto con la certezza di essere diverso, di non sapere partecipare alla vita, di non riuscire a essere attivo e presente, di non essere capace di avere ideali concreti per vivere (motivi che riportano alla inettitudine sveviana e quindi al Decadentismo).

Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito comunista ma anche questa scelta, come la crisi religiosa, è un ennesimo equivoco, una nuova maniera di prendere in giro se stesso, di illudersi di possedere quella capacità di aderenza alle cose, alle scelte, all’impegno che invece gli manca. La sua è una sorta di tentativo di riparazione, di voglia di mettere a posto la coscienza e del resto il suo impegno è sempre letterario: scrive articoli di ispirazione etico-civile, riprende il suo lavoro editoriale riorganizzando la casa editrice Einaudi, si interessa di mitologia e di etnologia, elaborando la sua teoria sul mito, concretizzata nei Dialoghi con Leucò.

Tornato a Roma per lavoro conosce una giovane attrice: Constance Dowling. È di nuovo l’amore. La giovane con le sue efelidi rosse e forse in qualche modo con una sincera ammirazione per un uomo ormai famoso e noto, ricco di intelletto e capace di una forte emotività, accende ancora una volta Cesare, ma poi va via, lo abbandona. Costance torna in America e Pavese scrive Verrà la morte e avrà i tuoi occhi…

A questo secondo abbandono, alle crisi politiche e religiose che riprendono a sconvolgerlo, allo sgomento e all’angoscia che lo assalgono nonostante i successi letterari (premio Salento, premio Strega; pubblica La luna e i falò, considerato il suo miglior racconto) alla nuova ondata di solitudine e di senso di vuoto non riesce più a reagire. Logorato, stanco, ma in fondo perfettamente lucido, si toglie la vita in una camera dell’ albergo Roma di Torino ingoiando una forte dose di barbiturici. È il 27 agosto del 1950. Lascia soltanto un’annotazione, sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul comodino della stanza:

"Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi."

Aveva solo 42 anni.

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Written by matemauro

09-09-2008 a 16:13

Pubblicato su cultura, pavese, storia

20 Risposte

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  1. Grazie, Mauro, per questi “ricordi” che pubblichi. Per le nostre generazioni Cesare Pavese ha significato molto ma temo che ormai ci siano molti che non sanno neppure chi fosse. Un caro saluto da
    G. Martinelli
    (tornato a casa e al blog)

    smartynello

    09-09-2008 at 15:13

  2. Pavese è compagno di pomeriggi di solitudine e serate fredde, dall’adolescenza alla vecchiaia. Cioè ora. Lo scoprii con La bella estate e mi incantai, quindicenne, dinanzi a quella Torino sconosciuta, a quelle colline vissute soprattutto di notte. Come Rosetta di Tra donne sole, di anche Pavese se ne andò in silenzio, da solo, nell’anonimato di una stanza sconosciuta. Chissà se anche lui ebbe un gatto come ultima compagnia.

    elenamaria

    09-09-2008 at 15:17

  3. Sarà il caso di rileggerlo. Dopo questo tuo post.

    Un abbraccio

    czedyo

    09-09-2008 at 17:02

  4. Di Pavese amo sopratutto le bellissime traduzioni dei capolavori della letteratura americana, credo sia stato uno tra i migliori se non il migliore in assoluto. Bobby
    io amerei i pavesini ma no so se la fabrica era sua. Mauro avo una domanda: da cuesta foto secondo dela tua pinione chi era il Gato Caino?
    1 pelosisimo a bracio

    da il Gato Caino e GatoAbele

    esserinoebalena

    09-09-2008 at 17:15

  5. un “grande”, raccontato alla grande ! grazie Mauro 🙂

    h2no3

    09-09-2008 at 19:52

  6. Ricordavo queste parole, a proposito della morte di Rosetta: “Il curioso era stata l’idea di affittare uno studio da pittore, farci portare una poltrona, nient’altro, e morire così davanti alla finestra che guardava Superga. Un gatto l’aveva tradita, era nella stanza con lei, e il giorno dopo, miagolando e graffiando la porta, s’era fatto aprire”. Forse il gatto non era suo. Non si muore volontariamente davanti ad un gatto.

    elenamaria

    09-09-2008 at 20:21

  7. Mauro, grrrrr, mi hai preceduto!

    Beh ti perdono va, perchè mi piace da morire.

    Bacissimi

    aironedistelle

    09-09-2008 at 21:14

  8. Cesare Pavese…un fido compagno della mia gioventù. Me lo fece conoscere un mio amico e mi colpì immediatamente ed epidermicamente. Lo proposero anche nell’anno in cui feci la maturità ma non lo scelsi e feci malissimo. Buona serata Mauro, un abbraccione.

    hettori

    09-09-2008 at 21:25

  9. Leggendo il tuo bel post mi sono venuti in mente Esenin, Majakowskij e Pasternak: Esenin nel 1925, scriveva:”Non è nuovo morire in questa vita./ Ma vivere non è neppure nuovo!”….Un anno dopo,1926: Majakowskij risponde a Eisenin (che si è appena impiccato all’hotel Agleterre dopo aver scritto un biglietto di addio col suo sangue):”IN QUESTA VITA/NON è DIFFICILE MORIRE./VIVERE / è DI GRAN LUNGA PIù DIFFICILE”. Quattro anni dopo Majakovskij si spara, e Blok scrive questi versi:”IL TUO SPARO FU SIMILE A UN ETNA/IN UN PIANORO DI VIGLIACCHI E DI VIGLIACCHE”…Quasi un passaparola, una staffetta dell’ossessione, tra grandissimi poeti. Quanti suicidi in letteratura!

    ofvalley

    09-09-2008 at 21:41

  10. verrà la morte ed avrà i tuoi mi ha accompagnato per lungo come un vizio assurdo

    sasa55

    09-09-2008 at 22:29

  11. Grazie Mauro per lo scritto.Un caro saluto franca

    ceglieterrestre

    09-09-2008 at 22:34

  12. splinder ce l’ha fatta;-)))
    Volevo farlo anch’io, come Laura, il post su Pavese, ti ho lasciato “campo libero” per questa volta.

    “Non fate troppi pettegolezzi…”
    Ne hanno fatti eccome di pettegolezzi, ancora indagano su come si sia suicidato.

    Pavese suscita nel lettore un complesso di sentimenti.
    Il senso angoscioso della propria solitudine,
    il desiderio di superare tale condizione e la consapevolezza di non riuscirci, hanno ispirato i suoi versi più belli e drammatici.

    “Il gran sole è finito,
    e l’odore di terra, e la libera strada, colorata di gente che ignorava la morte.
    Non si muore d’estate”.

    già…

    da “Lavorare stanca”.

    fiorirosa

    10-09-2008 at 00:15

  13. Le sue poesie racconto sono una delle cose che più mi hanno fatto compagnia nella mia adolescenza…
    Ora sul concetto di solitudine ho elaborato un pensiero diverso dal suo… la solitudine è una condizione umana normale (oguno si illuda diversamente e come come può) e come cantava Gaber
    è indispensabile per stare bene in compagnia…

    mircomirco

    10-09-2008 at 05:32

  14. Sono assolutamente d’accordo con MircoMirco. Se si riesce a superare quella disperazione senza nome che si chiama adolescenza dell’anima, non si può che arrivare alla conclusione che la solitudine è la nostra compagna certa, ma una compagna che, se accetti, ti rende capace di godere di ogni momento di intimità e condivisione con gli altri. Grande Pavese. Come tutti, l’ho amato moltissimo.Al tempo del liceo, le sue poesie erano le mie preferite. Anche adesso, in realtà, rimangono fra quelle che considero più belle.

    miettapuntox

    10-09-2008 at 09:08

  15. Adoro Pavese..uno degli italiani da me preferiti…tanti ricordi di gioventù….
    Buona giornata Mauro…
    abbraccione…
    AnnA..

    infinitaunica

    10-09-2008 at 10:10

  16. Pavese, ricordi di gioventù, lui e Calvino erano i classici……ciao mauro lateresa

    utente anonimo

    10-09-2008 at 14:17

  17. Ci voleva, Mauro!
    Grazie per averci parlato di Pavese

    Bruno

    Bierreuno

    10-09-2008 at 16:46

  18. Molti dolori, in un animo sensibili, minano il concetto di vita, che non è assolutamente amica per tutti.
    Sto pensando all’asma. Viene considerata malattia psicosomatica…Penso alle terapie psichiatriche di allora. Difficile sopportare tanto e tra intelligenza e melanconia, come si diceva un tempo, non c’è alcun rapporto.
    Grazie e buona notte.
    s.

    xdanisx

    11-09-2008 at 01:51

  19. Un grand’uomo che non ha mai compreso la propria bellezza interiore.

    FlavioRoma

    11-09-2008 at 13:59

  20. amo Pavese,
    l’ho scoperto da adolescente,
    e ancora mi è “dentro”.
    mi ha regalato uno sguardo su me stessa,
    amo considerarlo un amico segreto che a volte vive in simbiosi con certi momenti di pura solitudine.

    sistercesy

    12-09-2008 at 20:44


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