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Adriano Olivetti

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Adriano Olivetti
Adriano Olivetti (Ivrea, 11 aprile 1901 – Milano, 27 febbraio 1960) è stato un ingegnere, imprenditore, e politico italiano, figlio di Camillo Olivetti, il fondatore, giusto cento anni fa, nel 1908, dell’omonima azienda di prodotti per l’ufficio; fu uomo di grande e singolare rilievo nella storia italiana del secondo dopoguerra.

La vita

Nel 1924 conseguì la laurea in ingegneria chimica al Politecnico di Torino e, dopo un soggiorno di studio negli Stati Uniti, entrò nel 1926 nella fabbrica paterna dove, per volere del padre Camillo, fece le prime esperienze come operaio. Divenne direttore della Società Olivetti nel 1933 e presidente nel 1938.

Si oppose al regime fascista con momenti di militanza attiva (partecipò con Carlo Rosselli, Ferruccio Parri, Sandro Pertini e altri alla liberazione di Filippo Turati). Durante la guerra era inseguito da mandato di cattura per attività sovversiva e riparò in Svizzera. Rientrato in Italia alla caduta del regime riprese le redini dell’azienda.

Alle sue capacità manageriali, che portarono la Olivetti ad essere la prima azienda del mondo nel settore dei prodotti per l’ufficio, unì un’instancabile sete di ricerca e di sperimentazione su come si potessero armonizzare lo sviluppo industriale con l’affermazione dei diritti civili e con la democrazia partecipativa, dentro e fuori la fabbrica. Nel 1945 pubblicò L’ordine politico delle Comunità, che va considerato come base teorica per la sua idea federalista dello Stato che si fondava appunto sulle comunità, vale a dire unità territoriali culturalmente omogenee ed economicamente autonome.

Nel 1948 fondò a Torino il "Movimento Comunità" e si impegnò affinché si realizzasse il suo ideale in terra Canavese. Il movimento, che tentava di unificare sotto un’unica bandiera l’area socialista con quella liberale, assunse nell’Italia degli anni Cinquanta una notevole importanza nel campo della cultura economica, sociale e politica.

Fu eletto sindaco di Ivrea nel 1956 e nel 1958 venne eletto deputato come rappresentante di "Comunità". Studioso di urbanistica, diresse il piano regolatore della Valle d’Aosta e fu anche presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica.

Tra la fine degli anni 40 e la fine dei 50 la Olivetti porta sul mercato alcuni prodotti destinati a diventare veri oggetti di culto per la bellezza del design, ma anche per qualità tecnologica ed eccellenza funzionale: tra questi la macchina per scrivere Lexikon 80, la mitica macchina per scrivere portatile Lettera 22, la calcolatrice Divisumma 24. La Lettera 22 nel 1959 verrà indicata da una giuria di designer a livello internazionale come il primo tra i cento migliori prodotti degli ultimi cento anni.

Gli ottimi risultati con i prodotti per ufficio non distolgono l’attenzione di Adriano Olivetti dall’emergente tecnologia elettronica. Già nel 1952 la Olivetti apre a New Canaan, negli USA, un laboratorio di ricerche sui calcolatori elettronici. Nel 1955 viene costituito il Laboratorio di ricerche elettroniche a Pisa; nel 1957 Olivetti fonda con Telettra la Società Generale Semiconduttori (SGS) e nel 1959 introduce sul mercato l’Elea 9003, il primo calcolatore elettronico al mondo costituito totalmente da transistor, sviluppato e prodotto nel laboratorio di Borgolombardo.

Il 27 febbraio 1960 muore improvvisamente durante un viaggio in treno da Milano a Losanna: al momento del suo decesso l’azienda fondata dal padre e da lui per lungo tempo diretta vanta una presenza su tutti i maggiori mercati internazionali, con circa 36.000 dipendenti, di cui oltre la metà all’estero.

Ciò che è accaduto in seguito all’Olivetti e all’industria elettronica e all’informatica italiane è, purtroppo, storia recente.

Un’utopia chiamata Olivetti

Urbanista, editore, scrittore, uomo di cultura; Adriano Olivetti è soprattutto un industriale e un imprenditore che crede nell’impresa come vero motore dello sviluppo economico e sociale. Sul piano aziendale, guida la Olivetti verso gli obiettivi dell’eccellenza tecnologica, dell’innovazione e dell’apertura verso i mercati internazionali, dedicando particolare cura anche al design industriale e al miglioramento delle condizioni di vita dei dipendenti.

Nel 1948 negli stabilimenti di Ivrea viene costituito il Consiglio di gestione, per molti anni unico esempio in Italia di organismo paritetico con poteri consultivi di ordine generale sulla destinazione dei finanziamenti per i servizi sociali e l’assistenza. Si costruiscono quartieri per i dipendenti e nuove sedi per i servizi sociali. La fabbrica di Ivrea è moderna e spaziosa. Una delle peculiarità dei fabbricati è la massiccia utilizzazione del vetro, voluta dallo stesso Olivetti affinché gli operai che vi lavorano, spesso strappati al mondo rurale, possano continuare a sentirsi a contatto con la natura e avvertirsi come parte del paesaggio, “circondati e avvolti dalla luce”. I dipendenti Olivetti godono di benefici eccezionali per l’epoca: i salari sono superiori del 20% alla base contrattuale, oltre al salario indiretto costituito dai servizi sociali; le donne hanno nove mesi di maternità retribuita (quasi il doppio di quanti ne hanno oggi, per intenderci) e il sabato viene lasciato libero, prima ancora di ogni contrattazione sindacale. L’orario di lavoro viene ridotto da 48 a 45 ore settimanali, a parità di salario, in anticipo sui contratti nazionali di lavoro.

Adriano Olivetti non si pose mai nell’ottica della contrapposizione tra capitale e lavoro: sua preoccupazione fu sempre riflettere come potessero convivere insieme per far progredire la società. La struttura tradizionale, improntata alla conflittualità sindacale, veniva contraddetta da una serie di provvedimenti che tendevano a erodere la base della conflittualità stessa. Non vi furono mai episodi di scontro frontale con i sindacati come avvenne in altre fabbriche (vedi la Fiat). Per Olivetti il lavoratore è un uomo e un cittadino che vive ed è radicato nel territorio; esiste un sistema complesso di relazioni umane, sociali, infrastrutturali tra il territorio e il sistema industriale che in esso opera. Il lavoratore deve essere produttivo perché la realtà industriale possa essere competitiva, ma per farlo la contropartita non è l’alienazione ma la partecipazione, il coinvolgimento, la crescita sociale. L’efficienza del lavoratore va ottenuta non con il suo iper-utilizzo ma ponendolo nella condizione di rendere al meglio, di sentirsi parte di un progetto comune. Il modello olivettiano rappresenta una forma di sviluppo industriale che idealmente cerca di essere sostenibile.

La Olivetti ha una politica del personale del tutto peculiare. La scuola di formazione dell’azienda fornisce un insegnamento che spazia dalle materie tecniche a quelle umanistiche, e come sede viene scelta una prestigiosa villa medicea, nella convinzione che vivere a contatto con la bellezza aiuti i collaboratori a dare il meglio nel lavoro che li aspetta. L’azienda diventa un cenacolo, un crocevia intellettuale, tanto da essere definita da qualcuno l’Atene degli anni Cinquanta; nelle file dei suoi collaboratori passano talmente tante personalità che risulta difficile persino tenerne il conto. Sociologi, architetti, scrittori, scienziati della politica e dell’organizzazione industriale, psicologi del lavoro: Franco Momigliano, Paolo Volponi, Geno Pampaloni, Luciano Gallino, Franco Fortini, Bruno Zevi, Ottiero Ottieri, Luciano Foà, Furio Colombo, Franco Ferrarotti Tiziano Terzani…

Per valutare la peculiarità dell’Olivetti, basti pensare che sulla parete di una delle officine figurava un grandioso affresco di Renato Guttuso; che Luigi Nono diresse un concerto al suo interno e che era frequente l’organizzazione di mostre e di festival cinematografici. L’idea di fondo era che il lavoratore dovesse identificarsi con l’azienda perché, come disse lo psicologo del lavoro Francesco Novara, “verificammo che maggiore era la costrizione e le limitazioni del lavoro e più i singoli erano danneggiati”. Ai dipendenti sono permesse delle pause durante l’orario di lavoro, al fine di ricrearsi ed accrescere la propria cultura, tanto che una volta una delegazione dei sindacati sovietici in visita alla fabbrica, osservando tanta libertà di movimento, chiese ai suoi ospiti se fosse un giorno di sciopero.

Si crea intorno all’azienda un orgoglio Olivetti; coloro che fanno parte di quella comunità si considerano diversi dagli altri, promotori di un modello industriale che non ha precedenti, attenti a valorizzare ogni intelligenza e competenza anche se non prettamente scientifica.

Quando nel 1960 Adriano Olivetti muore improvvisamente, tutta Ivrea è in lutto; i festeggiamenti per il carnevale cittadino sono annullati. Le scelte che vengono prese dopo la sua scomparsa decretano, di fatto, la fine del sogno; la via indicata da Adriano rimane un’esperienza isolata, e i campi in cui la ricerca italiana eccelleva negli anni Cinquanta sono oggi settori arretrati dell’economia nazionale.

Il dibattito sulle responsabilità del fallimento del sogno Olivetti chiama in causa la miopia del ceto imprenditoriale, l’indifferenza della classe politica di fronte ad un settore che aveva un’importanza strategica per l’intero paese e l’inerzia di un sistema bancario poco coraggioso.

Cosa rimane oggi di quella esperienza? Certamente il ricordo di un uomo che ha proposto e messo in atto un diverso rapporto tra fabbrica e territorio, tra lavoro e partecipazione, tra cultura e impresa, un uomo che ha cambiato le regole del lavoro, che ha osato e sperimentato. Ma se Adriano Olivetti viene ricordato soprattutto per questi aspetti sociali, non va dimenticato che l’avventura dell’azienda di Ivrea, in particolare nel campo dell’elettronica, rappresenta uno dei rari casi in cui l’Italia, in epoca moderna, è stata all’avanguardia nell’innovazione tecnologica e scientifica. Rimane la memoria di tutto questo, dunque, e forse un pizzico di nostalgia.

Hanno detto di lui

Uomo visionario o colpevole di un paternalismo pericoloso, un giusto, profeta di un capitalismo innovativo, un utopista, l’imprenditore rosso, un mecenate e un pioniere o addirittura un uomo che guidò i suoi uomini come “un patriarca biblico il suo popolo”: i giudizi su Adriano Olivetti sono diversi e poliedrici come i molti aspetti della sua stessa personalità. C’è addirittura chi parla di “cultura adrianea”. E anche sul gruppo “olivettiano” si sono spese parole diverse; se qualcuno ha paragonato i suoi dipendenti a “frati trappisti”, che operavano nella fede della loro missione, altri ne hanno evidenziato la tendenza settaria e la distanza dal mondo reale. Ma a sentire le testimonianze di chi vi ha lavorato, in Olivetti ci si sentiva, prima di tutto, “uomini liberi”.

Di avere “un concetto snobistico della fabbrica” e di “poco senso del mondo” li accusa invece Cesare Romiti. Intervistato sull’eccezionalità dell’esperienza Olivetti nel panorama italiano, Romiti sostiene poi che fu proprio lo spirito precursore e innovativo di Adriano Olivetti a isolarlo, dato che si trovava ad operare in un paese, l’Italia, fondamentalmente attendista e conservatore.

Natalia Ginzburg, di cui Adriano sposerà in prime nozze la sorella Paola Levi, nel romanzo Lessico famigliare uscito tre anni dopo la scomparsa dell’amico imprenditore, lo ricorda così: «Lo incontrai a Roma, per la strada, un giorno, durante l’occupazione tedesca. Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio.»

E più avanti, nel ricordare i tristi giorni in cui il marito Leone Ginzburg veniva arrestato dai tedeschi e Adriano la aiutava a fuggire da Roma, la scrittrice traccia di Olivetti un altro bel ritratto: “Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere per le stanze i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati: il viso trafelato, spaventoso e felice di quando portava in salvo qualcuno.”

Per chi ne volesse sapere di più

Adriano Olivetti, Città dell’uomo
Testimonianze su Adriano Olivetti
Fondazione Adriano Olivetti

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Written by matemauro

08-04-2008 a 21:59

11 Risposte

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  1. Non ho avuto il piacere di conoscere lui, ma solo molti dei segni da lui lasciati e che, purtroppo, l’assistenzialismo e la politica, uniti alla miopia della classe imprenditoriale, hanno contribuito a cancellare.

    sottolanevepane

    08-04-2008 at 22:26

  2. Ciao! Grazie per i complimenti! Ora è tardi ma appena possibile vengo a leggere i tuoi ultimi post. Buonanotte! Baci DonnaNuova.

    donnanuova

    08-04-2008 at 23:02

  3. Mauro hai letto che è uscito l’altro libro di Odifredi: il matematico impenitente?
    Sei tu il suo grande ammiratore oppure è il nostro amico tecnico?
    quanti punti interrogativi:
    sarà l’ora tarda.
    ciao

    fiorirosa

    09-04-2008 at 00:28

  4. Grazie per la segnalazione!
    L’ho letto tutto d’un fiato 😉

    unacocca

    09-04-2008 at 07:49

  5. Sai Mauro io credo che generalmente in ogni attività e tutte le innovazioni in particolare (tu ad esempio, citavi quelle relative al rapporto di lavoro), devono avere una precisa collocazione temporale.
    Voglio dire che, ogni ricetta ogni cura ha la propria efficace azione in un certo momento storico e non in un altro.
    Penso.

    bulumba

    09-04-2008 at 11:19

  6. …e se posso permettermi, consiglio la visione dello spettacolo Adriano Olivetti di Laura Curino e Gabriele Vacis, un bellissimo monologo di una bravissima attrice.

    ortensia51

    09-04-2008 at 11:48

  7. condivido in parte il tuo pensiero, ma io mi sento un pò più in la, come dici tu.
    La paura di arrivare come in Argentina, ultimamente, è sempre più presente nei miei pensieri, mi auguro solo che non diventi realtà.Non posso pensare che ciò che hanno costruito i nostri padri lottando e credendoci si dissolva , per colpa di un barattolo con un sorriso splendente! con simpatia,ciao T.

    lateresa

    09-04-2008 at 17:35

  8. Grazie per questo bel ricordo.
    Più leggo queste storie più penso all’ottusità e alla mediocrità di quelli che verrano…

    mauropucci

    10-04-2008 at 15:12

  9. Olivetti…Olivetti…..macchina per scrivere, manuale, elettrica, elettronica???? le mie dita già si sono posizionate sulla tastiera e si muovono premendo alla cieca i tasti….ops…non corrisponde più perfettamente. quella che ho non è una Olivetti. peccato! Le dita però, perbacco che memoria!!!!

    cugpref

    10-04-2008 at 17:45

  10. Ne parlò la Ginzburg in Lessico familiare. Affettuosamente reverenziale. Che bel ricordo.

    elenamaria

    11-04-2008 at 18:06

  11. Complimenti per il post, Adriano Olivetti è stato prima di tutto un grande imprenditore, la verità è che in Italia di grandi imprenditori a livello di grandi aziende ne abbiamo avuti pochi.

    leorotundo54

    11-04-2008 at 20:53


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